Referendum autonomia, la parola al Veneto

di Giorgio Gasco *

Autonomia. Non secessione né indipendenza come chiede la Catalogna. Tre termini distinti e di applicazione istituzionale diversa, ma che comunque hanno un unico denominatore comune (uno soft, gli altri traumatici per la tenuta dell’unità di un Paese): un rapporto diverso dall’attuale tra centro (Stato) e periferia (Regioni).

In casa nostra, in Italia dove si parla di autonomia, il cambio delle regole sarebbe epocale, perchè finalmente si passerebbe dalle enunciazioni (pur presenti nella Costituzione vigente, riformata nel 2001 e che nel 2016 Renzi voleva cambiare, non riuscendoci visto l’esito disastroso del referendum) ai fatti, con una vera e profonda attribuzione di responsabilità a chi vive e viene amministrato nel territorio in cui abita.

In questa impresa dell’autonomia (leggasi federalismo) si è imbarcato Luca Zaia, leghista, governatore del Veneto coinvolgendo il parigrado, e compagno di partito, della Lombardia, Roberto Maroni. Il classico blocco del Nord-Est del Paese che periodicamente si fa sentire con i suoi impulsi per diventare padrone in casa propria, ma che continua, invece, a sentirsi vassallo del governo nazionale e che vorrebbe provvedere, almeno in qualche cosa, alle proprie esigenze e al proprio sviluppo. Seppure, continuando, e nessuno lo mette in discussione, a far parte di uno Stato unitario, garantendo la partecipazione a quella che è la solidarietà nazionale. In pratica, il federalismo differenziato, disponibile a chi è capace di praticarlo nei propri confini regionali.

È questo lo spirito sul quale Zaia ha costruito i sui due mandati (è in corso il secondo) da presidente Veneto, marcando ad ogni occasione la specificità della regione, i livelli elevati del fare amministrazione e di garanzia dei servizi al cittadino. “Con quei 16 miliardi di residuo fiscale (si è innescata una polemica con il centrosinistra sull’effettivo valore della cifra, ndr.) che abbiamo depositati nelle casse dello Stato – ripete come un mantra il governatore – sai quante cose potremmo ancora fare…”. E senza idee separatiste o di strappo da Roma agendo fuori dalle regole (Costituzione), il Veneto si appresta ad affrontare un passaggio fondamentale della sua vita istituzionale: il referendum sull’autonomia (costo 14 milioni), fissato per il 22 ottobre in simultanea con quello in Lombardia. Non si farà, invece, la consultazione (sarebbe la quinta) per la separazione di Mestre dal comune di Venezia. Tema, quest’ultimo, che era alla base dell’accordo elettorale tra la Lega e l’attuale sindaco della Serenissima, Luigi Brugnaro. Troppa confusione giuridica, ha sancito Zaia, tanto da prevedere il rinvio al prossimo anno anche se sembra che l’ennesima voglia “separatista” da parte della terraferma veneziana resterà lettera morta. Un particolare che fa storcere il naso a molti, perché sa tanto di scambio di “cortesie” tra il sindaco e il governatore. Ma tant’è, anche i compromessi sono utili per centrare l’obiettivo.

In ambito regionale, dopo un braccio di ferro durato quasi due anni, il governo nazionale ha finalmente aperto una porta (ma c’è voluto l’intervento della Corte Costituzioale) alle pressanti richieste del Veneto, garantendo l’appoggio delle sue derivazioni periferiche (Prefetture e servizio elettorale) affinché i veneti possano esprimere il loro parere a conferma della loro capacità di poter gestire al meglio certe competente che già la Carta prevede, ma che in pratica mai nessun governo si è premurato di concedere. “Vuoi che alla regione Veneto siano attribuite ulteriori forme di autonomia?” è il testo del quesito referendario.

Una domanda semplice, alla quale gli elettori veneti dovranno rispondere con un sì o con un no, oppure, altrettanto legittimamente disertando le urne. Una domanda che al centrosinistra, Pd in testa, “sembra banale, al limite della sciatteria politica e istituzionale”. Una domanda, a loro dire, che non avrà nessuna conseguenza sul domani della regione (il giorno dopo il voto il Veneto non sarà “speciale” come il Trentino Alto Adige) e sui rapporti con il governo nazionale. Il che è sacrosantamente vero, e lo sa anche Zaia. Ma, è il ragionamento del governatore, anche se il referendum è consuntivo (quindi senza valore pratico), un conto è andare al tavolo romano con il mandato del Consiglio regionale, la cui maggioranza è di centrodestra, un conto è scendere nella capitale con il supporto diretto dei cittadini. Non a caso Zaia è determinato a stracciare tutte le schede nel caso il numero dei sì e l’affluenza alle urne non raggiungano un livello consistente. Convinto che l’occasione del 22 ottobre non ha paternità politiche, ma è a disposizione di tutti gli elettori veneti, di centrodestra come di centrosinistra per dimostrare a Roma che il Veneto intende voltare pagina e scrivere nuovi capitoli istituzionali.

E’ evidente che la questione non è di natura tecnica ma esclusivamente politica. Infatti, più che dubitare della genericità del quesito c’è da dubitare della volontà politica dei politici veneti anche di quelli che siedono in Parlamento: le norme che regolano il dopo sono macchinose (trattative a Roma e il passaggio alle Camere che dovranno approvare una legge per attribuire più competenze alla Regione). Non solo: cedendo competenze, è ovvio che lo Stato debba anche trasferire le risorse con conseguente revisione dei conti perché verrebbero a mancare consistenti voci di bilancio.

Un primo, evidente segnale è venuto dal Partito Democratico. Se Cinquestelle e Forza Italia, seppure con qualche distinguo, si sono subito schierati a favore della consultazione, pur rimarcando che il giorno dopo il referendum dovrà essere riempito di contenuti, dal fronte dem c’è stata una costante ostilità di tutto l’apparato, governo Renzi compreso. Alcune mosche bianche hanno avuto il coraggio di cantare fuori dal coro, come la deputata trevigiana Simonetta Rubinato subito schierata per il sì. Presa di posizione che ha inasprito le tensioni interne ai dem, con la nascita di comitati per il no e di altrettanti per l’astensione per non fare un favore alla Lega (è la motivazione) soprattuto in vista delle elezioni politiche del prossimo anno. Alla fine, il Pd, invece di cavalcare almeno politicamente il tema referendum ascoltando gli umori dei veneti e dando finalmente concretezza al federalismo che per anni ha solo sbandierato, ha preferito chiudersi nella torre di avorio ritrovandosi, così, pesantemente diviso. Giudizi negativi sono anche venuti dall’interno di Confindustria veneta, anche se la maggioranza degli imprenditori considera il passaggio elettorale come strumento per avviare una svolta. Schierati per il sì pieno i sindaci della regione, come i vescovi che hanno dedicato gli editoriali dei settimanali diocesani all’appoggio alla consultazione a patto, però, che il progetto sia di vera autonomia e non causa di frattura dell’unità del Paese.

Secondo un sondaggio dell’Osservatorio Nord-Est pubblicato dal Gazzettino, due veneti su tre il referendum darà più peso alla richiesta di autonomia e addirittura il 20% è favorevole all’indipendenza. Ma senza ricorrere a inconcludenti fughe in avanti, l’obiettivo istituzionale che Zaia si pone è quello di iniziare la strada verso una autonomia variabile: le Regioni che si sentono all’altezza di farlo hanno il sacrosanto diritto di attuarlo e lo Stato se ne deve fare una ragione.

Ovviamente dubbi sul referendum e sul dopo non mancano. Zaia ha voluto fornire un “servizio” a chi non ha le idee chiare. Il governatore ha selezionato in un libretto tascabile cento domande tra quelle che ha raccolto dai veneti (“non dalla Lega”, precisa) girando per la regione affiancate da altrettante risposte.

Non resta che attendere la sera del 22 ottobre.

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