Il caso, la divisione tra Mestre e Venezia

di Leopoldo Pietragnoli* – 

Avendo seguito in posizione privilegiata tutti quattro i referendum sulla separazione tra Venezia e Mestre – quattro, non tre come scrive qualche sito, cercando di far dimenticare il flop del 2003 – mi sono spesso interrogato se non sia possibile (in chiara controtendenza con la comune narrazione) una interpretazione non partitica dei risultati. La mia risposta è sì, e questa è l’ipotesi di lavoro.


1979. I separatisti lamentano lo squilibrio tra le forze partitiche in campo: è vero che soltanto tre piccoli partiti con un peso elettorale del 10 per cento sono per la separazione, ma non sarebbe male annotare la esplicita simpatia per il sì del Gazzettino, allora in regime di monopolio e assai diffuso in città. Il sì comunque raggiungerà il 27 per cento, cioè tre volte il peso partitico di partenza. Pensiamo allora a una “massa critica” diversa e non partitica (trasversale, si direbbe oggi): i quaranta-cinquantenni nati a Venezia e trasferiti con casa a Mestre, con lavoro (e genitori) a Venezia, moglie e figli al lavoro o a scuola a Mestre. La campagna referendaria si era colorata di tinte accese e di aspettative epocali: come se invece di una nuova definizione di confini amministrativi si decidesse il destino storico e il futuro più lontano delle due comunità. Come non pensare che tale impostazione “messianIca” possa aver influito negativamente sulla “massa critica”, ben lontana dal volere che una divisione in due del territorio potesse in un certo senso dimezzare anche la loro personale unitaria identità?
1989. A schieramento partitico sostanzialmente immutato, si può invece parlare di una situazione politico-amministrativa favorevole sia pure indirettamente alla separazione. Nel senso che le convulse vicende alla guida del Comune – nel giro di tre anni un doppio capovolgimento di maggioranze con quattro sindaci – può aver fatto dubitare della capacità del Consiglio comunale di guidare le sorti di un territorio unito: la salita al 42 per cento dei favorevoli alla separazione potrebbe trovare in questo scenario una valida spiegazione.
1994. Cinque anni dopo, si può invece parlare di una situazione politico-amministrativa (non necessariamente partitica) contraria alla separazione. Non tanto – o non soltanto – per l’inserimento di Venezia tra le città metropolitane, argomento che alla grande massa di elettori poco diceva, quanto per il clima conseguente alla prima elezione diretta del sindaco, Massimo Cacciari (lo stesso si potrebbe dire per la Roma di Rutelli o della Napoli di Bassolino ma anche della Milano del leghista Formentini), un clima nuovo – il famoso “spirito del ‘93” – a fronte delle pregresse trattative tra partiti e a Venezia particolarmente fervido anche per la qualità del primo cittadino e della sua Giunta. Ancora una volta, per il sì manifestava simpatia il Gazzettino. Il sì conquistò un leggero aumento di consensi (44 per cento) tutto dovuto all’elettorato lagunare, ché quello di terraferma segnò invece un sia pur ridotto calo.
2003. In uno scenario completamente diverso da quello del 1979 – i più giovani elettori allora non erano ancora nati – una nuova e diversa “massa critica” accolse la proposta di divisione, una volta ancora ammantata di aspettative epocali. E questa volta fu la generazione dei venti-trentenni. Una generazione, a Venezia come a Mestre, abituata a una mobilità senza confini – anche nazionali, non soltanto comunali o regionali – e di interessi coltivati in rete. Mestrini che hanno fatto l’Università a Venezia o che ci lavorano, veneziani che hanno studiato o che lavorano a Mestre, gli uni e gli altri che vanno al cinema o a cena a Treviso o a Padova, vanno in vacanza a Barcellona o a Parigi o ad Amsterdam, per perfezionare l’inglese trovano un lavoretto o vincono un Erasmus a Londra, mandano curriculum negli Stati Uniti come in Giappone o in Australia. A ciò si aggiunga (e questo non è un bene) la loro indifferenza se non ostilità per la politica e per i partiti. Bene, a questa generazione senza confini l’ipotesi di un simbolico muro di Berlino a metà ponte della Libertà deve essere apparsa totalmente al di fuori della loro mentalità. L’ampiezza delle astensioni dal voto (più del 60 per cento) è frutto anche di questa “massa critica”: e i pochi che andarono a votare furono comunque (due su tre) per il “no” alla separazione. Separazione che, per la storia, ottenne il 13 per cento degli aventi diritto al voto.
In attesa della prossima puntata. Se ci sarà.


* Giornalista

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