Intervista / Il governatore Luca Zaia

(Gi.Ga.) – 

Lui, non farà sconti a nessuno. Neppure alla coalizione di cui fa parte, il centrodestra. Vada come vada, ovviamente lui si aspetta il massimo, ma l’autonomia del Veneto dovrà essere parte predominante dell’accordo di governo che il centrodestra preparerà in vista delle elezioni politiche del 2018. Intanto, c’è un passaggio fondamentale, il referendum del 22 ottobre.

Al quale Luca Zaia, il leghista presidente della Regione Veneto, ha assegnato il ruolo di svolta nei rapporti con lo Stato centrale. Il governatore ha battagliato due anni con ministeri e Palazzo Chigi per ottenere il via libera che, finalmente, è arrivato dalla Corte Costituzionale. Certo, la Consulta ha bocciato quattro richiesta di referendum che avevano una parvenza di secessione e lo stesso Zaia forse ne era consapevole. Ma alla fine, nulla il Palazzo ha potuto fare per tarpare lo spirito di autonomia anche perché tutto si svolge secondo le regole previste dalla Carta costituzionale. Con l’aggiunta, voluta con forza dal governatore, di una chiamata degli elettori alle urne per poi presentarsi a Roma con maggiore rappresentatività per trattare le materie da portare a casa. Ma sarà solo “l’inizio” avverte il governatore. E annuncia che dopo il referendum e avviate le trattative, aggiungerà un altro traguardo da raggiungere, sempre in base a quando previsto dalla Costituzione. Cosa sarà, Zaia non lo dice. Ma è evidente che si tratta del federalismo fiscale, cioé mantenere in Veneto le tasse pagate, tanto quanto avviene in Trentino Alto Adige.

Presidente Luca Zaia, si vota. Dopo tante battaglie con lo Stato, il Veneto può dire la sua.

“E’ stata una gestazione, con un travaglio che non auguro a nessuno. Dalle peripezie legali fino agli ultimi dispettucci, magari insignificanti dal punto di vista pratico ma di notevole peso politico”.

Quali dispettucci?

“Basti ricordare il dibattito sull’utilizzo o meno della tessera elettorale. Da Roma volevano far credere ai veneti che questa non sarebbe stata una elezione vera. Invece, annuncio ai veneti che di vera elezione si tratta: ci saranno i seggi elettorali (quelli indicati sui certificati elettorali in possesso di tutti gli elettori), le matite copiative, le schede, i presidenti di seggio, i militari. E non si dimentichi di utilizzare un documento di identità valido. All’uscita dal seggio verrà rilasciata una dichiarazione di voto avvenuto”.

Però c’è lo spauracchio dell’astensione.

“Questo referendum è una pietra miliare, un’occasione storica per noi veneti e spero che tutti capiscano fino in fondo che la mia campagna personale non è al fine del “sì”, ma una campagna per fare capire a tutti i veneti che è fondamentale contarci andando a votare”.

Una previsione dell’affluenza?

“Non sparo cifre a caso proprio perché non è il referendum di Zaia. I veneti hanno una irripetibile occasione, e non devono sprecarla. E’ chiaro, spero che vinca il sì pieno ma voglio che, al contempo, l’affluenza sia un fiume in piena. La forza di una trattativa è conseguenza della forza di un popolo. So che non potrà succedere, ma se ai seggi andasse il 100% dei veneti, a Roma non potrebbero neppure parlare”.

Neppure qualche sentore su come andrà?

“Ho chiesto ai book makers inglesi, ma devono ancora rispondere. Ma credo proprio che daranno una bassa quotazione perché il risultato è scontata: vincerà il sì”.

Per lei, il referendum non sarà uno strumento, una bandiera politica da sventolare alla bisogna. Al contrario del Partito Democratico tanto che si è spaccato sul tema dell’autonomia.

“Tutti i partiti fanno le loro campagne, e questo lo apprezzo: comunque sia, qualche coscienza si è risvegliata. Quanto al Pd, è evidente che l’argomento è scottante se è vero, come è vero, che non è riuscito a prendere una posizione compatta sul no pieno. Forse anche loro hanno capito che questo è un referendum dei veneti e dei nuovi veneti”.

Nell’ipotesi di successo pieno, ammetterà che sarà un riconoscimento politico per lei e la Lega da giocarsi alle elezioni politiche del prossimo anno.

“Per quanto mi riguarda sto seguendo la campagna elettorale strettamente dal punto di vista istituzionale, nessuno può accusarmi del contrario”.

Memore dell’esperienza di Renzi sul referendum istituzionale del 4 dicembre scorso, non vuole ripetere l’errore di personalizzare l’appuntamento elettorale?

“Esatto. Potrei farlo nella speranza di portare a casa qualcosa per il futuro. Invece no. Ripeto, i veneti si meritano di più, si meritano di dire la loro su quello che vogliono. Il 23 ottobre non avremo più alibi. Per questo, se non si andrà a votare sarò io a cestinare l’esito del referendum”.

Perchè il governo Renzi ha continuato ad osteggiare la richiesta di dare voce ai veneti?

“Perchè è legato a concetti e atteggiamenti antistorici”.

Cioé?

“Perché considerava una iattura l’attribuzione di maggiori competenze agli enti locali, il federalismo. Se invece avesse guardato con lucidità a quanto sta accadendo in giro per il mondo, si sarebbe accorto che i paesi che più progrediscono sono proprio quelli basati sul sistema federale (Svizzera, Germania, Gran Bretagna e anche la Spagna). Ovviamente lasciando perdere quelli dittatoriali dove il Pil cresce per altri motivi”.

La Catalogna sta meglio del Veneto quanto a rapporti con il resto della Spagna, eppure è tornato a ribollire lo scontro con la centralista Madrid.

“C’é una sostanziale differenza rispetto al Veneto. La Catalogna ha un residuo fiscale di appena due miliardi. Con il nuovo referendum, osteggiato dal governo spagnolo, i catalani vogliono portare via dalle casse dello Stato anche questi ultimi “spiccioli” sancendo, di fatto, l’indipendenza da Madrid. Noi, invece, parliamo di autonomia, concetto molto diverso”.

A quanto ammonta il residuo fiscale del Veneto? Ogni partito spara la sua cifra.

“Quello certificato nel 2016 è di 15 miliardi 400 milioni”.

Perché lei ha voluto a tutti i costi un referendum consuntivo, invece di seguire la strada intrapresa dall’Emilia Romagna, quella della diretta trattativa con il governo in base a quanto stabilisce la Costituzione quindi senza referendum? Il suo predecessore Giancarlo Galan aveva già ricevuto il mandato per battere “cassa” a Roma, cosa poi rimasta lettera morta.

“E’ vero, l’articolo 116 e i successivi esistono dal 2001 con l’approvazione della riforma della Costituzione. Ma da allora, non c’è stato alcun governo, di destra o di sinistra, che abbia assegnato anche solo una delle 22 competenze menzionate nella Carta…”.autonomia

Competenze che con il referendum costituzionale di Renzi sarebbero state drasticamente tagliate a 9.

“Appunto. E’ bene ricordare che in precedenza, il Veneto aveva chiesto parte di quelle competenze nel 2008, la Lombardia nel 2007. Mai nessuna risposta. Non solo, il governo Renzi ha anche impugnato la nostra legge referendaria del giugno 2014. La Corte Costituzionale, che non è il circolo della scopa, ha comunque emesso una sentenza in favore del Veneto dove si dice che il referendum deve essere in una fase “anteriore ed esterna”.

Traducendo per i comuni mortali?

“Che va fatto prima e al di fuori da qualunque trattativa. Guarda caso, lo stesso cammino istituzionale che indicavamo noi. Spiego meglio: se io vado a trattare per una maggiore autonomia prima del voto, di fatto il referendum salta d’ufficio. A Roma pensavano di fare i furbi e infatti per mesi ci hanno risposto: “venite, venite a trattare”. Volevano farci cadere nel tranello per farci agire fuori dalla sentenza della Consulta; sarebbe stato un abbraccio mortale al quale ci siamo sottratti”.

Però il governo ha continuato a parlare di “trattativa sospesa” per causa della Regione Veneto.

“Ma dai, noi siamo andati a concordare il quesito perché la legge referendaria ci concedeva di trattare un contenuto della consultazione molto dettagliato, ma Roma ci ha risposto, con tanto di scritto, che non intendeva farlo. Noi non volevamo che fosse un quesito asciutto, ma che contenesse l’elenco di tutte le competenze che ci sarebbero state attribuite, ma loro hanno detto no”.

Morale, il quesito può risultare pleonastico: chi può dire no ad una maggiore autonomia?

“Ricordo che durante un faccia a faccia a Padova, l’allora ministro Enrico Costa ci “consigliava” di accettare la trattativa su qualche competenza. La mia risposta è stata: caro ministro, non esiste”.

Presidente Zaia, chi contesta il referendum mette in guardia gli elettori dicendo che, contrariamente a quanto dite voi, dopo il referendum non è vero che il Veneto potrà essere considerato alla stregua del Trentino Alto Adige.

”Il referendum è consultivo, non porterà automaticamente l’autonomia ma permette l’inizio di un percorso serio per averla. Rovescio la domanda: è possibile avere un’autonomia vera senza referendum? La risposta è no, come ho dimostrato prima. Ne è dimostrazione il fatto che se il referendum fosse stato fatto 20 anni fa oggi non ne parleremmo”.

Quindi, è solo l’inizio. Ma l’ostacolo vero sarà il Parlamento che dovrà poi tramutare in legge la volontà dei veneti. E lì saranno dolori visto che i rappresentanti del Veneto alle Camere non “cantano”di certo un unico coro a beneficio della regione.

“E’ per questo che è fondamentale l’affluenza alle urne. Davanti ad un Veneto che si esprime in modo chiaro con uno dei più democratici strumenti che esistono, con che faccia verranno qui i partiti a chiedere voti”.

E’ sicuro che tutto il centrodestra sia compatto a favore del referendum e per il dopo voto? In vista delle elezioni politiche del prossimo anno il referendum sarebbe un ottimo strumento acchiappa-voto per tutti.

“Il trend è buono, tanto che è consolidata la convinzione che l’autonomia differenziata deve essere parte del programma di governo di centrodestra da presentare agli elettori. E in caso di vittoria alle politiche, questa forma di autonomia andrà concessa a quanti la chiederanno”.

Certo del 100% del sostegno di tutta la coalizione?

“Non faccio sconti a nessuno, al centrodestra per primo. Alle trattative per il programma di governo per le elezioni 2018 io andrà a difesa dei veneti. Oggi, i nostri avversari politici possono risultare tiepidi nei confronti dell’autonomia, ma se il centrodestra andrà al governo diventeranno degli impenitenti autonomisti”.

Si riferisce al Pd che da decenni parla di autonomia, sia all’interno del partito che nella forma istituzionale senza mai procedere?

“Il Pd vive la contraddizione di essere guidato da un direttivo nazionale che fa delle scelte imbarazzanti per quanti gestiscono il partito in Veneto”.

Una difesa dei dem veneti?

“Mi rifiuto di pensare che se uno vuole essere autonomista debba per forza appartenere ad un partito. Ho molti amici di sinistra che andranno a votare”.

 

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