Intervista / Il viceministro Pier Paolo Baretta

(Gi.Ga.) – 

“I veneti stiano certi: comunque vada il referendum, il governo è pronto a trattare per l’autonomia”. Parola di Pier Paolo Baretta, del Partito Democratico, sottosegretario all’Economia. Per lui, il governatore Zaia avrebbe fatto meglio ad evitare il referendum e affrontare la più economica strada della trattativa con Roma. E dispensa un “consiglio” si riprenda a parlare dell’area metropolitana del Veneto.

Pier Paolo Baretta, per il Pd la scelta del “sì critico” al quesito è stata travagliata.

“Sì, perchè il tema dell’autonomia e del federalismo ci appartengono, né siamo convinti e agiamo di conseguenza da tempo, senza ambiguità. La complessa discussione all’interno del Pd è stata dovuta dall’utilizzo strumentale che è stato fatto da parte della Lega e di Zaia, che hanno inteso schiacciare il tema in una logica di parte e con un quesito così generico da essere di difficile declinazione…”.

Perché complessa, al Pd bastava dire sì, se d’accordo, oppure no.

“Non è così semplice; da un lato andava difeso il valore dell’autonomia e del federalismo senza lasciarli come bandiera nelle mani di altri; dall’altro, rendere evidente l’uso politico e l’errore di avere messo in moto un meccanismo con alla base una logica referendaria, quando, invece, la strada per portare a casa il risultato era quella di un negoziato serrato tra governo e Regione”.

Comprensibile la delicatezza politica. Ma perché, visto che il Pd ha ormai da tempo fatto proprio il concetto di federalismo, tanto da menzionarlo anche nel proprio Statuto per regolare i rapporti centro-periferia, non ha azzardato e andare al vedo delle proposte di Zaia, magari trovando anche un cammino concordato nel nome dei veneti?

“Non dovevamo dimostrare di essere i primi, già lo eravamo. Ripeto, la nostra contrarietà era sull’uso del referendum. Per noi la strada migliore era, ed è, quella del negoziato. Il governo più volte ha dichiarato la sua disponibilità, ma la Regione Veneto, leggasi Zaia, ha preferito agitare le bandiere attraverso come prova di forza”.

Fa così paura questo referendum seppure consuntivo, con il quale un popolo può esprimere la sua volontà su un tema così importante?

“Nessuna paura. Tanto che non abbiamo mai messo in discussione la legittimità della consultazione… e dico che qualsiasi accostamento a quanto sta accadendo in Catalogna è improprio…”.

Ovvio, a Barcellona si tratta di indipendenza, di distacco dalla Spagna.

“Appunto, il referendum veneto è legittimo, i veneti si pronuncino. Ma non accettiamo il messaggio che è stato dato ai cittadini. E cioé che dal 23 ottobre cambierà tutto… invece non cambia niente e dovrà essere imboccato proprio quel percorso che la Lega ha rifiutato per mesi (la trattativa); poi è stato detto “saremo più forti per negoziare”… ma la forza serve se uno dei negoziatori non vuole trattare mentre il governo è pronto a trattare. Ma c’è una cosa che mi preoccupa di più…”.

Quale?

“L’intreccio di messaggi che vengono dai promotori del referendum: il confine tra autonomia, federalismo, indipendenza e secessione è netto ma rischia di essere labile stando alle parole che vengono pronunciate. E mi chiedo: se per caso stravincerà il sì, il giorno dopo la consultazione diremo ai veneti che le loro attese si tradurranno semplicemente nel fare esattamente quello che si poteva fare sei mesi fa? Per il resto tutto legittimo, tanto che, seppure con le difficoltà che dicevo, il Pd ha deciso per il sì anche se critico. Per questo concordo con lei: il presidente della Regione poteva provare a costruire l’unità dei veneti anziché mostrare i muscoli”.

Lei critica anche la formulazione del quesito.

“Il quesito doveva essere più serio, con più contenuti evidenziando le materie sulle quali richiedere la competenza: governare non è solo fare propaganda . E starei anche molto attento sulla questione fiscale a cui Zaia fa riferimento…”.

Si riferisce alla sottolineatura sul cosiddetto residuo fiscale? Ha una oggettiva concretezza.

“Oggi il Veneto versa 70 miliardi nelle casse dello Stato e ne riceve 58 (un po’ meno dell’80%) , con un differenziale di 17 miliardi. Quindi, paradossalmente c’è un margine minimo di negoziato per arrivate al mitico 80% che non giustifica tutto questo ambaradan. La cosa concreta, che interessa alla gente, è con quali soldi attuare l’autonomia e per fare cosa”.

Zaia dice che il passo successivo sarà quello del federalismo fiscale da raggiungere sempre attraverso l’attuale Costituzione perché la modifica della Carta sarebbe complessa. Il riferimento è alla attribuzione al Veneto dello status di Regione Speciale che avrebbe un percorso molto lungo e per nulla politicamente facile.

“Appunto, se l’aspettativa è quella di un Veneto alla stregua del Trentino Alto Adige, io mi chiedo se non sia invece il caso di andare oltre le Regioni a Statuto Speciale. Voglio dire, invece di costituire una nuova specialità, avrei capito una battaglia per ridurre le altre specificità e puntare, invece, alla benedetta macro regione del Nordest tenendo conto delle più omogenee specificità economico-sociali di questa area vasta”.

E magari insistere anche sulle aree metropolitane del Veneto, le famose Padova-Treviso-Venezia e Verona-Vicenza?

“Lega permettendo. L’allora sindaco di Padova, Massimo Bitonci, si era messo di traverso nonostante le indicazioni del Carroccio. Il filo del discorso va ripreso, studiando ipotesi di integrazioni economiche come un’unica autorità portuale dell’Alto Adriatico, un unico aeroporto del Nordest e così via”.

Da viceministro, che problemi di bilancio statale creerà l’attribuzione di maggiore autonomia al Veneto?

“ Tutto dipende dal negoziato, contenuti e quantità del trasferimento dei fondi saranno oggetto della trattativa. I soldi che sono stanziati oggi per il Veneto lo saranno eventualmente domani. Perciò nessun problema per i conti pubblici. E’ ovvio che, nel caso al Veneto restasse tutta la fiscalità del territorio, va da sé che ci sarebbe una redistribuzione dei trasferimenti da Roma”.

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