Autonomia, libertà se si costruiscono regole utili per tutti i cittadini

di Silvio Scanagatta *

Non si può parlare dell’autonomia in Veneto, senza fare qualche accenno storico. La storia di questa regione è, come risaputo, profondamente legata alla millenaria esperienza della Repubblica di Venezia.

La relativamente breve storia successiva non è riuscita che in parte ad eliminare le radici profonde della Serenissima. Uno dei temi che più fortemente hanno condizionato questo lungo percorso storico è quello che deriva dalla collocazione geografica di questa terra. Per Roma era strategico il passaggio per via terra negli antichi domini dei Veneti perché era la via principale attraverso cui comunicavano Oriente e Occidente dell’Impero. Certo vi era la via del mare in alternativa, ma erano tempi pericolosi per la sicurezza dei trasporti marini e quindi l’economia e le strategie militari dell’Impero passavano molto spesso per il Veneto.

Ho già avuto modo di scrivere come la nascita di questo territorio e del matriarcato che ne deriva hanno origine con la bonifica e la divisione delle terre che venivano offerte ai legionari come buona uscita ed erano le loro donne, sicuramente temprate quanto i mariti dai percorsi delle legioni, che avevano una lunga esperienza di agricoltura nelle più lontane regioni in cui l’esercito operava.

Venezia in realtà è la continuazione di questa lunga storia perché gestisce con altrettanta durezza e abilità il nuovo modello di mondo globale, quello del Mediterraneo, il nuovo territorio di passaggio di ricchezze, idee e interessi tra Oriente e Occidente.

Come si può facilmente immaginare lo scenario che deriva da questa pur breve premessa, mostra un percorso millenario di una terra di incontri, di scambi e di confine, gestita con la forza e l’astuzia da una popolazione la cui caratteristica principale, per terra e per mare, è sempre quella di provenire da uno straordinario melting pot, miscuglio di genetiche provenienti da tutto il mondo conosciuto.

Sia nel millennio di Roma e sia in quello di Venezia gli incroci genetici in Veneto sono la normalità e da questo deriva un popolo che si rinnova continuamente, geneticamente e razzialmente, con una ferrea logica di autonomia.

L’affermazione può sembrare paradossale, ma è comprensibile se pensiamo al fatto che la sopravvivenza dell’identità veneta  deve affrontare, sia nel millennio di Roma e sia in quello di Venezia, la necessità di avere una popolazione in grado di adattarsi agli enormi cambiamenti dei vari tipi di globalizzazione che evolvono in questa lunga storia.

Possiamo oggi tranquillamente dire che questo formidabile processo di integrazione delle diversità, specie per le provenienze nordiche e orientali, hanno prodotto una popolazione fortemente portata a rispondere velocemente ai grandi cambiamenti di tutti i modelli di globalizzazione. Perfino oggi assistiamo a questa energia genetica, quando vediamo i nostri conterranei con la valigia in mano che cercano di adattare le loro aziende alla economia mondiale contemporanea.

Viene quindi da chiedersi quale sia l’identità caratteristica di un popolo che trova la sua unità nel modo di rispondere alle intemperie dei tempi.

Vale la pena di fare una provocazione pensando che l’anima del Veneto stia nella sua capacità di autonomia, ma questa provocazione va spiegata molto bene se non si vogliono fare errori grossolani, come quello di pensare che l’anima veneta sta nello stereotipo giornalistico dei schei,  che confonde la superficialità del risultato con la più importante capacità di ottenerlo.

Autonomia, come ben sappiamo, significa capacità di darsi regole e leggi; possiamo quindi eliminare facilmente le deformazioni attuali di chi vuole educare all’autonomia gli altri  o, peggio ancora, chi in politica la vuole chiedere al Sovrano.

Autonomia invece è il grado massimo della libertà quando un soggetto o una collettività riescono a costruire regole utili ed efficaci sui bisogni propri e collettivi.

Basta leggere intelligentemente Macchiavelli per escludere quindi che autonomia sia quella che fa regole utili a sé e dannose agli altri. Perfino il Principe deve stare bene attento a fare leggi che producano consenso e legittimazione al suo governo; i tiranni che credono di essere gli unici depositari dei bisogni di tutti, finiscono per crollare se un popolo ha una autonomia matura di pensiero e cultura.

Autocostruirsi le regole più capaci di interpretare i bisogni collettivi è anche oggi visibilmente la legge più efficace dell’economia; pochi possono credere poi che l’autonomia nella morale della vita di tutti i giorni o nella politica possa essere invece una specie di libero arbitrio decisionale in cui esercitare la forza per prevalere sugli altri.

Oggi stiamo assistendo ad una tensione epocale nello scontro tra paesi ricchi e poveri, in cui i poveri sembrano degli aggressori violenti, attraversi l’immigrazione, e i ricchi sono spesso tentati di usare la forza per murare la povertà fuori dalle proprie case.

Chiaramente questi non sono modi di costruzione di autonomia ma piuttosto progetti di autodistruzione.

Il Veneto da questo punto di vista è l’esatto esempio contrario. La bimillenaria esperienza di integrazione di culture e popoli stranieri lo ha fortemente arricchito di una formidabile capacità, che non sempre è semplice da realizzare, quella di integrare forza lavoro straniera.

I numeri sono chiari: su quasi cinque milioni di abitanti in Veneto si è integrato in un decennio un insieme di quasi mezzo milione di persone proveniente da oltre cento paesi e comunità straniere.

Di fronte a questi numeri non resta che pensare che il processo di integrazione è frutto di una forte capacità di costruzione di regole includenti da parte di una popolazione che accetta lo straniero, se è disposto a lavorare, fare una famiglia, educare dei figli e rispettare le regole comuni per la vita quotidiana e per le scelte politiche e sociali.

Con questo esempio si possono distinguere facilmente le sciocchezze di un’autonomia intesa come egoismo relazionale, ben diversa da un’autonomia intesa come libera scelta di un bene soggettivo che è tanto più forte quanto più è utile a tutti.

È se vogliamo lo scontro tra la cultura che vuole solo tenere le cose fastidiose lontane dal proprio giardino e quella che vuole fortemente pace e benessere evitando guerre e disuguaglianze.

Si tratta di due modi molto lontani di intendere l’autonomia; nella storia veneta degli ultimi due secoli, la presenza di stati fortemente centralizzati non ha reso facile il tentativo di costruire autonomie, specie locali. Il legislatore nella Costituzione aveva bene intravvisto la necessità forte di avere luoghi politici di decisione per le autonomie locali e il Veneto è tra le aree europee che maggiormente ha saputo approfittare, pur tra mille difficoltà, dei modesti spazi di autonomia offerti dalle legislazioni di stati che continuano ad essere fortemente portati alla centralizzazione.

Questo ha portato ad un rischioso equivoco e cioè a pensare che basti avere una autonomia formale per essere più liberi nelle decisioni. In realtà è vero il contrario e infatti le grandi battaglie per l’autonomia (si pensi alla richiesta di federalismo) si sono spesso infrante sulla incapacità delle comunità locali di essere capaci di vivere la propria libertà e non solo di chiederla come concessione da ottenere.

In questo il Veneto ha qualcosa da mostrare; iniziamo con la scuola: a parità di legislazione e di Stato il Veneto vanta una scuola di alto livello su tutti i gradi, eppure molti insegnanti da sempre vengono da altre regioni, molti studenti sono extra veneti o extra qualcosa altro.

Nell’economia è ben noto che il Veneto ha una marcia in più sia nei periodi di benessere che in quelli di crisi. Nella crisi più recente centinaia di aziende sono state vendute a stranieri, che non le hanno certo spostate ma piuttosto rifinanziate localmente.

Nella vita di tutti i giorni il Veneto sta offrendo un panorama di risorse quotidiane diffusamente apprezzate da milioni di turisti. Questo quadro tuttavia è troppo bello per essere del tutto definitivo, in realtà i problemi son molti a ben noti.

Dal punto di vista dell’autonomia, la capacità di costruire e rispettare regole che contemporaneamente siano utili a se stessi e agli altri è facilmente visibile nella stampa locale quando riporta una lamentazione generale sul fatto che imprenditori, politici e intellettuali non sanno fare sistema. Di conseguenza il sistema economico, politico e sociale, pur ricchissimo di potenzialità finisce per essere perseguitato da un nanismo basato sulla modestia delle prospettive strategiche degli attori sociali più importanti.

La formidabile capacità di autonomia che per molti aspetti pervade il DNA dei veneti, si infrange in quella che possiamo chiamare la pochezza della sua classe dirigente. Una prova per tutte è data dalle banche con il disastroso risultato di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza.

Il disastroso risultato della gestione tutta veneta di questa gigantesca catastrofe finanziaria dimostra come sia inutile disquisire di autonomia, quando questa rischia di produrre questi risultati. Non occorre andare oltre per capire che una società fortemente capace di autonomia costruttiva e includente non può pensare di trasformarla in proposta politica finchè non accetta la sfida delle difficoltà insite nel costruire una classe dirigente capace di costruire autonomia con le leggi esistenti e solo successivamente renda possibile (utile) anche una maggiore autonomia formale. Per ora qualunque modello di autonomia appare inadeguato e stereotipato, finché non si riesce a massimizzare le opportunità già esistenti.

Insomma la forza delle aspettative di maggiore autonomia passa attraverso una crescita importante di una società capace globalmente di costruire una qualità di vita migliore e un sistema di relazioni sociali esemplare.

Questo è il migliore asso che i nostri politici dovranno avere nella loro manica.


silvio scanagatta* Sociologo – professore Università di Padova

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