Dal dopoguerra, i politici che hanno fatto grande il Veneto

di Leopoldo Pietragnoli*

È stato a lungo un luogo comune, nell’epoca del boom delle fabbrichette e dei capannoni, quello per cui il Veneto era un gigante economico ma un nano politico: e poco importava se in quegli anni in posti di grande rilievo al governo il democristiano rodigino Antonio Bisaglia passava il testimone al socialista veneziano Gianni De Michelis, mentre il veneziano Gianni Pellicani coordinava il governo ombra del partito comunista e Tina Anselmi, trevigiana di Castelfranco, diventava la prima donna ministro della Repubblica… In realtà il Veneto ha dato un significativo contributo di grandi figure politiche al Parlamento italiano, a cominciare dalla Costituente; né si potrà dimenticare come la maggioranza di deputati e senatori veneti appartenesse alla Democrazia cristiana, partito di maggioranza al governo per quasi mezzo secolo.

Si diceva della Costituente. Quarantotto furono i “padri” della Repubblica, dei quali 25 democristiani, 14 socialisti, 7 comunisti, mentre uno ciascuno ne ebbero l’Uomo qualunque e l’Unione democratica nazionale. Ogni scelta è dolorosa, ma è indubbio che meritino particolare ricordo alcuni di loro, e sia fatta venia alle dimenticanze. Cominciando magari dal più votato, il giornalista veronese Guido Gonella, democristiano, che negli anni del fascismo aveva tenuto sul quotidiano vaticano L’Osservatore romano la rubrica Acta diurna, centrale di notizie libere da ogni parte del mondo; come ministro di Grazia e Giustizia (lo fu per 15 anni, dal 1953 al 1968) fu l’autore della legge istitutiva dell’Ordine dei giornalisti, di cui fu il primo presidente nazionale. Parlando di voci libere in anni oscuri, va subito citato il comunista Concetto Marchesi, catanese di nascita, che da rettore dell’Università di Padova nel 1943 lanciò agli studenti il famoso appello alla insurrezione; generazioni di studenti hanno usato la sua fondamentale  Storia della letteratura latina. Sarebbe diventata nota e importante in seguito, per la legge che abolì le case chiuse, la socialista padovana Angelina “Lina” Merlin, che arrivò alla Costituente grazie a un passato coraggioso di antifascista e partigiana, già impegnata per i diritti delle donne.

C’erano uomini maturi come il trevigiano Luigi Corazzin della Democrazia cristiana che era stato deputato con il Partito popolare nel 1919 e nel 1921 (morì pochi mesi dopo l’elezione alla Costituente) e come il veronese Giovanni Uberti, anch’egli deputato dei Popolari e più tardi senatore di diritto o il rodigino Umberto Merlin, tre volte deputato dei Popolari e sottosegretario nei governi prima del fascismo e più avanti ministro della Repubblica; e c’erano giovani debuttanti come il socialista Giancarlo Matteotti, che a sei anni era rimasto orfano del padre, Giacomo, ucciso dai fascisti, e che avrebbe poi avuto una lunga militanza parlamentare. Da alti vertici – la segreteria nazionale del partito nel 1923 – proveniva il comunista Mauro Scoccimarro, che sarebbe poi stato ministro e vice presidente del Senato; una giovane leva era invece il padovano Luigi Gui, democristiano, che sarebbe stato rieletto per otto legislature, e ministro con dodici governi (sua è la riforma che portò la scuola dell’obbligo a 14 anni); e ancora più brillante fu la carriera del vicentino Mariano Rumor, parlamentare per dieci mandati, ministro in nove governi, cinque volte presidente del Consiglio. Infine, una parola per il democristiano veneziano Giovanni Ponti, sindaco della Liberazione a Venezia e poi, tra l’altro, presidente della Biennale, e una per la comunista Maria Maddalena Rossi, che con Tina Merlin costituiva la ridottissima rappresentanza femminile dei parlamentari veneti, due su 48. I 25 democristiani erano tutti maschi.

….alla prossima puntata!


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