Le frane delle Dolomiti: nuovi disastri o eterne realtà ?

di Franco Secchieri*

Certamente una frana enorme che precipita da una grande e famosa parete dolomitica può provocare anche un impatto mediatico di notevole rilevanza. E’ il caso della frana staccatasi a metà ottobre dalla parete Ovest del Monte Civetta (3.220 metri), cima famosa dell’agordino. Riguardo a tale episodio un noto quotidiano titolava : “Allarme e paura sulle Dolomiti”.

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Monte Civetta (3220 m) con la parete da cui si è staccata la frana del 16 Ottobre 2017

Certamente questo evento può essere stato amplificato dal contesto ambientale e paesaggistico nel quale si è verificato. Infatti la grande parete occidentale che si erge maestosa con un salto di circa 1000 metri, domina Alleghe e il suo lago, sopra gli occhi delle migliaia di turisti che vi transitano, sia d’inverno che d’estate, costituendo uno dei più famosi tra i tanti paesaggi dolomitici che caratterizzano una delle aree montuose più famose del mondo.

Tuttavia non si tratta di un fenomeno raro e nemmeno anomalo, anzi. Questo tipo di frane possiamo definirle la normalità per queste montagne, le cui forme straordinarie si devono proprio a queste dinamiche evolutive che portano alla loro caratteristica morfologia.

Se esaminiamo l’accaduto dal punto di vista geologico possiamo, senza svilirne certamente la fama, paragonare queste crode ai ruderi di un grande castello, per la maggior parte crollato, e del quale oggi rimangono solo i resti delle antiche mura e delle grandi torri.

Le Dolomiti, come tutte le montagne della Terra, sono il risultato di una eterna lotta tra due grandi forze : da una parte quelle endogene che, muovendo le placche della crosta, portano alla orogenesi (cioè il sollevamento) e dall’altra i grandi agenti esogeni (vento, pioggia, neve, sole e ghiaccio) che le sottopongono ad un continuo smantellamento.

Possiamo quindi dire che il paesaggio altro non è che il momentaneo – secondo la dimensione del tempo geologico – risultato dell’eterno scontro tra le forze che costruiscono e quelle che distruggono.

Naturalmente il risultato estetico, se così lo possiamo chiamare, cioè le forme molteplici e diverse che assumono le montagne, dipende anche dal materiale di cui esse sono fatte, cioè le rocce. Da quelle sedimentarie a quelle metamorfiche, da quelle intrusive a quelle effusive, dai calcari alle marne, dai graniti alle filladi, in un campionario straordinariamente vario e vasto, e tale per cui ad ogni tipologia corrispondono forme diverse e particolari.

Non c’è dubbio che le rocce calcaree – e le dolomie in particolare – sono quelle che danno origine alle forme più belle, con le creste seghettate, torri strapiombanti, pareti vertiginose. Queste rocce si disgregano per crollo, dando sovente luogo a grandi frane proprio come quella della Civetta.

In anni di studi e rilievi sulle Dolomiti, ho avuto modo di osservare tantissimi episodi di frana, in tutti i gruppi montuosi. Una frana la ricordo in maniera particolare dato che, casualmente, mi trovavo sul posto (in aereo), al di sopra delle Crode Fiscaline, proprio nel momento in cui una grande porzione di parete sommitale si è staccata dalla Cima Una, provocando tra l’altro una enorme nuvola di polvere che ha imbiancato l’intera valle Fiscalina.

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 La val Fiscalina imbiancata dalla polvere generata dalla frana di Cima Una

D’altra parte, i grandi conoidi che si estendono ai piedi delle crode, altro non sono che il risultato dell’accumulo del materiale clastico proveniente dai crolli, grandi o piccoli che siano.

Proprio da questi accumuli hanno poi origine poi altre tipologie di frane, tra cui anche i così detti “debris flow”, come quelli che caratterizzano i fianchi della Valle del Boite, creando spesso non pochi disagi per chi vuole raggiungere Cortina d’Ampezzo.

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 Caratteristici debris flow che segnano il versante sinistro della Valle del Boite, tra Cortina e S. Vito di Cadore.

Dunque nessun allarme e paura: certo che queste montagne esigono risetto e prudenza. E’ anche probabile che i mutamenti climatici in atto possano amplificare questi fenomeni, magari rendendoli più frequenti. Tuttavia, quando un crollo di rocce si abbatte provocando danni, non possiamo lamentarci se costruiamo strade o case nelle aree che appartengono a queste montagne dove hanno tutto il diritto di restare libere per scaricare a valle la loro vivacità evolutiva.


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