Referendum, finalmente si riparla di autonomia

di Giorgio Gasco*

Più autonomia al Veneto, sì; più autonomia al Veneto, no. Il discorso non va articolato su chi è favorevole o contrario al referendum consultivo a cui sono chiamati poco più di 4 milioni di cittadini, o sulle procedure (per altro tutte legittime e previste dalla Costituzione), quanto piuttosto sull’aspetto che ufficialmente nessuno dei partiti presenti e/o strutturati in regione (nel senso, con rappresentanti eletti nelle varie istituzioni venete) ha ufficialmente espresso parere contrario alla consultazione voluta, e ottenuta, dalla Lega sia in Veneto che in Lombardia. E ci si può anche accapigliare sulla metodologia (che ripetiamo, è in linea con tutto l’ordinamento legislativo esistente) seguita dalle due regioni a guida leghista: semplice mozione approvata dal consiglio regionale in Lombardia (un atto amministrativo), senza previsione di un quorum per la validità del voto e utilizzo dei tablet ai seggi (spesa totale 50 milioni); una legge votata dal Consiglio regionale del Veneto (14 milioni la spesa per la consultazione) con tanto di quorum del 50% più uno degli elettori aventi diritto, impugnata dal governo nazionale, ma che ha ottenuto il via libera dalla Corte Costituzionale che ha però cassato altri quattro quesiti referendari perché palesemente illegittimi poiché al limite con l’indipendenza.

Il vero argomento di una eventuale discussione che le partiti dovrebbero affrontare è di aspetto politico: è innegabile che l’iniziativa voluta dal governatore veneto Luca Zaia ha oggettivamente costretto tutti i partiti, nazionali e con derivazione regionale, a riaprire il discorso sull’autonomia, che non è l’indipendenza in salsa catalana, ma è la richiesta di avere la potestà di gestire, organizzare e spendere i relativi fondi a seconda delle esigenze del territorio senza aspettare che sia solo e sempre lo Stato a suddividere tutto il gettito fiscale che incassa e distribuirlo con il contagocce, quasi come fosse una mancia. Già ora, le Regioni hanno la titolarità su alcune materie, ma non totalmente. Il Veneto come la Lombardia vogliono avere più competenze, né più ne meno di quelle elencate nell’articolo 117 della Costituzione. L’iniziativa delle due regioni ha fatto proseliti: anche l’Emilia Romagna vuole altrettanto, ma ha preferito scegliere la via della trattativa diretta con lo Stato, utilizzando l’altra ipotesi prevista dalla Costituzione, quelle del confronto diretto. Ma un dubbio resta: come mai tutto ha avuto inizio solo quando si è venuti a conoscenza dell’iniziativa di Veneto e Lombardia? Perché l’Emilia Romagna non ha provveduto prima, visto che la riforma della Costituzione del 2001 già prevedeva questa possibilità? Forse per sminuire il referendum lombardo-veneto? I meandri della politica…

Dopo mesi di scontro, di accuse di illegittimità nonostante il timbro da parte del massimo organismo che tutela la Costituzione, la novità politica è l’aver rimesso il tema dell’autonomia al centro del dibattito tra i partiti. E’ vero, da domani non cambia nulla in modo evidente. Ma sicuramente, come Zaia ha più volte ripetuto come un mantra, una concreta consistenza del risultato referendario sarà un grimadello per iniziare a trattare con il governo, forte dell’investitura popolare avendo coinvolto tutti i veneti. Proprio tutti i veneti. E lo sanno anche nel centrosinistra. La cartina di tornasole sta nel fatto che proprio il Pd, dopo il sì al referendum da parte dell’assemblea regionale del partito, ha addirittura presentato l’elenco di materie-competenze che Zaia, a nome di tutto Il Veneto, dovrà cercare di portare a casa. Solo nove materie, contro le 23 che vorrebbe il governatore (quelle previste dalla Carta) perché, spiegano i dem, “23 ce le possiamo scordare”. Aver preso coscienza e posizione addirittura elencando le competenze da strappare a Roma, è un grande passo avanti per il Partito Democratico a dimostrazione che, finalmente, il partito veneto è riuscito a staccarsi dalle logiche romane dando concretezza al concetto di autonomia-federalismo che proprio i Ds 16 anni fa hanno voluto inserire nella riforma della Costituzione, salvo poi dimenticarlo e lasciarlo solo sulla carta. Proprio a causa della cecità di chi si è alternato al governo del Paese, anche di centrodestra.

Per questo, posizioni di ripensamento su validità e utilità del referendum proprio di singoli esponenti dem, risultano incomprensibili. Come ha fatto Alessandra Moretti, vicentina, consigliera regionale dopo una breve esperienza all’Europarlamento, nata politicamente sotto l’ala di Pier Luigi Bersani e poi passata sotto quella di Matteo Renzi quando l’ex sindaco di Firenze è arrivato alla segreteria nazionale del partito, poi costretta d dimettersi da capogruppo dem nell’assemblea veneta a causa di non tanto sottaciuti dissapori con il resto dei dem. Al contrario, invece, esponenti pd come Achille Variati, sindaco di Vicenza, presidente metropolitano della Provincia nonché presidente dell’associazione nazionale delle Province Italiane, e della deputata trevigiana Simonetta Rubinato hanno subito ben accolto la consultazione, addirittura invitando gli elettori a votare per il sì, convinti da una parte del momento storico (ricordiamo che si tratta del primo referendum del genere in Italia), dall’altra che, forse, è meglio non lasciare solo alla Lega il merito politico di scombinare gli equilibri centro-periferia.

Su altri due fronti, anche Cinquestelle e Forza Italia si sono fatti parte attiva per centrare l’obiettivo, mentre poca udienza il referendum ha avuto nel campo di Fratelli d’Italia, alleati di Lega e Forza Italia, dove, la leader nazionale Giorgia Meloni vede nel pieghe della consultazione la possibilità di favorire una frattura dello Stato “mentre noi sosteniamo un federalismo patriottico”. Cosa smentita dallo stesso Zaia come dalla Corte Costituzionale che non ha riscontrato illegittimità o aspetti di eversione nel quesito referendario.

Dunque, se da domani nulla cambia in modo evidente, è altrettanto vero che si inizia un cammino per costruire nuovi rapporti con lo Stato. Se tutto andrà per il verso auspicato dai governatori di Veneto e Lombardia, i due si presenteranno a Palazzo Chigi con l’investitura popolare, con l’elenco dettagliato delle competenze e dovranno anche iniziare un’opera di lobby con i parlamentari anche se il tutto cade in un momento non certo propizio con le elezioni politiche che presumibilmente si terranno a marzo. Zaia ritiene che la trattativa può concludersi in sei mesi, quindi prima del voto. Al contrario, dicono il governatore e Roberto Ciambetti, presidente del consiglio regionale, qualunque candidato al parlamento e/o candidato premier “dovrà venire qui in Veneto e promettere di mettere l’autonomia al primo posto del loro programma e solo così potrà sperare di prendere voti”.


*giornalista

giorgio gasco

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