Azzalin, il dem astensionista attacca il Pd nazionale

di Giorgio Gasco*

 

Graziano Azzalin, di Rovigo, consigliere regionale del Pd, promotore dell’astensione al referendum di domenica. Allora, si sente sconfitto?

“No”.

E’ innegabile, ha vinto il governatore Luca Zaia, con il 57,2% degli elettori aventi diritto e con il 98% di sì all’autonomia.

“Partiamo dai dati: per il sì si erano pronunciati Lega, Cinquestelle e Pd anche se una parte di dem ha deciso di non allinearsi, Fratelli d’Italia seppure in disaccordo con il vertice nazionale, e i centristi. Nessuno era contrario al referendum. Però, se al 57% si sottrae il 2% di voti contrari, Zaia ha portato a casa il 55%”.

Però, sempre di vittoria si tratta.

“Ma non è un successo, questi consensi li aveva già prima, dalle elezioni regionali del 2015. E allora perché spendere 14 milioni per ribadire un consenso già noto?”.

Però è innegabile che l’iniziativa referendaria ha creato un cortocircuito nel Pd, tra quello locale e quello nazionale.

“Direi un cortocircuito tra Pd veneto e nazionale e tra Pd nazionale e società, cioé tra Pd e politica”. E il governatore si è infilato nel mezzo, evidenziando le vostre contraddizioni.

“La sua è una posizione strumentale tanto che, prevedo, non concederà margini di trattativa: proporrà solo quello che vuole lui. Eppure, tra chi è andato a votare c’é qualcuno che ha idee diverse da quelle di Zaia sull’autonomia. Chiederà a l governo tutto e il contrario di tutto”.

E il Pd starà a guardare?

“Il mio partito ha fatto una proposta per chiedere l’autonomia su 9 materie, Forza Italia su undici… ora ce la incartiamo e la portiamo a casa, come era prevedibile”.

Il governatore ha garantito che il contratto con lo Stato sarà sottoposto a tutti, anche ai partiti e poi passerà alla discussione in Consiglio regionale.

“Va bene, però ha precisato che il Consiglio “approverà in tempi rapidi la mia legge”. Come dire che l’assembla veneta è relegata a ruolo di mero ratificatore dei suoi desiderata. Vedremo cosa succede”.

Cosa avrebbe dovuto fare, che non ha fatto il Pd?

“Nessuno in Veneto è contro l’autonomia, neppure chi come me ha predicato l’astensione. Abbiamo contestato l’utilizzo strumentale del referendum perché il quesito non era chiaro. Il Pd doveva denunciare questa strumentalizzazione da parte di Zaia, fare una proposta chiara e battersi su questo terreno per evitare, come invece è successo, che non si parlasse dei veri problemi del Veneto. Invece, con la chiamata al voto, Zaia ha dato un colpo di spugna a tutte le cose che non funzionano, come se fosse colpa di altri e che questa classe dirigente capitanata dallo stesso governatore non c’entrasse assolutamente nulla. Invece siano al disastro per le infrastrutture, per il sistema creditizio. E la sanità va così bene? C’è uno sciopero da mesi dei medici di base che imputano alla Regione un deficit organizzativo grave nell’applicazione del piano socio sanitario, del non avvio delle medicine di gruppo, della non apertura degli ospedali di comunità. Si punta sull’eccellenza? Ma quale, piuttosto sulla ridondanza dell’innovazione tecnologica anche dove è ripetitiva e dove compri macchine che non utilizzi perché mancano i turni del personale, concorsi per medici che vanno deserti perché nessuno vuole andare a lavorare in alcune realtà”.

In pratica, i suoi colleghi di partito sono stati quanto meno improvvidi: hanno presentato un progetto su sei materie a due giorni dal voto.

“Già, una cosa senza senso né valore politico: chi se n’è accorto? Il problema era un altro, politico: di fatto con il referendum si chiedeva il riequilibrio delle tasse, la messa in discussione del sistema che regola la nostra comunità nazionale. Su questo dovevamo avere il coraggio politico, invece temo che il Pd scomparirà alle prossime elezioni politiche del 2018. Il risultato referendario è la remessa perché il Pd sia asfaltato. Chi ha votato sì al referendum, voterà per Zaia-Lega, perché deve votare il Partito Democratico”.

La causa-colpa è dei dem veneti o del partito nazionale?

“Un anno fa quando è iniziato il dibattito sul referendum, i vertici nazionali del Pd non hanno snobbato il partito veneto, quanto la questione che era già in gioco: noi li avevamo avvertiti di considerare il tema dell’autonomia e di non sottovalutare l’iniziativa della Lega sia sul piano politico che istituzionale. Sul piano politico perché era evidentemente una campagna strumentale che aveva, e ha, come obiettivo le elezioni politiche; sul piano istituzionale perché era già chiaro allora che bisognava far partire un decentramento amministrativo vero, con responsabilizzazione del territorio: argomento molto sentito in Veneto. Il governo avrebbe dovuto ascoltare la voce del Veneto, e dire sì alla trattativa in modo concreto non solo rispondere, come è stato fatto, con una lettera; doveva essere più celere e convocare subito il tavolo delle trattative. Si sarebbe tolto il giocattolo dalle mani di Zaia”.

E invece, silenzio. E pensare che siete stati voi, quando vi chiamavate ancora Ds, a riformare nel 2001 la Costituzione in senso federalista.

“Esatto. Invece tutto è stato sottovalutato e ora tutti incoronano Zaia.

Lo scorso anno Renzi era troppo impegnato con il “suo” referendum.

“Diciamo che tutto il partito è stato distratto. Certo che Renzi ha sbagliato, e di grosso, a volerlo caratterizzare oltre il significato stesso del referendum…”.

Lo ha personalizzato.

“Quando uno dice “da una parte ci sono io, dall’altra tutto il mondo”, come a dire che gli altri sono ostili e solo lui funzionava, alla fine il resto del mondo lo ha mandato a casa”.

Cosa non fatta da Zaia.

“La sua furbizia è stata questa: non si è sovraesposto come ha fatto Renzi e soprattutto non ha avuto l’opposizione che ha avuto Renzi”.

Come Pd, cosa potete fare ora, solo leccarvi questa ulteriore profonda ferita?

“C’è solo una strada, ma la vedo dura. Credo che il partito si dividerà ancora quando Zaia presenterà con valenza di legge le 23 materie-competenze per la Regione. E chi ne ha presente 6 (il Pd, ndr.) cosa farà?”.

Piangerà?

“Ciò dimostra che è un non senso ciò che ha fatto il Pd in questi dodici mesi”.

Non avete più potere di rilancio?

“Chiedere 23 materie è irricevibile: come fa la Regione a gestire questa mole di competenze, con la “macchina” organizzativa che ha oggi? Inoltre, gestire alcune materie non ha senso. Per le altre, possiamo essere d’accordo se la trattativa sarà seria. Ma credo che, invece, sarà una continua propaganda, con crescendo rossiniano, di Zaia fino alle elezioni laddove si continuerà ad attaccare Roma che non ascolta il popolo veneto. E avanti così. E di fatto, l’unico attore che in Veneto potrà dire qualcosa è Zaia”.

E dal Pd, silenzio.

“Cosa può dire il Pd: si è accodato a Zaia per il referendum. Io continuerò nella mia battaglia e spero che il partito si ravveda. Il dato referendario nella provincia di Rovigo, la mia, (60% di no, e 39,7 di sì) a dimostra che una seria opposizione poteva cambiare il risultato. Per questo dico che non ha vinto il popolo veneto, ma ha vinto Zaia. E alzerà la voce anche sulle tasse che devono restare in regione: era quello il contenuto del referendum E che il ministro Martina venga fuori adesso a dire che la Costituzione non lo permette, cosa si risponderà ai veneti che sono andati a votare proprio sperando di poter gestire in casa il flusso fiscale? Per rimediare ci vuole un consenso politico che il Pd deve guadagnarsi alle politiche. Ma se Renzi viene in Veneto e dice che il voto referendario non serve e che è sola propaganda dei veneti a favore di Zaia, la risposta gli è arrivata a stretto giro: caro Renzi non capisci la realtà veneta. Quanta sprovvedutezza. Fra qualche mese, come faremo noi dem veneti a proporre ai nostri elettori Renzi come candidato premier e spiegare il contrario di quello sul quale Zaia ha preso quasi il 60% dei consensi?”.

 


giorgio gasco*giornalista

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