Zaia: ora tasse alla regione e Veneto “Speciale”

di Giorgio Gasco*

Alla fine, alle 23,30 di domenica notte, nonostante l’attacco informatico da parte di hacker, il risultato del referendum consultivo per una maggiore autonomia dallo Stato, è arrivato grazie al vecchio, fedele telefono: il Veneto ha accolto la proposta del governatore leghista Luca Zaia con una affluenza del 57,2% (oltre 2 milioni di elettori sui poco più di 4 milioni degli aventi diritto) e con una percentuale bulgara di sì (98,1%). Dunque, lo spauracchio del quorum (50% degli elettori più uno) è stato superato. Esito molto distante di quello ottenuto in Lombardia, dove non era fissato il quorum, dal collega di Zaia, Roberto Maroni: il 38,25% di affluenza, con il 95,29 di sì.

All’ultima telefonata dall’ultimo seggio, il governatore del Veneto ha sciolto il riserbo, si è presentato, accolto da applausi, nel salone nobile di Palazzo Balbi a Venezia, sede della Giunta regionale, per leggere i dati dello spoglio. “Sono contento di aver potuto scrivere una pagina di questa storia…”. Nel senso che per lui, l’avere incassato il sostegno del “popolo veneto” nella battaglia con Roma per l’autonomia della Regione, è il coronamento dopo “la madre di tutte le battaglie”. Ovviamente istituzionale, senza colpi di cannone o cavalli di frisia, nel pieno rispetto delle norme in vigore: sentenza della Corte Costituzionale che dopo due anni di contenzioso con il governo Renzi, ha accolto il quesito dando il benestare al referendum che aveva contenuti previsti dalla Costituzione riformata nel 2001 dal centrosinistra. Cioè, l’applicazione degli articoli 116, 117, 118, 119 dove sono concesse maggiori forme di autonomia per le Regioni che lo richiedono.

Proprio perché secondo lui si volta pagina (“Da domenica notte dal panorama è uscita la politica lasciando il posto al popolo”) Zaia non si è accontentato di confezionare il “pacchetto” per il governo. Trascorse nel riposo le altre ore di domenica notte, ieri ha chiamato nuovamente a raccolta stampa e televisioni, anche straniere, per mettere il fiocco su quel “pacchetto”, con attorno tutti gli assessori a fargli da corona. Il Veneto vuole diventare una Regione a Statuto Speciale, ha quasi sillabato. Ben sapendo che il cammino è assai lungo: occorre modificare la Costituzione, il che può avvenire solo con una doppia lettura alle Camere e con una maggioranza dei 2/3 sia di Parlamento che Senato.

Intanto alcune premesse: ha ribadito il ringraziamento per quanti hanno lavorato per arrivare al risultato; ha ripetuto che il successo non è personale ma “di tutti i veneti”; ha ri-ribadito che il referendum non era affatto lo strumento per la sua carriera politica (leggasi ruolo di ministro in caso di vittoria del centrodestra alle politiche del prossimo anno, anche se qualcuno del Pd dice che il suo nome circola con insistenza nei corridoi del Parlamento): “Non lascio i veneti, insieme abbiamo iniziato un cammino, abbiamo fatto il primo gol. I cittadini che si sono recati a votare sotto la pioggia hanno diritto di portare a casa i risultati. Per questo intendo continuare qui, dove sono e dove resto”.

Lo spirito dell’appuntamento del giorno dopo è pervaso dall’idea che ora tutto sembra permesso, anche se si alza l’asticella. E come già si sapeva, Zaia non ha perso tempo. Nove ore dopo l’esito del voto, ha convocato la sua squadra di assessori incassando il via libera a tre iniziative di legge per dare senso concreto al referendum, e che di sicuro faranno sobbalzare sulla sedia gli interlocutori romani:

1) disegno di legge di iniziativa della Giunta regionale riguardante la “proposta di legge statale da trasmettere al Parlamento, come previsto dalla Costituzione” con elencate le 23 materie-competenze che il Veneto vuole ottenere dal governo: 20 materie di completa titolarità statale, tre a metà con la Regione. “Le vogliamo tutte” ha ribadito il governatore;

2) una legge regionale per istituire la Consulta del Veneto per l’autonomia, organismo permanente e rappresentativo di tutto il “sistema veneto”, di supporto alla delegazione che andrà a trattare a Roma. Zaia: “Non dobbiamo perdere tempo allungando il dibattito in regione, in 15 giorni tutti sono chiamati a dire la loro”;

3) non ultimo, un disegno di legge statale di iniziativa regionale per modificare l’articolo 116 della Costituzione, inserendo anche il Veneto nell’elenco delle Regioni a Statuto Speciale (Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Sardegna e Sicilia).

Una vera e propria bomba. Ancora più amplificata, leggendo le pagine 5 e 8 del primo disegno di legge. Affermando che i negoziati con il governo “saranno rivolti a chiedere di tradurre, nel breve tempo possibile, nella specifica intesa i contenuti dello stesso disegno di legge sull’attribuzione delle competenze”, si stabilisce che le risorse finanziarie necessarie per svolgere quelle competenze devono derivare dai 9/10 del gettito riscosso nel territorio regionale delle principali imposte erariali “che si aggiungono ai gettiti dei già esistenti tributi propri della regionali e agli specifici fondi di cui si chiede la regionalizzazione”. Traducendo, il Veneto come il Trentino Alto Adige. Tre pagine dopo si spiega che la modalità di finanziamento del nuovo assetto delle competenze, è “conforme a quanto previsto dall’articolo 116 della Costituzione, che impone il rispetto del successivo articolo 119, il quale a sua volta prevede che compartecipazione e tributi propri consentano di finanziare integralmente le funzioni pubbliche attribuite” al Veneto. Fatti due conti, il disegno di legge preparato da Zaia, considera i 9/10 come quota per svolgere quelle funzioni: quindi nove decimi sul gettito Irpef, altrettanto sul gettito Ires e sull’Iva.

Messi questi punti fissi, il governatore veneto ha stilato il cronoprogramma: “Sentiremo tutti i cosiddetti stakeholders in due settimane, come sindaci, presidenti provincia, associazioni categoria, onlus, comunità montane, ma anche forze politiche. Dopodiché “si procederà ad una seconda lettura in Consiglio regionale con tutte le eventuali osservazioni ed emendamenti”

Nella sua relazione con la quale illustra i tre provvedimenti, il governatore scrive che è necessario “abbandonare, una volta per tutte, il modello di regionalismo vigente che, per rispondere a una logica dell’uniformità dell’intervento pubblico di tutte le zone del Paese, ha bloccato le potenzialità delle realtà produttive che potevano trainare l’economia, creando di fatto un’Italia a due velocità”. Un modello, aggiunge Zaia, che “ha prodotto egualitarismo ma non uguaglianza, poiché nonostante l’uguaglianza formale di attribuzioni e competenze, il tessuto delle varie realtà regionali è rimasto attraversato da profonde differenze economiche e sociali, e si è drammaticamente esteso il divario tra Nord e Sud”.

E a chi ripete che il referendum è stata un’inutile pagliacciata? “E’ un dibattito surreale, anche perché è viziato dal fatto che abbiamo esperienze negative: quando leggiamo che la Sicilia ha 52 mliliardi di euro di tasse da recuperare dai siciliani, diciamo: questa è autonomia?”. Una stoccata anche per Maurizio Martina, ministro dell’Agricoltura, che ha avvertito il Veneto: il fisco non si tocca. “Mi pare che Martina sia un ministro, noi parliamo con il premier. E se il governo continuerà a dire che abbiamo perso tempo, bè troverà la mia risposta”. Infine un memento: “L’Italia è sempre più vicina al modello greco che a quello tedesco”.

Chi vuole intendere, intenda.


giorgio gasco*giornalista

 

 

 

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