Autonomia. Gentiloni apre a Zaia, Governo pronto a trattare

di Giorgio Gasco*

Due giorni dopo il referendum per l’autonomia del Veneto che ha visto il 98,2% degli elettori dire un sì tondo, e dopo aver rilanciato con i disegni di legge per arrivare a trattenere sul territorio i nove decimi delle tasse pagate dai cittadini e per ottenere il riconoscimento del Veneto a Statuto Speciale, il governatore Luca Zaia riceve una incoraggiante risposta dall’esponente più alto in grado del governo. E direttamente a domicilio.

“Guardo con interesse, rispetto, disponibilità alla discussione aperta dai referendum sul tema dell’autonomia. Sono disposto a fare dei passi avanti”. Parola del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, pronunciate a Marghera durante una visita alla bioraffineria Enel di Portomarghera. Non c’era Zaia: “Domani viene il premier a Venezia e mi chiedete se lo incontrerò? Direi proprio di no, mi pare sia una visita privata” rispondeva Zaia lunedì a chi gli chiedeva informazioni sull’ipotesi di un faccia a faccia. Però, il governatore ha accolto con soddisfazione l’apertura di una porta nel dialogo che vedrà di fronte Veneto e governo nella trattativa per dare seguito concreto al referendum: definire le 23 materie-competenze che passeranno in campo alla Regione. Poche righe da Palazzo Balbi, sede della Giunta Regionale in riva al Canal Grande: “Leggo in positivo le parole del premier. Non mancheremo di fare la nostra proposta nell’alveo della Costituzione, che parla non solo di competenze e di federalismo fiscale, ma anche delle modalità della trattativa”. Firmato Luca Zaia.

Gentiloni ha poi articolato la sua disponibilità mettendo non pochi puntini sulle “i”: “Lo dico qui a Venezia, la capitale del Veneto, come piace chiamarla al sindaco Luigi Brugnaro. Il governo è aperto al confronto nel merito con le Regioni per discutere su alcune funzioni, vedremo quali e a quali condizioni. Certo, non nascondo che sarà una discussione complessa, ma siamo pronti a farla ovviamente nei limiti fissati dalle nostre leggi e dalla nostra Costituzione”. Una chiosa: “Qui si discute di come far funzionare meglio il Paese, non si discute dell’Italia e della sua unità. Non abbiamo bisogno di ulteriori lacerazioni, ma bisogna ricucire quelle che la crisi ha provocato nel tessuto sociale”. Puntualizzare non guasta mai, però lo spirito del referendum non era di certo quello di generare una frattura tra Veneto e il resto dell’Italia. Come ha più volte ripetuto il governatore veneto, l’autonomia è prevista da quattro articoli della Costituzione. Che non si volesse dichiarare l’indipendenza, lo dimostra anche il particolare che tutti i partiti, di centrodestra e centrosinistra, si sono dichiarati favorevoli alla consultazione. Altro discorso si può fare sul disegno di legge statale di iniziativa regionale, già approvato dalla Giunta regionale, per iscrivere il Veneto nell’elenco delle Regioni a Statuto Speciale.

Il cammino sarebbe lunghissimo e pieno di distinguo: va cambiata la Costituzione all’articolo 116 per aggiungere il Veneto all’elenco che ora comprende Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna, quindi ci vuole il doppio pronunciamento per ognuna delle due Camere. Non a caso l’altro governatore leghista, il lombardo Roberto Maroni, non è stato molto accondiscendete alla fuga in avanti di Zaia, salvo poi correggere il suo pensiero (“sono disposto alla trattatova insieme per l’autonomia delle nostre due Regioni”). Il referendum non ha avuto l’esito riportato in Veneto: sono andati a votare 3.022.101 (38,33% degli aventi diritto), il 95,29% di sì; in Veneto 2 milioni 400mila votanti (57,2% degli aventi diritto), 98,1% di sì. Anche il leader padano Matteo Salvini ha storto un po’ il naso nel commentare l’iniziativa di Zaia per lo Statuto Speciale. Anche gli alleati di Forza Italia vogliono vederci chiaro. Renato Brunetta, veneziano, capogruppo alla Camera non è da meno: “Quella di Luca è una ffuga in avanti. Se tutte le Regioni diventassero speciali arriveremmo ad un nuovo ordinamento dello Stato vorrebbe dire un federalismo nuovo. E che poi è quello che proporremo noi al Paese. Ed è una visione all’interno dell’unità nazionale. Perché altrimenti un ragionamento egoistico ti porta necessariamente verso una deriva indipendentista”.

La differenza tra le due regioni confinanti va ricercata nella diversa sensibilità tra lombardi e veneti sul tema della “specialità”. E anche sulla diffidenza ormai più che ventennale che esiste tra Liga Veneta e Lega Lombarda. La prima, con ragione, a ribadire in ogni occasione il copyright sulla nascita del movimento (la prima volta ne ha parlato Franco Rocchetta nel 1968, e tutto il partito deve ringraziare i leghisti veneti se dopo il congresso delle “scope” il movimento ha retto); la seconda a perpetuare lo strapotere politico con l’espressione del vertice da Bossi, a Maroni a Salvini. Non ultimo, va ricordato che il prossimo anno il Lombardia si vota per il rinnovo del Consiglio Regionale e Roberto Maroni non vuole passare per troppo barricadero per evitare di precludere alla Lega e a sé stesso un ritorno al vertice della Regione.

Luca Zaia, invece, non ha questi ostacoli. Il suo mandato di governatore scadrà nel 2020, quindi ha tutto il tempo per gestire la trattativa con il governo, sia quello con premier Gentiloni (il governatore veneto spera di stringere i tempi) sia con il prossimo dopo le elezioni politiche del 2018. Tenendo sempre in mano la carta del Veneto a Statuto Speciale.


*giornalistagiorgio gasco

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