I veneti nella storia: viaggio nell’antica Altino

*di Martina Bisello

Quando si pensa alle antichità del Veneto, saltano immediatamente alla mente edifici classici imponenti, affreschi medievali, basiliche tardoantiche ed eleganti ville palladiane; si stagliano nel paesaggio del terzo millennio in tutto il loro splendore, con la maestosità di capolavori resistiti alle intemperie e alle vicende umane. Il loro fascino intatto è alla portata di tutti.
Ma ci sono altri siti, che il tempo inclemente, le guerre e i saccheggi hanno privato della loro monumentalità, delle loro bellezze, che pure sono esistite, hanno avuto il loro momento di gloria, per poi piombare in un oblio che per certi versi dura ancora oggi: Altino, antica città paleoveneta e poi romana, localizzata nell’attuale comune di Quarto d’Altino, è uno di questi, e possiamo esplorarne le vestigia al Museo Archeologico Nazionale di Altino.
L’efficace ed accattivante percorso museale ci accompagna, come un viaggio nel tempo, a scoprire la vita quotidiana e le abitudini dei nostri antichi antenati attraverso la grafica chiara ed elegante che integra alla perfezione la visione dei reperti frammentari e lacunosi, permettendoci di vederli come erano al momento della loro fattura. Infatti, la cultura materiale ci parla anche quando le fonti scritte
mancano: da queste ultime sappiamo che Altino, già in epoca preromana, era inserita in circuiti commerciali sia marittimi che terrestri, che la collegavano da un lato al Mediterraneo e all’Egeo, e dall’altro alle popolazioni celtiche a nord. All’epoca del primo insediamento di Età del Bronzo, gli abitanti di Altino erano gli antichi veneti, che, come ci racconta un’iscrizione nella loro lingua, chiamarono la città come una delle divinità che adoravano: Altino, un dio della natura selvaggia e dei corsi d’acqua, cui era dedicato un tempio. L’antico venetico, esemplificato da più iscrizioni, è una lingua curiosa: mentre i romani scrivevano esclusivamente sinistra a destra, i veneti scrivevano indifferentemente da destra a sinistra o da sinistra a destra. La loro scrittura poteva addirittura avere andamento bustrofedico (come l’etrusco ad esempio), ovvero procedendo in un senso fino al margine e poi riprendendo a ritroso in senso opposto (come l’etimologia ci suggerisce, l’immagine è
quella del bue che trascina l’aratro). La vita degli uomini era dedicata all’agricoltura, alla pesca, all’allevamento di bestiame, dei famosi cavalli celebrati dalle fonti latine più tarde e al mestiere della guerra: i bronzetti di uomini armati e cavalieri in miniatura, non dissimili da quelli etruschi, ci ricordano che il mondo dei paleoveneti non era un idillio bucolico, ma un mondo irrequieto di incontri/scontri tra tribù vicine e lontane. Ad Altino avremmo potuto facilmente imbatterci in uomini celti, stranieri venuti da lontano per fungere da forza lavoro e soprattutto da mercenari. La necropoli, posta all’esterno del centro abitato, restituisce le sepolture di due guerrieri celti, deposti con le loro armi. Gli oggetti rinvenuti nella necropoli parlano anche della vita delle donne: le possiamo immaginare a tessere la lana nelle loro capanne, alle prese con fusi e pesi da telaio. Nel mondo dei morti c’è anche spazio per gli animali considerati più importanti dai veneti antichi: i cavalli. Tre cavalli inumati nella necropoli sono esposti nel museo: erano un simbolo di prestigio per chiunque li possedesse tra i popoli indoeuropei (di cui fanno parte gli antichi veneti come i celti e i popoli delle steppe del Caucaso). Questo era il mondo dei veneti fino all’arrivo, nel II secolo a.C., dei romani: il momento di gloria di Altino (inglobata pacificamente alle province romane) inizia. L’accuratissima mappa di Altino nel I secolo d.C., momento di maggiore espansione e fioritura, ci consente di addentrarci nel vivo di questa nuova e popolosa città al primo piano del museo: possiamo immaginare di giungere dal mare in una nave, come facevano tanti mercanti
stranieri dell’epoca. Ci avrebbe accolto la maestosa porta approdo a nord della città, che vediamo ricostruita con un bellissimo modellino in scala nel museo.
La porta approdo ha una struttura che sembra quasi un castello medievale, quadrangolare e con due torri. L’imponente severità della porta approdo non deve ingannarci: la città racchiude edifici sacri riccamente ornati, un anfiteatro grande quasi come l’Arena di Verona e domus lussuosissime che rivaleggiano con quelle di Pompei e del litorale campano per eleganza e sfarzo . Gli ambienti delle case sono ricostruiti stanza per stanza attraverso i reperti caratteristici di ognuna: le fontane nei giardini, le lampade, il vasellame per i banchetti, i batacchi delle porte, persino gli oggetti scaramantici e quelli da toilette delle donne. Uscendo dalle mura delle domus, troviamo i reperti collegati a tutti i settori della vita economica: ami per la pesca, pesi e bilance, compassi e squadre per i geometri, resti di lavorazione del cuoio e della lana, calamai e stili. Nelle ordinate vie attraversate dai canali la vita è frenetica, e si utilizzano mezzi leciti e illeciti per sbaragliare la concorrenza: ci diverte trovare in una teca una laminetta in piombo trafitta da chiodi risalente al IIIII secolo d.C., su cui uno sconosciuto getta una maledizione a ben venti persone elencate nel testo, probabilmente facenti parte di una famiglia rivale in affari o alla ciurma di una nave. Uscendo dalla città si entra nel regno dei morti, nella necropoli, dove troviamo struggenti stele con ritratti di famiglie e testimonianze di riconoscenza e affetto nei confronti dei defunti, un po’ come in un moderno cimitero.
Con la necropoli si conclude la visita, durante la quale si è rafforzata la consapevolezza che un piccolo gioiello come Altino, con i suoi reperti e il suo museo, la cui presentazione grafica è moderna e coinvolgente, non vada lasciato incompleto o in itinere, ma fatto risaltare al meglio delle sue grandi potenzialità. Ci sarebbe ancora molto da fare per valorizzare il sito che è composto da edifici sia moderni che antichi, di cui sono visitabili solo un paio di piani piano terra e primo piano) dell’edificio principale, un’ex risiera ottocentesca, mentre gli edifici moderni, con tanto di torre di osservazione panoramica, che ospitano il sito archeologico vero e proprio, con i resti delle terme, del cardo (la via che ai tempi dei romani attraversava le città da nord a sud) e altre vestigia romane, oltre agli spazi dedicati a caffetteria e bookshop, sono chiusi al pubblico o non ancora attivati.
Quasi superfluo specificare la causa di tale incuria: in Italia la scarsità di fondi è la piaga del settore culturale, ma sarebbe auspicabile che gli enti preposti coniugassero i loro sforzi per assicurare la completa apertura al pubblico di questo luogo straordinario.


martina bisello* archeologa

Rispondi