Verso le elezioni/1. Martella: “Basta con un PD appiattito”. E lancia gli stati generali del Veneto

*di Giorgio Gasco

La nuova legge elettorale, il Rosatellum. Abbiamo già affrontato questo tema, con il contributo del politologo Paolo Feltrin, il quale ritiene che alle prossime elezioni politiche del 2018, in Veneto si dovrebbe ripresentarsi la suddivisione elettorale già nota: tra Forza Italia, Pd e Lega. E Cinquestelle con il freno a mano tirato perché, a dire dei grillini, il Rosatellum sarebbe stato congegnato per stoppare il movimento.

La campagna elettorale è di fatto iniziata e tutti i big della politica sono già al lavoro per definire ipotesi di alleanze. E iniziano le grane. Come nel Pd, dove si cerca di ricomporre i cocci (la legge elettorale favorisce le coalizioni) dopo l’uscita di alcuni suoi significativi esponenti e la nascita del movimento di Pisapia. Elementi di debolezza, se permanesse questa divisione; elementi di forza se Renzi, dopo aver contribuito al distacco con lo spirito dell’uomo solo al comando, riuscirà a ricomporre i pezzi.

Una cosa è abbastanza condivisa in Forza Italia, Pd e Lega. Lo conferma anche Andrea Martella, veneziano, deputato del Pd: “Una nuova legge elettorale era necessaria perché non si poteva andare a votare il prossimo anno con quanto rimaneva dopo le sentenze della Corte Costituzionale sui due referendum istituzionali precedenti”.

Andrea Martella, il Rosatellum è una buona legge?

“Buona, ma non ideale…”.

Diciamo rabberciata?

“Ma no. Introduce un principio giusto, cioè rendere omogeneo il sistema elettorale alla Camera e al Senato come richiesto dal presidente della Repubblica e dalle sentenze della Consulta; introduce ilprincipio del maggioritario con i collegi uninominali; introduce la possibilità di presentarsi agli elettori con coalizioni”.

Più di qualcuno dice che la quota maggioritaria doveva essere superiore

“Ecco perché non è una riforma ideale ideale: la quota maggioritaria dova essere prevista superiore al 34% indicato dal Rosatellum. Ma soprattutto andava introdotto un premio di maggioranza alla coalizione che ottiene più voti”.

Un premio di maggioranza, che ora esiste, per garantire la governabilità cosa che, però, non è certa con il Rosatellum?

“Appunto, anche se la legge elettorale non è risolutiva ai fini della governabilità quanto piuttosto la capacità della politica di aggregarsi e di avere consensi”.

Quindi, non dovremo meravigliarci se dopo il voto ci troveremo maggioranze ora considerate innaturali?

“Mi auguro che non avvenga e che soprattutto, visto che la legge elettorale lo prevede, il Pd abbia la capacità di costruire una coalizione di centrosinistra: questa è la vera sfida”.

Con chi?

“Mdp e Pisapia ed altri che si stano muovendo sul territorio. E con il centro moderato (Ap e Udc) la cui collocazione deve essere chiara nel centrosinistra, con i radicali. Insomma, con tutte quelle forze che possono stare nella coalizione, condividendone principi, valori, programmi”.

E con il Pd a dirigere l’orchestra?

“Deve essere fondamentale”.

Imparando, però, ad aggregare non dividere come ha fatto finora.

“Questo è un pericolo. Dopo aver subito parecchie defezioni, il Pd corre il rischio di non aggregare. Da qui alle elezioni, bisogna ritrovare lo schema, l’unico vincente, che può permettere al Pd di vivere perché è ovvio che in presenza di alleanze innaturali il partito finisce, muore; e permettere all’Italia la governabilità. Insomma, il Partito Democratico deve diventare timone di un’alleanza riformista la cui differenza la fanno i programmi”.

Le divisioni a sinistra si sentono maggiormente in Veneto, da anni avaro quanto a consensi?

“In Veneto la difficoltà del Pd sta nell’avere una posizione in grado di rappresentare elettoralmente e socialmente la società. E per farlo, la prima cosa utile è non avere subalternità nei confronti della Lega come avvenuto anche in occasione del referendum sull’autonomia. Invece, deve essere riferimento per la società veneta come è stato fino alle elezioni del 2008 e in parte fino alle elezioni europee. Il Pd sta pagando gravissimi ritardi, manca ancora una elaborazione di progetto”.

C’è un altro appiattimento, quello del partito veneto su quello nazionale. Lo si è visto proprio in occasione del referendum sull’autonomia: tra sì, sì critico e astensione avete diffuso una grande confusione all’elettorato, nonostante il tema dell’autonomia sia presente dal 2001 anche nel vostro Statuto. Sintetizzando: non avete una linea-progetto autonoma per il Veneto, anche a costo di scontrarvi con la casa-madre nazionale.

“Concordo. In questi anni il Pd regionale ha solo cercato di replicare in Veneto le politiche di Renzi, ma non funziona così. Bisogna avere una proposta autonoma, originale, autentica che sappia coniugare un sentimento diffuso di autonomia, che esiste, con la coesione nazionale. Quindi, un partito che sappia svolgere un ruolo nazionale e sappia altrettanto esaltare l’identità delle sue derivazioni locali. Invece il Pd veneto si è schierato per il sì critico: ma cosa vuol dire? Personalmente, insieme ad altri, ho preferito astenermi perché il referendum era inutile. E sia chiaro, pur riconoscendo il sacrosanto bisogno di più autonomia”.

Sull’autonomia c’è stata una grave disattenzione in casa Dem.

“Su spinta della visione di Renzi, è stata portata avanti politica tesa a centralizzare (vedi il referendum istituzionale del 4 dicembre 2016), il che ha generato un sentimento contrario sfociato nell’ampia partecipazione al referendum. Inoltre, è evidente che il Pd veneto non è riuscito a darsi una linea e anche in questa occasione ha scimmiottato la Lega facendo un favore a Zaia, nonostante la consultazione avesse una evidente matrice propagandistica. Il quale Zaia, se avesse voluto fare qualcosa di concreto per l’autonomia del Veneto poteva già farlo molti anni fa”.

Le previsioni non sono confortanti: c’é il rischio che l’onda sollevata con la bocciatura del referendum dello scorso anno si abbatta sul Pd alle elezioni politiche del 2018 allontanando l’idea di riscossa in Veneto?

“Non parlerei di onda lunga, anche perché parte di quel referendum era giusta. Credo, però, che in Veneto il partito debba avere ancora di più un profilo riformista, diverso da quello del centrodestra che governa la regione, e al contempo avere la capacità di formare una coalizione altrimenti i risultati nei colleghi saranno complicati. Semplificando: un Pd rappresentativo della società, di dialogo con tanti segmenti della società da tempo dimenticati, polo di aggregazione di forze civiche, allargarsi a sinistra, con candidati competitivi nei collegi”.

La mancanza di un linea veneta è stata causata dalla “povertà” di classe dirigente, ovvero imbottita di più realisti del re, oppure per mancanza di idee e progetti?

“E’ dimostrato che Renzi da solo non vince né in Veneto né in Italia. Dalle europee in poi abbiamo avuto solo replicanti e si è persa l’autonomia anche nella elaborazione politica. In Veneto, gli ultimi cinque anni sono stati caratterizzati da una grandissima debolezza, di arretramento su posizioni prima conquistate, da parte della dirigenza regionale di partito”.

E con il recente cambio di segreteria, leader compreso?

“Lo dico da uno che crede in un Pd che deve esistere e uscire dall’angolo: i primi segnali di questa nuova segreteria non sembrano proficui, mi pare si continui con la logica della subalternità”.

Navigazione difficile nel Veneto verso le elezioni?

“L’esito non è scontato, però, ripeto, il Pd veneto deve reagire a Roma. Il problema non è ricordare cosa abbiamo fatto nei 1000 giorni di governo Renzi o quello che non si è fatto per il Veneto. Piuttosto va spiegata agli elettori qual è da parte del Pd l’idea del futuro, come vuole affrontare le sfide della società che sta cambiando abolendo le diseguaglianze e sostenere l’economia in ripresa che ha lasciato dietro di sé morti e feriti.

La sua “ricetta”?

“Istituire gli Stati Generali per ripensare un Veneto che torni ad essere forte economicamente, perché il piccolo non è più bello. Dopo la crisi e vedendo quanto sta succedendo in Europa, lavorerei per fare recuperare una concezione federalista e autonomista in un quadro nazionale ed europeo. Il tutto per un Veneto non più nano politico”.


giorgio gasco*giornalista

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