L’uso del tu o del lei: bon ton o semplice educazione?

di Daniela Boresi*

Lo spunto arriva da un recente dibattito, per altro non nuovissimo, a cui ho assistito involontariamente in una sala d’attesa. L’uso dilagante  che viene fatto del “tu”. Non il “tu” all’inglese, dettato dalla lingua e comunque corredato di sottili sfumature che lo modulano, ma il nostro italianissimo “tu”: quello che un tempo si usava per parenti, affini ed amici e che oggi ha gradatamente sostituito il “lei”.

Non lo usano più i bambini alle elementari: alla maestra si dice ciao. Faticano i ragazzini di prima media. Del resto se fino all’anno prima hanno dato del “tu” agli insegnanti perché non continuare  a farlo. Lo utilizza spesso, e in senso senza dubbio affettuoso, il personale ospedaliero quando si rivolge ad un paziente, soprattutto se entrato nella terza o quarta età. Non parliamo nei negozi dove commesse quasi adolescenti riescono a dire “ciao ragazzi” a maturi signori.

E’ “tu” quando ci si rivolge ad un immigrato. Credo di poter contare sulla punta delle dita (di una mano) le volte che ho sentito rivolgersi ad uno straniero con un sacrosanto “lei”.

Nulla di che scandalizzarsi se il tutto fosse semplicemente legato ad un evolversi della lingua, archiviato il “voi” adesso tocca al “lei” andare in pensione. Ma purtroppo così non è. Non si tratta di una mera questione linguistica, ma di una carenza di “buona educazione”. Ed è proprio per questo sottile, ma non trascurabile aspetto, che a molti questo “tu” ostentato stride alla stregua di un cellulare trillante esibito ad una cena, il coltello passato sulle labbra o i gomiti sul tavolo mentre si mangia, o ancora quel posto non ceduto in bus alla signora che a malapena si regge in piedi.

Aver sdoganato il “tu” non è un reato. Anzi. Ma lo è non aver spiegato alla nuova generazione le differenze.

Questione di bon ton o di educazione? Il primo potrebbe avere un sapore un po’ stantio, l’altra è una parte imprescindibile della crescita di un individuo.

Tornando allo spunto iniziale la domanda che si ponevano coloro che avevano dato vita al dibattito in sala d’attesa era: chi si è macchiato del peccato originale? La famiglia che lascia correre il ciao ad ogni occasione, la scuola che consente ai cuccioli di trattare maternamente le maestre?

E ancora sarebbe giusto fare un passo indietro ed insegnare alle nuove generazioni che il “lei” non è desueto e vecchio, ma è solo un modo per dimostrare rispetto nei confronti dell’esperienza? Tracciare quella sottile linea di demarcazione che predispone all’ascolto.

Chissà cosa ne pensa chi studia i programmi e di anno in anno li aggiusta, demonizzando prima l’uso del cellulare e rendendolo poi indispensabile, inserendo e togliendo materie di indubbia utilità, ma trascurando magari che un pizzico di bont ton, educazione civica, avviamento al vivere civile non sarebbe poi così male reintrodurlo. Come il rispetto per la propria città e per il bene comune.

Una volta diventati adulti questi giovani forti  di una buona educazione sicuramente ringrazierebbero.


*giornalistaIMG-20171005-WA0008

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