Museo di Cava Bomba, in una fornace ottocentesca, un tuffo nel passato remoto

di Martina Bisello – Il Museo geopaleontologico di Cava Bomba a Cinto Euganeo è da tempo un grande classico delle gite scolastiche grazie al valore didattico delle sue collezioni oltre alle numerose iniziative rivolte ai più piccoli. Ma diciamoci la verità: molti adulti si fanno l’idea che questa tipologia di museo sia una raccolta di vecchie pietre e polvere. Invece il tuffo nel tempo profondo che ci propone il Museo di Cava Bomba ci consente di addentrarci con testimonianze di sorprendente valenza estetica nel vivo di  un mondo in cui l’Homo sapiens non esisteva e le prime creature complesse muovevano i loro incerti passi su una superficie terrestre ancora in assestamento.
Il Museo è collocato all’interno di una rara testimonianza di archeologia industriale, una fornace ottocentesca per la produzione di calce viva (il nome del sito è dovuto ad una sorgente detta “bomba” nei pressi della fornace dalla quale ricavavano con una pompa l’acqua necessaria al lavoro), rimasta in attività fino agli anni ’70, quando tre appassionati di geologia e fossili, Delmo Veronese, Franco Colombara e Luigi Ravarotto scoprirono nella cava di calcare un giacimento di pesci fossili del Cretaceo medio e superiore quindi di 90 milioni di anni fa.

cava
Delmo Veronese era un pittore e naturalista estense che studiò presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna dopo la seconda guerra mondiale e presso l’Ecole Italienne d’Art Appliqué di Parigi diretta da Gino Severini, e che s’interessò allo studio delle scienze naturali, raccogliendo numerosi reperti mineralogici e paleontologici durante i suoi viaggi in tutta Europa, i quali poi confluirono nella collezione del Museo. Colombara, unico tuttora vivente, e Ravarotto erano rispettivamente un giovane studioso che sarebbe diventato il futuro direttore di Cava Bomba e un artigiano locale
appassionato ricercatore autodidatta. Con caparbietà e non senza l’opposizione dei proprietari della cava, spaventati dall’idea di dover chiudere il sito estrattivo, riuscirono a condurre in porto il progetto museale nel 1987. Negli anni ’80 la fornace fu restaurata per accogliere non solo minerali e fossili ma anche gli antichi strumenti di utilizzo della cava (per esempio un trapano a mano ottocentesco), elementi importanti per la comprensione del contesto-contenitore della collezione. Nel 1989 si aggiunse al museo un nuovo e vastissimo lotto di reperti mineralogici da tutto il mondo, fossili, conchiglie, coralli e resti di grandi animali preistorici raccolti in cinquant’anni dal nobile
letterato e naturalista vulcanologo padovano Nicolò da Rio, vissuto nella seconda metà del Settecento.
Il Settecento era l’epoca delle scoperte scientifiche e dei Lumi; molte famiglie nobili avevano accumulato nei secoli precedenti di viaggi e dominazioni coloniali un gran repertorio di oggetti curiosi, considerati all’epoca assurdi e la cui natura non era ancora stata spiegata in termini scientifici, tra cui gli stessi fossili. Gli oggetti erano esposti orgogliosamente dalle famiglie illustri nelle Wunderkammer letteralmente le “camere delle meraviglie” dei loro castelli e delle loro ville, i primi musei della storia. Abbiamo la fortuna di rivedere a Cava Bomba nelle bacheche originali una tale collezione, inizialmente donata dalla nipote di da Rio nel 1888 al Museo Civico di Padova,
ordinata secondo la classificazione mineralogica del cristallografo René Just Hauy. Qui è stata fatta da parte del conservatore una precisa scelta di mantenere l’ordine originario dei reperti, enfatizzandone il valore storico/scientifico.
Il percorso museale è articolato in tre ambienti: si parte dall’origine del nostro pianeta e della vita su di esso, la formazione geologica dei Colli euganei con i suoi minerali e fossili provenienti principalmente dal cosiddetto livello Bonarelli (strato di sedimenti argillosi e siltosi di uno spessore di pochi metri contenente abbondante materia organica, formatosi nel Cretaceo superiore a causa di variazioni climatiche e individuabile in vari luoghi del mondo tra cui i Colli euganei) per poi passare alla collezione di Delmo Veronese e gli strumenti della cava. Il repertorio del museo è un costante stimolo estetico tra pietre lucenti di vari colori, “bolle” d’ambra che hanno catturato per sempre insetti, rocce che racchiudono piante fossili ed ittiofauna tropicale: si proprio tropicale,
perché nel Cretaceo superiore i Colli euganei erano coperti dal mare. Questi reperti ci fanno sentire, come specie umana, un minuscolo punto nel grande oceano del tempo e ci chiedono prepotentemente di interrogarci sul rapporto fra noi e loro: la mente umana è abituata a trovare nessi di causa-effetto e per questa regola le specie dovrebbero susseguirsi una dietro l’altra attraverso il tempo, dalla meno evoluta alla più evoluta, in rapporto di discendenza, uscendo dall’acqua per camminare, sviluppando le ali per poter volare. Ma la realtà è che nei meandri del tempo profondo, che non è il tempo dell’essere umano che esiste sulla terra “solo” da qualche milione di anni, molte specie sono nate e si sono estinte senza ubbidire ai criteri di classificazione attribuiti più tardi da noi umani. Le nostre semplificazioni in forma di storia narrativa non funzionano e ci troviamo davanti ad una grande sfida nello studio dei fossili degli antichi abitanti della terra: ciò che è certo è che l’albero della vita ha molte ramificazioni e tutti gli esseri sul nostro pianeta sono in qualche modo “cugini”. Il fascino di questi reperti, oltre all’aspetto puramente estetico, sta proprio nel loro mistero.


martina bisello* archeologa

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