1968-2018: ieri il ’68 oggi i cinquantenni

1968-2018. Cinquantanni. Cosa è cambiato da quegli anni di contestazione studentesca, di stravolgimenti sociali, di lotta armata e di ideologie politiche? Cosa è rimasto, oggi, di quegli anni in cui i movimenti di massa hanno fatto sentire maggiormente il proprio valore e la propria voce? Si può parlare di eredità? Oppure nulla è cambiato nei rapporti sociali, nella politica degli attuali politici, nella cultura? Furono veramente anni di svolta? O tutto si è miseramente esaurito con quei terribili colpi di coda ad opera del terrorismo? 

Nel nostro viaggio ci affidiamo a due testimoni dell’epoca, Corrado Poli e Leopoldo Pietragnoli, che hanno vissuto i sussulti del movimento e oggi, alla vigilia del cinquantesimo, rileggono i fermenti che hanno poi attraversato anche il decennio successivo.

di Corrado Poli*

Ieri il ’68, oggi i cinquantenni: stento a credere che sia già passato mezzo secolo. Cos’è
cambiato da allora? Tutto … perché tutto rimanesse come prima, parafrasando il Gattopardo?
Questa volta No! Il ’68 è la data simbolica di un cambiamento epocale nel costume e nelle
sensibilità. Se la rivolta degli studenti nel maggio francese fu l’episodio emblematico che dette il nome alla rivoluzione, in effetti non si può parlare di un singolo anno o di un solo evento. Il ‘68 si spalma grosso modo sulla decade che va dal ’65 in poi. Riguardò prima gli Stati Uniti, poi l’Europa. In seguito la grande onda della “contestazione” prese forme diverse fino a scomparire totalmente nei mille rivoli delle culture post-moderne. Ma si dissolse solo in apparenza, perché quel che si affermò in quegli anni “formidabili” ha trasformato le generazioni successive a partire dai giovani di allora i quali rifiutarono il mondo dei genitori e dei nonni: nonni contadini, padri operai, figli e figlie impiegati, in rapida successione. Ora si apre un altro ciclo. I millennials – nipoti di chi ha vissuto il ’68 – riusciranno laddove hanno fallito i loro genitori: ribellarsi ai padri e alle madri.
Nel ’68 ero concentrato sullo sport e su qualche fallimentare flirt. Nel frattempo venivano assassinati Martin Luther King jr. e Robert Kennedy; Cohn-Bendit metteva a soqquadro Parigi evocando una nuova presa della Bastiglia; i sovietici occupavano Praga e gli americani perdevano la guerra in Vietnam, sconfitti soprattutto da un’opinione pubblica interna e internazionale che protestava contro l’imperialismo, a favore della pace e dei diritti civili e universali. Non capivo niente di quanto mi succedeva intorno, eppure godevo nel vedere sbriciolarsi tutto quanto tentavano di insegnarmi insegnanti e genitori. Le gerarchie e le classi sociali vennero frantumate: nelle caserme si protestò perché l’ufficiale dava del tu alla truppa che era tenuta a rispondere con il Lei. Lo stesso nelle fabbriche e nelle scuole: operai e studenti uniti nella lotta. La morale sessuale fu sovvertita. Le donne acquisirono il diritto di comportarsi come i maschi e fare tutto quanto era stata loro prerogativa. Tutto questo costò alla “generazione” per antonomasia – quella nata nel dopoguerra – sofferenze emotive e battaglie che, pur vinte, hanno lasciato ferite non del tutto rimarginate. La generazione successiva non fece altro che portare a termine il cambiamento senza incontrare sostanziali resistenze: tutto quanto per noi giovani del ’68 era nuovo ed eccezionale, per loro divenne normale. Se c’era ancora da procedere e lottare, la strada era comunque tracciata.
Ma il ’68, com’è caratteristico delle transizioni, era pieno di incoerenze: il nuovo si
sovrapponeva al vecchio e vi si confondeva. Nonostante tutto stesse cambiando davvero, la retorica e i reduci della violenza del cinquantennio precedente non erano scomparsi. La cultura secolare della guerra, l’idea di una rivoluzione radicale armi in pugno, permaneva e induceva alcuni – e alcune organizzazioni – al proseguire una lotta partigiana violenta, integralista e ormai senza senso. Così che la grande vera rivoluzione pacifista e tollerante del costume si confuse con un tentativo velleitario e passatista di prendere il potere con la forza.
La chimera di una sanguinosa rivoluzione armata e comunista – e la controffensiva fascista – fu l’epigono dell’ultima illusione totalitaria del novecento: fu così che passammo attraverso i dubbi degli anni di piombo. In Italia, mi piace pensare che il ’68 fu simbolicamente portato a compimento nel ’82 con la vittoria ai mondiali di calcio. Nel mondo precedente il ’68, ai poveri s’insegnava che la vita era sacrificio e obbedienza, se non proprio dolore. Dopo un decennio di lotte e tensioni, i poveri, ormai benestanti e istruiti, si erano appropriati del diritto alla felicità, a non considerare l’obbedienza una virtù (cit. Don Milani) e a godere di una libertà mai conosciuta prima. Gli anni ottanta fecero riscoprire la gioia infantile per una partita vinta, il piacere di vestirsi eleganti, di ritrovarsi tra amici senza scopo e soprattutto senza sentirsi in dovere parlare di politica. Arbore lo definì “edonismo reaganiano” ironizzando con maestria sui miti sessantottini in dissoluzione. Cos’è rimasto di quel cambiamento radicale? Cosa dobbiamo conservare di quel periodo per trasmetterlo ai nipoti? Cos’è invece invecchiato assieme a noi e ostacola un ulteriore progresso e cambiamento?

VENEZIA 1968 – La “celere” in azione in Piazza San Marco durante una manifestazione (Foto Afi-Archivio Leopoldo Pietragnoli)


corrado.poli* Professore – Saggista

Rispondi