Colamarco (Uil): il Veneto va ma servono aggregazioni e giovani più capaci

di Giorgio Gasco*

Il Veneto dà segnali di ripresa?

“Sì, ma deboli – commenta Gerardo Colamarco, segretario regionale della Uil – Guardando a livello internazionale, da sempre l’Italia si agganciava, e spero che sarà così anche questa volta, alla ripresa sia in Germania che negli Usa, con un Veneto sempre più avanti rispetto ai dati nazionali proprio grazie alla sua composizione e all’ossatura industriale che ha. Quindi la ripresa c’è, l’importante è che non sia effimera ma sostanziale.

Colamarco, quali sono i punti di forza del Veneto per garantire il sostegno alla ripresa?

“Punti di forza dovrebbero essere, e uso il condizionale, gli investimenti nella piccola e piccolissima impresa; dare spazio alle risorse umane: proprio in Veneto, purtroppo abbiamo migliaia di laureati e diplomati che lasciano la regione andando ad arricchire altre nazioni. Se vogliamo che le piccole aziende abbiamo posto nel mercato internazionale è necessario che passi la strategia dell’accorpamento delle attività produttive esaltando così le risorse umane con competenza e capacità di cui hanno bisogno”.

Quindi i piccoli imprenditori vanno.

“Sì, ma oggi, rispetto al passato, c’è più bisogno di buone competenze”.

Dal suo punto di vista in Veneto c’é la tendenza di procedere all’accorpamento per costituire più massa critica oppure ognuno pensa ancora di vivere nel suo mondo?

“Purtroppo è un problema. Nella piccola impresa il datore di lavoro ha ancora la vecchia cultura che si basava su una frase-concetto: il padrone sono io e decido io”.

Egoismo?

“Direi più una mentalità che è ancora dura a morire. Si dovrebbe cambiare mentalità, più aperta proprio quando si sta dicendo che i mercati sono assai più aperti di dieci anni fa e nei quali ci si gioca il futuro. Vede, stiamo vivendo una globalizzazione non governata con il rischio che in assenza di capacità di fare sinergie tra varie aziende molti banchi saltino”.

Una volta c’era il concetto di fare sistema in Veneto.

“Vero, si parlava di filiera. Mi richiamo ad una recente intervista di Luciano Benetton dove fa un passaggio che condivido: abbiamo una parte di “vecchi” imprenditori che hanno creato impresa e lavoro, ma non sempre le nuove generazioni sono all’altezza di fare quello che hanno fatto padri o nonni”.

Si parla tanto di passaggio generazionale, ma se non si formano le nuove generazioni…

“Appunto bisogna indirizzare i giovani, ma senza buttare via il bambino con l’acqua sporca. Occorre un filo azzurro (colore della bandiera della Uil) non rosso, che sappia collegare il “vecchio” con le sue competenze alle nuove generazioni. Un filo, la cui mancanza rende inefficace proprio il concetto di filiera”.

Lo “sfogo” di Benetton è una critica alla attuale generazione che regge l’azienda ma anche alla sua?

“Tutti possono sbagliare. Lui fa capire che aver lasciato il passo ai figli e ai manager che non hanno avuto la capacità, l’intuizione e la forza di fare avanzare l’azienda di famiglia è stata una scelta non felice”.

Sempre il solito discorso: faccio da me.

“Il Veneto è cresciuto così, ma oggi è tutto diverso. Lo sfogo dell’imprenditore trevigiano è il simbolo della situazione in cui versa il tessuto imprenditoriale veneto che è al dunque: servono manager capaci, bisogna rinnovare con obiettivi nuovi con una visione diversa”.

Se si scende di livello di struttura produttiva il rinnovamento non è poi così facile.

“Ricordiamoci che Benetton come altri gruppi è nato come artigiano. Usiamo il passato per costruire il futuro” .

Fame di management. Stando ad alcuni recenti dati, in Veneto il numero dei laureati è aumentato ma c’è altrettanto un’immigrazione elevata. Non ci sono politiche per mantenere i giovani

“C’è la convinzione che le competenze devono restare nel territorio come se il vecchio modo di fare impresa fosse ancora valido per far tornare l’Italia alle condizioni ante 2008. Non è così. Bisogna portare i giovani laureati nelle aziende che si accorpano per affrontare il mercato globalizzato”.

Riassumendo, in Veneto non c’è stato il salto di qualità e di innovazione. E anche il provvedimento Industria 4.0 del governo Renzi non ha dato frutti?

“I problemi non si risolvono con le leggi soprattutto quando manca la capacità di attuarle da parte di chi potrebbero e dovrebbero farlo. Non è più questione di volontà politica. Oggettivamente in Veneto c’è una parte di imprenditori che ha avuto la capacità di innovare e internazionalizzare. Ma c’è l’altra grossa parte che è rimasta ferma”.

In Veneto, quali sono i settori che hanno innovato?

“Un esempio è l’occhialeria nel Bellunese. Al contrario altri settori fanno un’enorme fatica a decollare…”.

Si riferisce a Porto Marghera?

“Purtroppo sì. Per l’area industriale più estesa di Europa pesano troppe leggi, troppa burocrazia…”.

Eppure dall’incubatore Vega dicono che c’è un nutrito elenco di aziende pronte a stabilirsi nell’area.

“Da anni si ripete questo ritornello. Ricordo di numerosi incontri con il governatore veneto Luca Zaia in cui si raccontava di elenchi di aziende pronte, altrettanto con il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Però il risultato è sempre quello da anni, mentre gli addetti sono in calo costante. E aggiungo: attenzione alle speculazioni. Il sindacato dovrà stare molto attento sulla destinazione d’uso delle aree, non vorremmo che qualcuno pensasse a forme di insediamento diverse da quella che è la vocazione industriale di Porto Marghera”.

Si riferisce alla trasformazione di Porto Marghera in area di servizi turistici?

“La croceristica deve restare a Venezia però evitiamo di pensare alle aziende che insistono nell’area con il solo obiettivo di dismetterle invece che incrementarne l’innovazione”.

Innovazione è la parola d’ordine. Vale anche per il sindacato?

“Bisogna cambiare, non segnare il passo. Altrimenti ci penseranno altri a provvedere, costringendoci al loro servizio. Una volta c’erano discussioni estenuanti oggi i tempi di reazione vanno minimizzati. Il rapporto sindacati-governo non deve essere conflittuale se vogliamo una crescita dell’occupazione con l’immissione dei giovani nel mercato del lavoro…”.

Quindi, un sindacato che…

“Che non abiuri a quanto fatto ma che si attrezzi per le nuove sfide della società. Ma attenzione: dobbiamo guardare all’Europa, ma non possiamo farlo solo quando comoda a noi o a qualcuno di noi. Come ad esempio sul tema delle pensioni: tra Italia e altri stati c’è una differenza di quattro anni”.

C’è unità sindacale in Veneto?

“Anche in presenza di differenze a livello nazionale, con i colleghi delle altre sigle guardiamo più alle cose che ci uniscono che a quelle che ci dividono”.

Una sorta di autonomia da Roma?

“Autonomia di politica sindacale, non partitica”.

Cioé?

“Credo che la domanda sottendesse la richiesta di un giudizio sul referendum per l’autonomia…”.

Vero.

“Quando la politica si mescola con gli obiettivi del sindacato la storia insegna che non si va da nessun posto. La Uil era legata ad alcuni partiti, da decenni, invece, giudichiamo i governi (nazionale, regionale, comunale) in base alle politiche a favore di chi rappresentiamo”.

Autonomia del Veneto, cosa ne pensa? Lei era contrario all’utilizzo del referendum

“Anni addietro Zaia aveva già indicato alcune specificità per il Veneto. La domanda è: vogliamo fare realmente gli interessi dei veneti o si vuole solo fare politica e demagogia? Alcune competenze sono già fissate dalla Costituzione, basta aprire una trattativa con il governo per ottenerne la delega. Il vero interrogativo è: quale autonomia vogliamo? Se si pensa alla possibilità che tutte le regioni ottengano il titolo di specialità, bè è assurdo. Se si dice che i 9/10 delle tasse pagate restino nel territorio, questo cozza con le competenze previste dalla Costituzione. Quindi, autonomia sì, ma si indichi su quali materie e si tratti anche da soli anziché insieme a Lombardia ed Emilia Romagna. Tutto ciò si poteva fare senza spendere quasi 16 milioni per un referendum. La Uil aveva chiesto che quei soldi venissero spesi per borse di studio da destinare a giovani laureati per farli restare in Veneto”.

Qual è il bubbone più grosso del Veneto?

“Vogliamo l’autonomia, ma quando c’è qualche problema diciamo che è Roma a decidere. I problemi grossi? Il Mose e la catastrofe delle banche. E ovviamente il sistema sociale: anche nel ricco Veneto i poveri sono in aumento: prima alla Caritas come ad altre associazioni si rivolgevano solo gli immigrati, oggi ci sono anche i veneti”.

E l’occupazione non è un problema?

“Ci sono alcune crisi aziendali in atto, ma rispetto ad altre regioni non c’è pesantezza della situazione”.

Crac di Popolare di Vicenza e Veneto Banca, di chi è la colpa e cosa bisogna fare?

“Se ci sono responsabilità di Bankitalia e a livello locale, chi è coinvolto deve pagare. Questo crac ha generato drammi nelle famiglie venete che hanno perso i loro risparmi, fondamenta per la vecchiaia”.

Gli imprenditori veneti non potevano fare qualcosa?

“Quando c’è da rischiare si vede poca gente in giro. E poi ricordiamo che la gestione di quelle banche era degli imprenditori veneti. Non si può dire Roma ladrona. Stessa cosa per la vicenda Mose. E mi auguro che la realizzazione di infrastrutture che sono in costruzione prosegua senza intoppi”.

Uno slogan per il Veneto di domani.

“Investimenti in infrastrutture che servano anche alle imprese. Valorizzare le ricchezze naturali e culturali. Salvaguardare il settore secondario accompagnandolo verso l’innovazione tecnologica”.

Un appello alla politica veneta?

“Oggi mancano i padri nobili della politica, quelli che hanno costruito il Veneto portandolo ad essere una delle regioni più industrializzate d’Europa…”.


giorgio gasco*Giornalista

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