Viaggio a Selinunte, città di frontiera dove religioni, identità e culture si mescolano

di Salvo Ingargiola*

Forse Leonardo, mentre combatteva nel tempio di Hera, situato nella collina orientale, immaginava di essere un protagonista delle guerre greco-puniche. Forse un greco, illuminato dalla luce del sole che irrompe sul promontorio di Selinunte e ci costringe, sebbene siamo nel mese di novembre, a svestirci e a rimanere con una semplice t-shirt. Tutto intorno ai resti del Parco archeologico di Selinunte c’è il nulla. E solo una grande voglia di immaginare ci porta a intraprendere questo nuovo viaggio, alla scoperta di uno dei luoghi  più belli ed emozionanti del Bel Paese.

Una marea verde, una distesa immensa di ulivi circonda le rovine di quella che fu – fino al 409 a.C – una maestosa “città di frontiera”. Il verde si affianca al giallo del tufo che, grazie alla luce intensa e calda di Mezzogiorno, sembra quasi oro. Serve un po’ di fantasia per immaginare gli uomini che camminavano sotto il sole cocente per ore, lungo una strada che da qui porta verso le Cave di Cusa. Le cave si trovano a dieci chilometri da Selinunte (tel. 0924 46277 – biglietto singolo 2 euro). In questa distesa di terra trovavano la pietra migliore per realizzare opere grandiose. I grandi capitelli e le colonne dei templi furono tagliate qui. Non a caso le Cave di Cusa restarono in uso fino alla fine della vita della città greca, fino all’avvento dei punici.

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Il viaggio nel Parco archeologico di Selinunte culmina con la visita all’Acropoli che si colloca in una piccola altura. In questa collina – chiamata Collina Manuzza occupata da un villaggio di indigeni che non fecero resistenza all’arrivo dei coloni – i greci eressero ben 4 templi paralleli e vicini all’area meridionale destinata al culto e alle attività pubbliche. Leonardo salta tra le pietre ed entra in una delle “case” i cui resti affiorano tra i vigneti e le dune didebellarono la bellezza e utilizzarono i ruderi esistenti come materiale di costruzione. Qui consumavano riti religiosi: venivano sacrificati animali le cui ceneri venivano deposte dentro vasi e anfore di varie forme.

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Religioni, identità e culture, in questo angolo occidentale della Sicilia, si mescolano più che altrove. Tira un forte vento nel promontorio di Selinunte e, anche se siamo in pieno inverno, la giornata calda invita a ‘scinniri a mari’, come dicono da queste parti. La costa è visibile chiaramente, in linea d’aria sono davvero una manciata di chilometri. Da laggiù vedi i templi maestosi che sembrano osservare l’Africa. Doveva essere maestosa e magnifica Selinunte, con numerosi edifici di culto e costruzioni di altissima qualità. Il viaggio tra i resti del Parco archeologico è un flusso ininterrotto di emozioni, colori, profumi. Tutto sembra essersi fermato qui. Baluardo del mondo greco verso Occidente, Selinunte è prima di tutto un laboratorio di sincretismi, nel campo dell’architettura così come nel campo dell’arte. I volti dei contadini – nelle campagne della vicina Castelvetrano – terra natìa del boss latitante Mattia Messina Denaro- sono bruciati dal sole. Sono volti rugosi che assomigliano alla terra arida in estate. Sono essi stessi il risultato di un sincretismo. Qui il dialogo tra i popoli e le religioni non è un optional. Leonardo lo sa bene e, forse, per questo motivo nella sua battaglia non è importante che sia greco o fenicio.
In fondo, il suo viso ovale, capelli mossi al vento, pelle colore olivastro, è il risultato di un dialogo. Un dialogo tra culture. La battaglia è solo un lontano ricordo del passato.

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(Fotografie di Salvo Ingargiola)

 Link utili

http://selinunte.gov.it/ (tel. 0924 46277   – tutti i giorni 9-18 – biglietto singolo 6 euro).

 


salvo *giornalista con il pallino per i viaggi

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