La nostra storia. 1968-2018: il Sessantotto raccontato dai testimoni /2

1968-2018. Cinquantanni. Cosa è cambiato da quegli anni di contestazione studentesca, di stravolgimenti sociali, di lotta armata e di ideologie politiche? Cosa è rimasto, oggi, di quegli anni in cui i movimenti di massa hanno fatto sentire maggiormente il proprio valore e la propria voce? Si può parlare di eredità? Oppure nulla è cambiato nei rapporti sociali, nella politica degli attuali politici, nella cultura? Furono veramente anni di svolta? O tutto si è miseramente esaurito con quei terribili colpi di coda ad opera del terrorismo?

 Nel nostro viaggio ci affidiamo a due testimoni dell’epoca, Corrado Poli e Leopoldo Pietragnoli, che hanno vissuto i sussulti del movimento e oggi, alla vigilia del cinquantesimo, rileggono i fermenti che hanno poi attraversato anche il decennio successivo.

Leopoldo Pietragnoli*

Cinquant’anni dopo, è fin troppo facile dire che l’eco degli incidenti del giugno 1968 a Venezia fu dilatata dal nome della città, dallo scenario di Piazza San Marco, dal richiamo della Biennale, dalla notorietà internazionale di alcuni dei protagonisti, come il pittore Emilio Vedova o il musicista Luigi Nono, e che sotto il profilo «militare» quegli episodi furono ben poca cosa nel panorama del Sessantotto (il Dizionario del ’68, degli Editori Riuniti, pubblicato nel trentennale, dedica alla vicenda appena una dozzina di righe, mentre riserva tre pagine – cinque volte tanto – alla contemporanea lotta del Petrolchimico di Porto Marghera). Ma non va dimenticato il pesante clima di tensione di quelle giornate, che gravò su tutta la città e che culminò appunto negli scontri
di Piazza San Marco. La vernice della 34. Esposizione d’arti visive era fissata per martedì 18 giugno, l’inaugurazione per sabato 22. Agli inizi del mese cominciarono a circolare i volantini del Comitato di boicottaggio della Biennale e i contrapposti documenti degli operatori turistici ai quali il Gazzettino diede ampio e sostanzialmente eguale risalto. I preparativi della vernice si svolsero in un clima incerto e teso, nei Giardini presidiati da un folto contingente di poliziotti.
Lunedì 17 giugno, mentre un gruppetto manifestava in Piazza contro la presenza della Polizia alla Biennale, una cinquantina di giovani inscenò in Consiglio comunale una chiassosa protesta che costrinse a sospendere la seduta. Ma non fu difficile alla maggioranza di centro sinistra replicare che pochi giorni prima, quando in Consiglio si era svolto un dibattito ampio e approfondito sulla Biennale, lo spazio del pubblico era rimasto desolatamente vuoto.
Martedì 18 l’apertura della vernice fu regolare, grazie ai rigorosi «filtri» di Polizia sulla riva, mentre all’esterno una settantina di contestatori (molti meno di quanti si pensasse alla vigilia) fronteggiava i poliziotti con una certa vivacità, ma a distanza, sia pur ravvicinata. Alle 18, la protesta si spostò in Piazza San Marco, allora assai frequentata dai veneziani, per i quali era pregiato ma consueto luogo d’incontro, con la pratica giovanile del listòn, la passeggiata serale su e giù per la Piazza (lo struscio), che prese il nome dalle bianche liste di pietra d’Istria che scandiscono il selciato.
Apriamo una parentesi. Ben informato sulla possibilità di incidenti, il Gazzettino aveva inviato in Piazza metà della redazione veneziana: c’ero anch’io, fresco di esame di Stato ma con precedenti esperienze in materia e buon conoscente dei funzionari di Polizia e degli ufficiali dei carabinieri; quella sera mi conquistai sul campo i gradi di cronista o.p. (la sigla di ordine pubblico della Polizia) che avrei portato fino al pensionamento. Ma questa è un’altra storia. Torniamo a quella sera.
All’improvviso, mentre la protesta si svolgeva chiassosa ma tutto sommato tranquilla, due ragazzi si lanciarono di corsa verso il pilo delle bandiere vicino al campanile, e tentarono di issarvi una bandiera rossa. In un attimo l’animazione si trasformò in rissa: un fotografo di Piazza affrontò i due ragazzi, e di colpo si accorse a dar man forte da una parte e dall’altra. Già, perché c’era anche un’altra parte: non erano tutti semplici passanti quelli che si trovavano in Piazza, ma c’erano anche commercianti dei molti negozi delle Procuratie, camerieri dei caffè storici, ambulanti, tutti insofferenti della protesta, che vedevano come un sabotaggio al turismo indotto dalla Biennale.
Un plotone del 2° Reparto mobile di Padova, la “Celere”, irruppe sui contendenti e fece il vuoto, con un fuggi fuggi in direzioni ovviamente opposte. Una ventina di contestatori continuò la protesta, chiassosa ma non violenta, in Piazzetta dei Leoncini, fin quando fu ordinata una carica, con i sacramentali squilli di tromba, conclusa con una ritirata generale, però al prezzo di due arresti e cinque fermi. Non era che l’inizio.

(2. continua)

VENEZIA 1968 – La “celere” in azione in Piazza San Marco durante una manifestazione (Foto Afi-Archivio Leopoldo Pietragnoli)


fototweet*Giornalista

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