Il nostro Sessantotto: duecento poliziotti per proteggere la Biennale

Continua la nostra storia del Sessantotto a Nordest raccontata dai protagonisti che l’hanno vissuta e testimoniata.

di Leopoldo Pietragnoli*

La manifestazione di protesta contro la Biennale in Piazza San Marco, la sera di martedì 18 giugno 1968, era stata dispersa con una carica della Celere contro una ventina di contestatori, che era loro costata due arresti e cinque fermi e un po’ di contusi, i quali peraltro non si erano fatti vedere in ospedale, molto prudentemente. L’intervento della polizia suscitò una vistosa reazione in gran parte degli artisti italiani presenti alla Biennale, i quali il giorno dopo, mercoledì 19, per protesta tolsero le loro opere o le coprirono o girarono i quadri contro il muro (dei 19 protagonisti della protesta soltanto due, in realtà, rimasero poi assenti): il plateale gesto collettivo non sfuggì ovviamente ai molti giornalisti presenti ai Giardini, e questo valse a caricare di importanza un episodio – gli incidenti della sera prima – che non era stato gran che di più rispetto ad analoghi
scontri tra manifestanti e polizia a Venezia. Però, al di là di questo fatto, clamoroso ma ristretto nello spazio dei Giardini, in città la giornata trascorse tranquilla fino al tardo pomeriggio. Fino a quando cioè, dall’Accademia di Belle Arti, occupata da metà febbraio, mosse un corteo di un centinaio di persone, che arrivò indisturbato fino in Piazza San Marco, alle 19. Non ho mai capito perché le forze dell’ordine, in numero enormemente maggiore – si calcolò che avessero mobilitato in città più di un migliaio di uomini – lo abbiano lasciato arrivare fin lì, quando avrebbero potuto fermarlo prima, e con poca fatica, per esempio al ponte dell’Accademia o nelle strettoie delle calli: forse per evitare che potesse scatenarsi tra calli e campielli una guerriglia difficile da contrastare a
differenza dello scontro in campo aperto.

sessantotto4bFoto Afi – Archivio Leopoldo Pietragnoli

La Piazza era presidiata da oltre duecento tra poliziotti del Secondo Celere di Padova e carabinieri del Battaglione Mobile, schierati sul lato delle Procuratie Nuove. All’apparire dei dimostranti sotto l’Ala Napoleonica, partì da lontano la carica in massa, che si aprì a raggiera, e poi si mosse avanti e indietro, talora a vuoto. I dimostranti si sparsero a gruppetti sotto le Procuratie Vecchie e nelle calli retrostanti: appoggiati da nuovi arrivi, reagirono bersagliando la Polizia con le sedie e i tavolini dei bar. Scoppiarono anche alterchi tra manifestanti e commercianti, e volarono ceffoni e pugni. Infine la Polizia riuscì a fatica a riprendere in mano la situazione: ci furono sessanta fermati – molti incauti curiosi, alcuni giornalisti stranieri – ma soltanto tredici di essi furono denunciati. A lungo continuò la schermaglia tra i dimostranti che apparivano e scomparivano dalle imbocchi delle calli e poliziotti e carabinieri al loro inseguimento. Il calar del buio riportò la calma.
Giovedì 20 il Canal Grande apparve tutto di uno smagliante color verde smeraldo: suscitò grande sorpresa e un po’ di paura, ma era soltanto l’«omaggio» alla Biennale e a Venezia di un giovane artista argentino, Nicola Garcia Uriburu, che aveva gettato in acqua trenta chili di un potente solvente colorante. Alla Biennale intanto tutto filò liscio, anche venerdì 21, vissuto però in un clima molto teso.
Sabato 22 l’inaugurazione della Biennale nei Giardini «blindati» fu, tutto sommato, regolare, benché scandita dalla chiassosa protesta di una quindicina di contestatori muniti di invito, mentre un’altra trentina manifestava sulla riva, tenuta a debita distanza dallo sbarramento della Polizia.
Domenica 23 si svolse un comizio in via Garibaldi, concluso con un corteo di circa trecento persone, che arrivò fino in vista dei cancelli della Biennale dove si sciolse pacificamente; non c’è dubbio che la dirigenza del partito comunista veneziano avesse in quella occasione ripreso in mano la gestione della protesta. Sulla Riva rimase una ventina di irriducibili, a lanciare gli ultimi slogan. Dopo un po’, un plotone della Celere accennò ad avanzare. E anche gli irriducibili se ne andarono.

3. continua


*Giornalista

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