Raboso, uve antiche per un vino sorprendente

di Michela Berto*

Un vino di eccellenza del nostro territorio, il Raboso
Il nome Raboso deriva dal termine veneto “Rabioso o sgarboso” che significa nervoso,
indomabile, scontroso, dato per l’appunto a questa uva per il suo sapore fortemente
acido e aspro, con un elevato contenuto di acido malico e tartarico, dai tannini di
difficile maturazione con la buccia coriacea di colore rosso rubino intenso, un vino che fa digerire le pietre.
Uva di antichissime origini, già nel ‘1500 all’epoca della Serenissima, Carlo Goldoni cita il
Raboso come vino da viaggio, trasportato nelle stive delle navi, dai Veneziani quali abili
navigatori resisteva durante i lunghi viaggi sulle rotte oceaniche senza alterarsi l’alta
presenza di tannino e acidità ne permetteva la conservazione.
In origine il Raboso era coltivato a “Belussera”, nome associato alla famiglia Bellussi,
allevatrice di bacchi da seta, all’epoca il vigneto era composto da una vite di Raboso e
un albero di Gelso come tutore dei tralci, mentre le foglie dei Gelsi venivano usate per
nutrire i bacchi da seta, da qui deriva il nome” vigneto a Bellussera”.
Sino agli anni ’50 questa varietà occupava circa 80% della superfice della zona del Piave,
successivamente venne sostituita con uve meno dure come il cabernet o il merlot,
attualmente la sua coltivazione raggiunge appena il 3% del territorio.
In merito alla caratteristica di questa uva dal lungo invecchiamento, ricordo un episodio
avvenuto alcuni anni fa, quando frequentavo il corso Sommelier, nel 2004 davanti a una
commissione di degustatori AIS presso l’azienda Bonotto Delle Tezze a Vazzola (Tv) sono
state aperte alcune bottiglie di vecchia data, ne cito solo alcune e vi riporto in sintesi ciò
che hanno scritto:
Annata del 1937
Tappo integro
Colore: incredibilmente vivo con note rubino
Naso: fruttato appena pungente, note di tabacco
Gusto: L’acidità tende alla sapidità, la persistenza gusto olfattiva è discreta, tannini maturi
Annata 1948
Colore: quasi completamente inesistente
Naso: corto con note ossidate
Gusto: emerge una nota acida, assenza di sapidità
Annata 1956
Colore: è sorprendentemente, sfumature incredibili di un rosso porpora rubino vivissimo
Naso: il frutto è deciso e fresco con note di frutta rossa matura
gusto: fresco e morbido, con una persistenza gusto olfattiva importante, sapidità e
tannicità sono molto ben amalgamati, un vino sorprendente elegante.
Per alcuni secoli la sua coltivazione ha contraddistinto la zona del Piave ma verso gli anni ’50 è iniziato il suo declino in favore di varietà internazionali come il cabernet e il merlot.
Il cambiamento
Un viticoltore Giorgio Cecchetto sito a Vazzola di Tezze (Tv) convinto che questo vitigno
avesse grandi potenzialità, verso la fine degli anni ’90 intraprende un nuovo percorso,
cerca di valorizzare le qualità di quest’uva senza snaturarla, inizia cosi con dei nuovi
impianti, acquista le prime 5mila viti provenienti dalle selezioni clonari di Raboso Piave:
VCR19, VCR20, VCR43, dai Vivai Cooperativi Rauscedo produttori e selezionatori di
barbatelle in Friuli, sostituendo da “Bellussera” a Guyot, dirada la produzione dei grappoli per pianta, ciò aumenta la ricchezza e la qualità nell’uva, inoltre raccoglie dal 15 al 30 % delle uve e le fa appassire sui graticci per circa 35 giorni, lo vinifica in diversi modi e lo affina in legni autoctoni del territorio come il gelso, ciliegio, acacia, castagno lasciandolo riposare per diversi mesi, ne esce un vino importante, dal nome Gelsaia in onore dei Gelsi.

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Il 22 dicembre 2010 riceve la DOCG sotto la denominazione Piave Malanotte DOCG in
onore di un borgo medioevale sito a Tezze di Piave Vino dal colore rosso rubino intenso dai riflessi granato, consistente, profumi di marasca sotto spirito, composta di frutta rossa, liquirizia, spezie, cuoio sul finale qualche nota balsamica, la varietà olfattiva e molto ampia in continua evoluzione, all’assaggio risulta morbido, acido e tannico con un finale sapido, potente ma non stucchevole, si accompagna a vivande composte da carni rosse succulenti, selvaggina, formaggi stagionati e cioccolata amara, vino di grande struttura, dalla beva importante che si addice molto bene all’invecchiamento, per degustarlo al meglio va aperto almeno venti minuti prima di essere servito per una buona ossigenazione.
Nel nostro menu proponiamo delle vivande che si abbinano perfettamente al Piave
Malanotte DOCG

Maltaglaiti di pasta di pane, al stracotto di lepre in salmi e porcini,
Anatra in due cotture:
il petto cotto rosa (la parte succulenta)
e il collo dell’anatra ripieno al forno ( la parte speziata e grassa)
Tutto cioccolato
Con queste proposte il Piave Malanotte DOCG accompagna con la sua persistenza e la
complessità gusto olfattiva la speziatura del salmi della lepre, come la succulenza del
petto d’anatra e la grassezza del cioccolato che viene sostenuta dall’acidità,
Vi consiglio di assaggiarlo quanto prima.


michela berto*Sommelier – ristorante San Martino

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