I giganti di ghiaccio e il loro nome tra tradizione e leggenda

di Franco Secchieri*

L’inverno è finalmente arrivato sulle montagne, con la sua coltre di neve che sembra conferire al paesaggio una maggiore uniformità rispetto all’estate, quando solo le cime ammantate di ghiaccio spiccano per la loro imponenza. Non così per le Dolomiti, le cui forme sembrano esaltarsi ancora di più in questo bianco scenario. Anche i loro sempre più ridotti ghiacciai riposano, osservando, forse assonnati, il vociante assalto degli sciatori lungo la miriade di piste che si snodano tra straordinarie visioni.

Ma perché le Dolomiti si chiamano così? Forse tra i frequentatori, o anche i semplici conoscitori di queste montagne, che non a caso sono diventate patrimonio dell’umanità, non tutti conoscono l’origine del loro nome che, per quanto riguarda le montagne, è certamente il più noto al mondo.

Per risalire all’origine del nome “Dolomiti”, che di fatto identifica l’intera regione montuosa compresa tra il Veneto ed il Trentino Alto Adige, bisogna anzitutto rifarsi alle rocce che le compongono, la principale delle quali è un calcare che si chiama “dolomia”.

 

1. Cima Una.

La Cima UNA, Crode Fiscaline, sopra Moso, appare come un fantasma tra le nebbie del tramonto.

. La Cima UNA, Crode Fiscaline, sopra Moso, appare come un fantasma tra le nebbie del tramonto. Un nome che non è poi tanto antico dato che, per trovarne l’origine, è sufficiente andare indietro nel tempo per poco più di due secoli e facendo riferimento alla figura di un nobile francese, appassionato di minerali: Deodat-Guy-Silvain-Tancrède Gratet de Dolomieu, nato nel Delfinato, proprio a Dolomieu, nel 1750. Attorno al 1790 questa figura che la storia vuole eclettica e stravagante, compì delle escursioni nella valle dell’Adige e, in prossimità di Bolzano, alcuni particolari affioramenti rocciosi attirarono la sua attenzione. Ebbe modo di raccogliere dei campioni che sottopose ad una prima semplice analisi, mettendoli a contatto con acido. L’esperimento lo portò ad osservare una minore effervescenza rispetto ad altri comuni campioni di minerali calcarei, formati quindi sostanzialmente da calcite (CaCO3). Si confrontò col figlio di Benedict de Saussure, il letterato geografo che organizzò la prima salita al Monte Bianco ed alla fine si scopri che il minerale di cui si componevano le rocce, era un calcare formato da un sale doppio di Calcio e Magnesio, rispondente alla formula chimica CaMg(CO3)2, fino ad allora sconosciuta.

Così, ufficialmente nel 1796, il minerale (e quindi le rocce) fu chiamato “dolomite” in omaggio al suo scopritore.

2 Civetta

Il monte Civetta, domina Alleghe e il suo lago con la parte Ovest

Con questo, però, non si era ancora affermato il nome per l’intera regione geografica che oggi conosciamo. Dovettero passare decenni fino a quando, nel 1864 i signori J. Gilbert e C. Churrchill pubblicarono a Londra il volume dal titolo “The Dolomites Mountains”. Ma ancora questa definizione dell’area geografica trovò nell’allora mondo accademico una certa ostilità e fu soltanto all’inizio del ‘900 che i termini Dolomiti e Regione dolomitica entrarono nell’uso comune.

Riguardo alla genesi delle rocce dolomitiche, queste si sono formate nel Permiano, circa 270 milioni di anni fa e, a seguito di diversi e complicati eventi geologici, nel successivo periodo Anisico (circa 235 milioni di anni fa), in un mare di tipo tropicale, quelle rocce furono ricoperte da scogliere coralline. Nei periodi successivi si alternarono processi geologici di straordinaria importanza, con formazione di vulcani, eruzioni e intrusioni di lave magmatiche. Ma la tormentata storia che ha riguardato la formazione delle rocce dolomitiche non si arresterà che dopo altri milioni di anni, nel periodo del Norico, quando un nuovo sprofondamento sotto il livello degli oceani, portò alla formazione di una serie di strati di ben 1000 metri di spessore di cui si compongono tantissime cime.

4. Vaiolet Catinaccio (3)

Le ardite torri del Violet, del Gruppo del Catinaccio, in tedesco Rosengarten

Ci pensò poi l’orogenesi alpina a sollevare tutta quella complessa struttura, lasciando agli agenti esogeni (e al ghiaccio in particolare) il compito di modellare le montagne nelle forme che oggi possiamo ammirare : dalla Marmolada, al Catinaccio alle Pale di San Martino e alle Tre cime di Lavaredo, forse il Gruppo più famoso dell’intera regione. Ma è anche il caso di ricordare, come ulteriore esempio di bellezza e complessità geologica, i gruppi del Sassolungo o del Boè, quest’ultimo separato dalla Marmolada dalla catena di rocce vulcaniche che definisce il versante meridionale della valle di Arabba.

Certo la storia di queste montagne non finirà qui, milioni di anni le aspettano ancora prima di venire erose e smantellate completamente, per ricominciare ancora un altro ciclo orogenetico. Dunque noi oggi siamo ancora nel mezzo (dal punto di vista geologico) della storia delle Dolomiti, e possiamo goderci questo paesaggio, certamente maturo dal punto di vista delle forme.

5. Tre cime 2016 (1)

Il Gruppo delle Tre Cime di Lavaredo, nei pressi del Rifugio Fonda Savio, nei Cadini di Misurina

C’è anche una altro aspetto che ha contribuito a rendere famose le Dolomiti, non tanto dal punto di vista geologico, quanto per quanto riguarda la fantasia e la immaginazione.

Infatti, facendo qualche passo indietro nella storia, seppure recente, furono molti gli abitanti delle valli che, suggestionati dalla bellezza di queste rocce, crearono leggende e favole varie, talmente radicatesi poi nella tradizione che finirono per assegnare nomi particolare a molte cime o gruppi.

Infatti le Dolomiti vengono anche chiamate Monti Pallidi, a seguito di una delle più note e diffuse leggende che, come ogni racconto che si rispetti, ricorda un amore sofferto che tuttavia ebbe un lieto fine grazie ad un incantesimo per cui, narra la leggenda, le Dolomiti iniziarono a risplendere di notte grazie ai raggi argentati e la principessa della Luna poté tornare sulla Terra a vivere insieme al suo giovane principe sposo, protetta dai riflessi dei Monti Pallidi. Un’altra celebre quanto suggestiva leggenda riguarda il Catinaccio il cui nome tedesco è “Rosengarten” perché su quella montagna sorgeva il giardino di rose di Re Laurino. A causa di una maledizione, fatta dallo stesso Re, la montagna fu privata della sua bellezza durante il giorno e la notte. Ma il Re Laurino, nel maledire il Catinaccio, si dimentico l’alba ed il tramonto per cui proprio in questi momenti del giorno la montagna si colora di bellissime sfumature di rosa, come un giardino di ineguagliabile bellezza.

In pratica infinite sono le storie e le leggende, compresa anche quella delle Tre Cime, dove qualcuno ancora immagina la figura di tre fate impietrite.

Insomma, dietro ai tanti nomi delle cime delle Dolomiti, si celano storie appassionanti, tra scienza e leggenda, tra realtà e fantasia che contribuiscono, se possibile, aumentare ancor più la fama di queste montagne. Allora quando ci inoltriamo lungo le piste o i sentieri delle Dolomiti, non dimentichiamoci il significato dei nomi che ci aiutano ad amare ancora di più queste montagne.

Foto di Franco Secchieri


*Glaciologo

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