Si può odiare la poesia? Breve saggio su un’arte antica

di Daniela Baldo*

Si può odiare la poesia? Risposta quasi certamente affermativa se lo chiedessimo ad un qualsiasi studente impegnato a studiare, magari controvoglia, gli autori e le opere della letteratura; sicuramente no, se lo chiediamo a chiunque legga o scriva poesie per il solo gusto di farlo o per scoprire quanto profondo possa essere l’universo dei sentimenti umani.

“Odiare la poesia” è il titolo di un breve saggio di Ben Lerner, giovane scrittore americano, autore di due romanzi e tre raccolte di poesie, che insegna  letteratura inglese al Brooklyn College. Insomma, la persona più adatta a parlare dell’odio che può scaturire nei confronti  di un’arte antichissima, che nel corso degli anni è stata esaltata e oggi, spesso, viene denigrata. L’autore stesso ammette di provare per essa “disprezzo” anche se gran parte della sua vita ci ruota intorno perché, afferma, “la poesia e l’odio per la poesia […] sono inestricabili”. Il poeta, nell’immaginario di Lerner, è una figura tragica perché destinata al fallimento; egli inoltre condivide il pensiero di David Grossman secondo cui la “poesia virtuale”, quella con la P maiuscola, è caratterizzata da un enorme potenziale astratto e viene contrapposta alla “poesia reale”, quella che si contamina con il mondo e che per questo tradisce l’impulso elevato tipico del momento dell’ispirazione. Per Lerner ogni poeta vive immerso nel divario tra ciò che si sente spinto a fare e ciò che realmente sa fare. Per tutto questo, conclude, la poesia è impossibile.

Partendo dall’analisi del pensiero di Platone che ne La Repubblica attacca l’attività poetica negandole qualsiasi valore politico o civile, l’autore trova conferma della sua tesi nel pensiero del grande poeta romantico Shelley il quale aveva affermato che la migliore delle sue poesie non era che la fievole ombra della concezione originaria che egli aveva avuto.

Altra domanda a cui Lerner risponde in modo provocatorio riguarda l’eterno dilemma sull’utilità della poesia che, a suo parere, consiste nella sua inutilità e nella mancanza di utilizzi pratici.  D’altra parte, è un pensiero ancora oggi accreditato che fare il poeta non sia un lavoro reale, ma un‘occupazione virtuale e dunque un non lavoro. La logica del ragionamento di Lerner giustifica dunque senza tema di smentita quella che è una convinzione tipica dell’epoca contemporanea, convinzione che ha decretato a più riprese e con più o meno forza, la morte ufficiale della poesia.

Un pamphlet davvero originale quello di Lerner, interamente dedicato a esplicitare il suo disprezzo per l’arte che lui stesso pratica e che diventa, paradossalmente, un vero atto d’amore nei confronti della poesia e una velata denuncia nei confronti di quei poeti che in modo narcisistico scrivono versi non per gli altri ma unicamente per se stessi e per soddisfare la loro voglia di essere ricordati.

La poesia dunque si può amare e odiare simultaneamente, una cosa non esclude l’altra. Ma è proprio dall’incontro di due sentimenti estremi e opposti che scaturisce l’amore profondo che l’uomo, fin dai tempi più lontani, nutre nei confronti della più “discreta delle arti”, come la definì Eugenio Montale, appena insignito del premio Nobel per la letteratura, nel famoso discorso tenuto davanti all’Accademia di Svezia nel lontano 1975.

Odiare la poesia – Ben Lerner – 12 euro – Sellerio


dani* Docente

 

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