Il nostro Sessantotto. Il Campiello “indenne” dalla guerriglia veneziana

di Leopoldo Pietragnoli

L’ultimo appuntamento culturale e mondano del Sessantotto fu la cerimonia di premiazione del Premio letterario Campiello, che si svolse la sera del 3 settembre al Teatro Verde nell’isola di San Giorgio, sede della Fondazione Cini, e quindi strutturalmente «blindata» e riservata su invito a un pubblico d’élite. Nonostante questo, l’eco dei recentissimi incidenti alla Mostra del Cinema aveva consigliato un discreto ma consistente servizio d’ordine. Sia consentito a questo punto, avviandoci a conclusione del ciclo di articoli, un ricordo personale, a proposito. Il Gazzettino inviò due cronisti, Ivo Prandin, avviato a una brillante carriera di terza pagina, tra il pubblico all’aperto per seguire la cerimonia (la madrina era Gina Lollobrigida), e il sottoscritto nel sottopalco – stavo per scrivere sotterraneo – assieme a un plotone del Secondo Celere di Padova, con l’incarico di seguire i poliziotti nel caso fossero intervenuti. Ma tutto si svolse nella massima tranquillità. Io non scrissi manco una riga e il Premio Campiello uscì indenne dal Sessantotto veneziano.

Non così la Biennale: né la mostra di arti visive né la mostra del cinema. Anche se di lieve entità sotto il profilo «militare», gli incidenti di Piazza San Marco e del Lido avevano dimostrato – grazie anche alla notorietà e alla caratura dei contestatori – la fragilità e la arretratezza di uno Statuto e di una programmazione non più all’altezza dei tempi nuovi o almeno delle attese di novità e di rinnovamento del mondo culturale italiano. Nel suo piccolo, era stata «una ventata squassante» come annotarono Paolo Rizzi ed Enzo Di Martino nella loro Storia della Biennale. Ai Giardini l’Esposizione proseguì abbastanza regolarmente nel 1970 e nel 1972, ma con la abolizione dei premi, e dopo l’approvazione in Parlamento del nuovo Statuto nel 1973, “saltò” l’edizione del 1974, continuando poi peraltro sui toni alti che l’avevano sempre contraddistinta. Al Lido invece la soppressione dei premi e la scelta di edizioni non competitive per ben undici anni comportò di fatto un tono più dimesso, e nel 1973 si registrò anche la contrapposizione con le Giornate del cinema italiano, autogestite da cineasti, mentre la concorrenza del Festival di Cannes guadagnava terreno di anno in anno. Passata l’onda lunga del Sessantotto, nel 1980 ritornarono i premi, non senza qualche polemica: nel 1981 l’assegnazione del Leone d’oro ad “Anni di piombo” di Margarethe von Trotta, riportando la Mostra ad alti livelli internazionali, sopì anche le ultime riserve.

Chi oggi, a cinquant’anni di distanza, veda i fasti sia della Biennale di arti visive sia della Mostra del cinema, e della Biennale in generale, potrebbe anche pensare che il Sessantotto sia stato un semplice incidente di percorso e i successivi anni di crisi una lontana parentesi. Eppure, per chi visse quella stagione, netta è rimasta la sensazione che la «ventata squassante» abbia segnato un «gomito storico» nella vita della città, almeno pari a quello della alluvione del 4 novembre di due anni prima. Perché, per più di vent’anni, dal dopoguerra, Venezia era stata capitale della cultura, e questo per un circuito virtuoso tra l’essere vetrina della cultura internazionale e insieme laboratorio della produzione cittadina, a sua volta in circuito altrettanto virtuoso tra le elitarie esperienze dell’avanguardia e le forme più popolari di divulgazione: era una città internazionale e stra-paesana insieme. Pensando a quegli anni, Massimo Cacciari, ricordando Giuseppe Mazzariol, ha parlato della «ultima Venezia europea». E allora, viene da concludere che il Sessantotto veneziano non fu soltanto una carica della Celere in Piazza San Marco.
4- fine

(Foto archivio Leopoldo Pietragnoli)


pietragnoli* Giornalista

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