Sanremo, quella strana cosa chiamata Festival

di Giò Alajmo*

Incredibile essere ancora qui a parlare del Festival di Sanremo, come dell’Inter, o di Mussolini. In Italia poche cose si sottraggono alla inevitabile obsolescenza e a una conclusione naturale e il festival, come il calcio o le allucinazioni politiche, è tra queste. Quando Gianni Crovato, direttore del Gazzettino, mi spedì prima al Festivalbar e poi a Sanremo era la seconda metà degli anni Settanta. Protestai. I miei interessi musicali erano di tutt’altro genere, decisamente rock, e Sanremo era il “nemico”. Per tutti gli anni ’70, da quando Gianni Morandi era stato sbertucciato e fischiato in apertura del concerti dei Led Zeppelin, Sanremo era sparito dagli interessi nazionali. La Rai si era defilata, il Comune aveva perfino scelto la via autarchica di organizzarne uno da solo e far vincere un’amica del sindaco, poi la faticosa ripresa, con la troika Radaelli, Salvetti, Ravera di ridargli dignità e interesse e infine lo sforzo immane di Gianni Ravera di farsi carico di tutto e cambiargli volto. Con Ravera ci eravamo conosciuti a Venezia, dove organizzava la “Mostra internazionale di musica leggera”, anteprima delle novità discografiche di stagione. Lui, Salvetti e Radaelli si dividevano il mercato della promozione musicale in tv, prevalentemente lui e Salvetti, il presentatore e manager padovano con il Festivalbar e Ravera con Sanremo e Venezia, da cui fuggì presto per la scarsa collaborazione della città lagunare. Il Cantagiro di Radaelli, si era invece arenato nel 1971 quando qualcuno ebbe la stolida idea di unire la finale al Vigorelli di Milano con il primo e unico concerto dei Led Zeppelin. E fu guerriglia urbana.
Sanremo, nel 1979, era poco più di niente. La sala stampa era nel mezzanino del teatro Ariston con i giornalisti talmente pochi da avere accesso libero al backstage durante lo show. Lì mi trovai spalla a spalla con Tina Turner che provava passi di danza con le sue due coriste ballerine, piccola, bruttina, una orribile voglia sulla spalla, una tigre una volta entrata in scena. Professionalmente e personalmente era alla frutta dopo la fine del sodalizio con Ike Turner. Pochi soldi in tasca e un futuro incerto. Da lì cominciò a risalire vertiginosamente. Sanremo era ancora una “strana cosa” in cui poteva capitare di tutto, sentire i Pandemonium cantare “Tui fai schifo sempre”, incrociare i Van Halen in un sottoscala disponibili a parlare di rock, avere Freddie Mercury e i Queen che si sedevano al tuo tavolo a spiegarti “Radio Gaga” e magari sentire nella notte Toto Cutugno raccontare a Eleonora Vallone, aspirante cantante, che i russi e gli americani lo consideravano “un grande autore in minore”. Che fosse un grande autore lo disse anche Ray Charles, anche se poi i due avevano cantato al 40° Festival due canzoni diverse, perchè il grande Genius non sapeva che Toto aveva tolto e semplificato alcune parti.

Cutugno. Quando vinse – ho visto vincere Cutugno, l’eterno secondo – nel 1980 il Festival era talmente bistrattato che il suo ufficio stampa il giorno dopo girava fra i giornalisti implorando che qualcuno lo intervistasse. Erano tempi strani. Come le giurie. Nel 1982 Claudio Villa giurò che non esistevano e che voleva vedere in faccia chi lo aveva bocciato. Villa voleva partecipare a tutti i costi, anche se Ravera premeva per un rinnovamento del cast con l’inserimento di giovani e ritmi moderni. Il reuccio accettò di partecipare alle selezioni dei giovani come un esordiente qualsiasi. Fu bocciato. Si presentò in sala stampa urlando, inveendo e minacciando. Con due colleghi, Santo Strati e Cristina Berretta, decidemmo di giocare al controsondaggio. Ciclostilammo delle schede con una domanda: quali sono le tre canzoni migliori del festival? Le distribuimmo ai colleghi accreditati. Vinse “E non finisce mica il cielo” cantata da Mia Martini. Il premio della Critica, nato in questo modo quel giorno fu poi intitolato a lei. Il Festival andò invece a Riccardo Fogli, che ritroveremo in gara quest’anno.
Quando l’anno dopo Ravera e la Rai furono costretti dal ricorso di Villa ad accettare il voto popolare, la vittoria di Tiziana Rivale nell’anno di “Vacanze Romane” dei Matia Bazar e “L’italiano” di Cutugno fece scalpore. “Le avete volute le giurie popolari, no?”, commentò Ravera quando gli chiesi conto del risultato. Ricordo Mara Maionchi anni dopo: “Era meglio Ravera quando faceva le “pastette”, almeno vincevano canzoni migliori”.
Ravera era un ex cantante, conosceva e amava la musica. Fu lui a inventare Zucchero e a sostenere Alice, a portare al festival per due quello strano tipo sconclusionato di Vasco Rossi che non piaceva a nessuno se non ai ragazzi che sognavano la “Vita spericolata”. Con Ravera il Festival tornò a essere televisivamente importante e proporre musica, se non in gara, almeno con gli ospiti, segnando comunque i tempi. Era ed è una manifestazione di retroguardia, per palati poco fini, legata alla tradizione e al passato, ma ha una sua valenza. Intanto informa la massa che tutto ignora su che musica gira intorno, sia pure quella di J-Ax e Gabbani, e soprattutto ricarica le casse Rai di una quota pubblicitaria che ha ricaduta su tutto il sistema. Fatue son le lamentele per i costi di chi è convinto di avere voce in capitolo solo perché versa 27 centesimi a famiglia di canone quotidiano. Il Festival è ancora un affare che rende più di quanto costa più vari benefit di ricaduta.
Dalla crisi degli anni ’70, messo in soffitta come la generazione di Morandi, è uscito a fatica negli anni ’80 con Ravera provando con Aragozzini, manager di Gino Paoli, a tornare all’orchestra, ai cantautori di talento e ai duetti con gli stranieri. Fabio Fazio sul finir del secolo ne ha poi celebrato il funerale di lusso, creando due anni dedicati alla grande musica italiana e agli ospiti più qualificati, e soprattutto trasformandolo nel “Festival di tutti”, dalla gente comune ai premi Nobel, coinvolgendo da Pavarotti a Dulbecco, da Gorbacev a Nanda Pivano.
A condurre con lui avrebbe dovuto esserci il compare di merende di “Anima mia” Claudio Baglioni, che alla fine, tra mille dubbi, non si fece convincere.
Baglioni ha accettato quest’anno, facendosi convincere, alla fine, tra mille dubbi. La sua scommessa era rendere centrale la canzone, selezionare interpreti di chiara fama e carriera, scegliere canzoni che abbiano una bella scrittura. Il suo tentativo di ridare dignità alla canzone italiana in tempi di consumo veloce e distratto, passa per una scommessa, mantenere alta l’attenzione eliminando le… eliminazioni. Niente sangue e arena fra cantanti e canzoni in lotta per cinque giorni per assicurarsi un posto in finale. Tante votazioni invece, coinvolgendo la gente, la stampa, i professionisti della musica per avere alla fine un risultato certo e qualificato.
E’ una scommessa tutta da vincere, soprattutto oggi che domina la polemica gratuita, le critiche sanguinose e il sarcasmo da social, che le canzoni sono tornate a essere canzonette di poco conto e che comunque i margini di manovra per un direttore artistico sono limitati da uno schema televisivo che pretende sempre il suo dazio.
Intanto quelche motivo di interesse c’è, la canzone che Lucio Dalla lasciò incisa nel suo studio prima di morire, affidata al vecchio amico Ron, lo sguardo sulla cronaca e il terrorismo recente di Ermal Meta e Fabrizio Moro, le piccole chicche in vernacolo di Avitalbile e Barbarossa, e il ritorno dei gruppi, Vibrazioni, Decibel, Lo Stato Sociale, The Kolors, modi diversi di intendere musica d’insieme, di collaboraione, di diverso apporto, in totale controtendenza oggi che si tende a privilegiare l’uomo solo al comando della hit parade.
Dietro Sanremo circolano molti interessi, di impresari e manager, di radio e tv, di giornali seri e popolari, e lo stesso Baglioni alla fine trarrà vantaggio da questa avventura rilanciando il suo nome nell’anno del tour e del disco e del dvd e forse altro per i suoi cinquant’anni di carriera. La gara di Sanremo mancava al suo curriculum. Ora c’è. E senza concorrere.

(Foto cortesemente concessa da Paroleedintorni)


gio*Giornalista, critico rock, è stato per 40 anni il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest

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