La nostra storia. Uno squarcio nella notte: quarant’anni fa la bomba al Gazzettino

di Leopoldo Pietragnoli*

Erano le 4.41 di martedì 21 febbraio 1978. Un’ora che migliaia di veneziani, destati di soprassalto dallo scoppio, che aveva scosso tutto il centro della città, non avrebbero dimenticato. Una bomba a orologeria, realizzata con rara abilità artigianale e molto potente – una carica di tritolo in una pentola a pressione – deposta sui gradini d’ingresso della storica sede del Gazzettino a Ca’ Faccanon, in Calle delle Acque, nel cuore delle Mercerie, dilaniò Franco Battagliarin, di Punta Sabbioni, 49 anni, sposato con tre figli, uno di 13, uno di 10 anni, l’ultima di soli dieci mesi, guardia giurata della Civis e custode notturno dell’edificio nel quale era rimasta allora la sola Redazione veneziana del quotidiano, che da pochi mesi aveva trasferito a Mestre la sede centrale e la tipografia. Era contento, Battagliarin, di stare finalmente in “un posto tranquillo”, al riparo dalle intemperie: lo aveva detto proprio la sera prima, ai baristi dell’esercizio di fronte al giornale. L’onda dell’esplosione mandò in frantumi i vetri delle case e le vetrine dei negozi in un largo raggio delle Mercerie, e devastò l’androne del palazzo: il lastrone di pietra d’Istria del gradino d’ingresso, spesso una ventina di centimetri, fu ridotto a pezzi. I primi ad accorrere furono due marinai dell’Actv dei pontili di Rialto, un poliziotto di guardia alla sede della Democrazia cristiana allora a Palazzo Camerlenghi, una donna delle pulizie che stava recandosi a Ca’ Faccanon. Battagliarin era ancora vivo, ma in condizioni pietose: morì poco dopo. Tra i detriti sul selciato di Calle delle Acque, si trovò il quadrante lacerato di una sveglia Ruhla, la stessa marca usata da Ordine Nuovo sin dai tempi degli attentati ai treni dell’agosto 1969, e che costituiva una specie di firma dell’organizzazione neofascista.

Domande angosciose si rincorsero dai primi minuti. Perché Battagliarin era uscito? Fosse rimasto in portineria al riparo del pesante portone, si sarebbe salvato. E perché toccò l’involucro? Era stato insospettito da qualche rumore o qualcuno lo aveva chiamato? Ma soprattutto: chi aveva messo la bomba? Anche grazie al reperto della sveglia, si pensò subito a Ordine Nuovo, che in quel periodo aveva fatto giungere credibili minacce al giornale per le sue posizioni contro l’eversione di destra. Al Gazzettino non si ebbero dubbi: il giorno dopo, nel titolo a tutta pagina l’attentato fu definito “fascista”. Al funerale, Mario Lizzero, che parlò per le organizzazioni partigiane, non esitò ad annoverare Battagliarin tra i martiri della Resistenza.

Corali furono lo sgomento, la commozione, l’indignazione della città, le cui notti peraltro erano da tempo travagliate da uno stillicidio di attentati, quasi tutti incendiari con bottiglie Molotov: nel 1977 il Gazzettino aveva registrato ben trentatré episodi, e alcuni inquietanti segnali già si erano avuti in quel primo scorcio del 1978. In poche ore – la ripresa del lavoro avvenne con straordinaria celerità, se si pensa che l’esplosione aveva interrotto l’energia elettrica e le linee telefoniche, e che calcinacci e schegge di vetro avevano devastato le scrivanie dei cronisti – le pagine del giornale si riempirono di messaggi e di testimonianze, mentre il Comune proclamava il lutto cittadino. Il pellegrinaggio al portone di Ca’ Faccanon proseguì intenso e ininterrotto, e mazzi di fiori si accumularono sul gradino infranto. Accanto al dolore, allo sdegno, all’impegno per la difesa della democrazia, immediata fu la campagna di solidarietà verso la vedova e gli orfani di Battagliarin.

Per i funerali, officiati venerdì 24 febbraio dal patriarca Albino Luciani – che sei mesi dopo sarebbe stato eletto Papa Giovanni Paolo I – nella basilica dei Santi Giovanni e Paolo, dove la Serenissima celebrava i funerali dei Dogi e dei condottieri, l’intera città si fermò. In coincidenza con la messa, i sindacati proclamarono tre ore di sciopero generale, i negozi chiusero per due ore, mentre migliaia di manifesti listati a lutto – sui muri quelli del Comune, del Comitato antifascista, di Cgil Cisl Uil, sulle serrande abbassate quelli dei commercianti – scandivano per le calli in tutta la città un triste percorso di dolore.

Al Vangelo, il patriarca disse: “Che almeno l’orrore suscitato dal sangue innocente provochi una sana reazione, stringa insieme gli uomini e li conduca ad uno sforzo comune di riconciliazione

e di pace”. La basilica era gremita, e gremito era il vasto campo. Si scrisse, esagerando, di “decine di migliaia di persone”: ma molte migliaia erano di certo, una folla immensa. All’uscita della bara, calò improvviso un silenzio incredibile, agghiacciante, che durò cinque interminabili minuti, fino a quando lo ruppe il rumore del motoscafo avviato per l’ultimo viaggio di Franco Battagliarin. Poi, in campo, i discorsi: del sindaco Mario Rigo, del presidente dell’Editoriale San Marco, Ezio Riondato – che due mesi dopo sarebbe stato ferito, bersaglio di un attentato di terroristi rossi –, del segretario della Cisl, Bruno Geromin per i sindacati.

L’uccisione di Battagliarin è rimasta impunita. Lo smantellamento delle cellule eversive e i racconti dei pentiti non hanno mai fatto luce sull’attentato. Né ha fatto strada l’ipotesi che la matrice potesse non essere politica, ma maturata nel sottobosco della malavita locale. Soltanto molti anni dopo, troppi anni dopo, nel 1996, un pentito della destra eversiva, Carlo Digilio, ha raccontato che un esponente veneziano di Ordine Nuovo, Giampietro Montavoci, gli aveva confessato di essere l’autore dell’attentato e che la morte di Battagliarin era stato un incidente imprevisto. L’accusa non ha avuto alcun riscontro processuale. Del resto, Montavoci non poteva più dire la sua: era morto in un misterioso incidente stradale nel 1982, non lontano dal confine con la Slovenia, a soli 31 anni.

Al ritorno dai funerali, sul muro di Ca’ Faccanon, annerito dall’esplosione, si trovò attaccato un cartello, con la scritta “Veneziani, non dimenticate presto”. Quello, almeno, lo abbiamo fatto: non abbiamo dimenticato.

La fotografia della portineria devastata dallo scoppio (Fotoattualità – Archivio Leopoldo Pietragnoli) ha una curiosità: quello sulla destra è Pietragnoli che quel giorno era capo cronista… 

pietragnoli*Giornalista

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