Dodici domande a…. Zanonato (Liberi e Uguali): dare lavoro ai giovani, priorità per il Veneto

di Giorgio Gasco*

Cresciuto nel Pci, a chiamarlo è stato Piero Fassino; ha vissuto tutte le trasformazioni del partito fino al Pd per poi salutare la compagnia. Nel 1993 diventa sindaco di Padova restando in carica fino al ’99 quando deve passare la mano al rappresentante del centrodestra. Cinque anni di lavoro nel partito, poi l’occasione per prendersi la rivincita nel 2004 quando ritorna alla guida del suo Comune, sconfiggendo proprio l’avversario di cinque anni prima. E’ in questo mandato che in tutta Italia si parla di Flavio Zanonato, per il muro fatto costruire in via Anelli, allora considerato Bronx di Padova, per isolare la malavita imperante nel quartiere.

Un’iniziativa condivisa dai padovani, visto che nel 2009 confermano la fiducia al sindaco. Prima dello scadere del mandato, Enrico Letta lo vuole a Roma come ministro dello Sviluppo Economico. Esperienza breve, a causa del “ciclone” Renzi. A quel punto Zanonato gioca la carta dell’Europa, che risulta vincente e sale a Bruxelles. Adesso un’altra sfida. Divenuto stretto l’abito che Renzi pretende di fare indossare ai dirigenti del Pd, Flavio Zanonato ha preferito un altro atelier. Così l’eurodeputato Zanonato accoglie l’invito di Pietro Grasso a correre sotto la bandiera di Liberi e Uguali.

Flavio Zanonato, perché si candida?

“Perché credo nel progetto di Liberi e Uguali: difendere i valori della sinistra, lavoratrici e lavoratori, i giovani precari, la povera gente, e lavorare per costruire insieme le condizioni di uno sviluppo sostenibile, da un punto di vista ambientale e sociale”.

Dopo una legislatura segnata da governi non eletti, ritiene che le urne consegneranno al Paese una legislatura stabile?

“La legge elettorale è “canagliesca” ed è fatta apposta per impedire accordi tra le forze progressiste nei collegi maggioritari e per favorire un incontro tra Renzi e Berlusconi dopo il voto. Prevedo quindi una situazione di instabilità, che spetterà al Presidente della Repubblica affrontare secondo quanto prevede la Costituzione”.

Secondo alcune stime, il 63% dei residenti a Nordest ritiene che sia importante votare per un bravo candidato al fine di avere un rappresentante del territorio. Lei condivide?

“Le leggi elettorali che si sono susseguite negli ultimi anni – Porcellum e Rosatellum – hanno favorito la “fedeltà” al capo a Roma e si sono ormai scritte migliaia di pagine su quanto queste regole del gioco abbiano allontanato i cittadini dalle istituzioni, indebolendo la nostra democrazia. Ma per me – che ho avuto l’onore di essere sindaco di una grande città come Padova – la politica deve essere fatta di territorio, contatto con le persone, ascolto e risposte concrete”.

Ritiene che i candidati rispondano a questa aspettativa?

“Non parlo degli altri partiti, mi interessa il nostro progetto che risponde a una domanda di sinistra che c’è in un popolo deluso e nelle esigenze della società. Noi avremo in Veneto personalità riconosciute come Pier Luigi Bersani e Anna Falcone e candidature che esprimono al meglio le nostre realtà locali: amministratori, interpreti del civismo e dei movimenti, professionisti e lavoratori dipendenti, le competenze della nostra Università. Tutte candidature nate da un processo democratico e partecipato”.

Si è sempre parlato del Veneto come gigante economico, ma nano politico. E’ ancora così?

“Il gigante economico aveva i piedi d’argilla e quest’ultima fase della globalizzazione ha fatto emergere questa fragilità. Si sono salvate le aziende più strutturate, in grado di innovare e di competere nello scenario internazionale, trainate dall’export. Per quel che riguarda il nanismo politico, se ne esce costruendo reti, facendo massa, affrontando la complessità e provando a gestire i processi: gli equilibri globali sono cambiati profondamente, la Cina – tanto per fare un esempio – ha una forza tale che è necessario interagire come Europa, altrimenti si rischia di scomparire, di non sedere al tavolo in cui si decidono i destini del mondo. La propaganda del “piccolo è bello” e del “si va meglio da soli” – che tanta presa ha in Veneto – ci condanna ad un isolamento che fa male alle nostre imprese. Guardate cosa sta succedendo a Londra dopo la Brexit, o in Catalogna”.

Anche il Veneto ha sofferto per la crisi iniziata nel 2008. Ci sono alcuni segnali di ripresa, però alcuni comparti non riescono a rimettersi in moto. Il credito viene erogato ancora con il contagocce e le aziende continuano a chiudere pur avendo ottime prospettive. Cosa si sente di proporre se eletto?

“Parto dalle cose fatte: da Ministro dello Sviluppo Economico ho portato avanti la “nuova Sabatini” e ho iniziato a rispondere a un’esigenza fondamentale delle aziende italiane, esigenza alla quale lavoro anche in Parlamento Europeo: abbassare il costo dell’energia. In Italia il costo dell’energia è di molto superiore a quello di paesi come Francia e Germania, ridurre questa spesa può rendere le nostre realtà produttive più competitive”.

Caso banche. La commissione parlamentare ha chiuso i lavori con una decisione a maggioranza, a dimostrazione delle divergenze. Sono stati stanziati dei fondi a risarcimento, ma gli azionisti ne sono esclusi: il nuovo governo potrà riconsiderare anche un loro risarcimento?

“Nell’ultima Legge di Stabilità ci sono delle risorse per chi è stato danneggiato, ma i fondi sono limitati, si è attorno ai 60 milioni di euro, e comunque per erogarli serve un Decreto del Governo, con una procedura macchinosa. Sicuramente, con la fiducia degli elettori, ci impegneremo perché vengano risarciti prima di tutto i piccoli e i medi risparmiatori”.

Intesa deve risarcire gli azionisti?

“Intesa San Paolo ha pagato 1 euro per rilevare gli asset “buoni” di Bpvi e Veneto Banca, noi abbiamo trovato la gestione dell’intera operazione perlomeno discutibile. Certo, Intesa non ha una responsabilità diretta, ma crediamo dovrebbe farsi carico di almeno una parte del risarcimento”.

Il governo uscente ha stanziato molti fondi per la regione: per l’edilizia scolastica, per la crisi delle banche, per la Pedemontana, fondi per gli eventi calamitosi che hanno colpito il Veneto. Dal suo punto di vista, è così?

“Il governo non ha stanziato “molti” fondi, credo si possa dire che è stato fatto il dovuto, non oltre; in alcune realtà, penso alle aree vittime di calamità della Riviera del Brenta, lungaggini burocratiche non hanno ancora permesso di utilizzare le risorse. In termini generali, è necessario costruire una sinergia migliore – tra Stato, Regione e Comuni – che consenta al Veneto di recuperare risorse all’altezza della propria complessità e delle proprie possibilità strategiche”.

Come ritiene la questione sicurezza in Veneto?

“L’Italia è uno dei paesi più sicuri d’Europa, i dati raccontano questa realtà, al di là delle suggestioni. Si può fare sempre meglio, quindi sostenere il lavoro delle forze dell’ordine è fondamentale, perché spetta a loro tutelare la sicurezza dei cittadini. Ma poi ricordiamo bene che l’urgenza di sicurezza più importante, oggi, è quella sociale: in un paese dove 11 milioni di persone rinunciano a curarsi e dove sono in aumento drammatico le povertà, i cittadini chiedono protezione ed è fondamentale il ruolo del welfare pubblico”.

Se sarà eletto, si adopererà per portare avanti la richiesta di autonomia del Veneto spingendo per arrivare alla conclusione delle trattative Regione-Governo?

“Il referendum di Zaia è stata una truffa, come dimostrano i recenti sviluppi. Il miglior federalismo è quello che valorizza l’autonomia dei Comuni, garantendo agli enti locali entrate proprie e non solo con finanza derivata: questa impostazione consente di avere risorse per investimenti, per opere pubbliche, per attivare cantieri, fare manutenzioni, rendere sicure ed efficienti da un punto di vista energetico le scuole dei nostri ragazzi. Può essere un volano straordinario di ripresa economica, in grado di dare lavoro alle piccole imprese edili messe in ginocchio dalla crisi”.

Qual è l’emergenza del territorio dove lei è candidato?

“Il lavoro dei giovani, perché è su questo che si fonda il futuro di una comunità. Sono circa 4.500 i giovani veneti emigrati nel 2016, negli ultimi sei anni il numero degli under 34 che hanno deciso di lasciare il Veneto è salito del 44%. Credo sia positivo che i nostri ragazzi facciano esperienze all’estero, ma è chiaro a tutti che se i giovani non ritornano il territorio si impoverisce, invecchia (diventerà sempre più urgente affrontare la questione demografica) e rischia il declino. Purtroppo il dramma del nostro territorio non è la tanto urlata “invasione”, ma l’ “evasione” dei nostri giovani. Quindi, guardandola in positivo: benissimo garantire come ha proposto Pietro Grasso il diritto all’istruzione universale dalla culla all’Università, è necessario rimettere in moto l’ascensore sociale. E poi il governo deve investire sull’economia reale, sulla costruzione di opportunità che valorizzino intelligenze e abilità dei nostri giovani. Le risorse vanno trovate rimettendo al centro i valori di giustizia sociale della nostra Costituzione: l’Italia è uno dei paesi più diseguali d’Europa, e chi ha di più deve dare di più, non è possibile che la pur debole crescita stia arricchendo solo i miliardari”.


gasco*Giornalista

 

 

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