Venezia anni 50-60. L’abolizione dei premi primo contraccolpo sulla Biennale di Arti visive

di Leopoldo Pietragnoli°

Concludendo gli articoli sul Sessantotto veneziano, si annotava come quell’anno abbia segnato un «gomito storico» nella vita della città. Perché, per più di vent’anni, Venezia era stata capitale della cultura, e questo per un circuito virtuoso tra l’essere vetrina della cultura internazionale e insieme laboratorio della produzione cittadina, a sua volta in circuito virtuoso tra le elitarie esperienze dell’avanguardia e le forme più popolari di divulgazione: era una città internazionale e stra-paesana insieme, che sapeva parlare tutte le lingue e il proprio dialetto.

 ll contraccolpo del Sessantotto sulla Biennale di Arti visive, primo obiettivo della contestazione, fu l’abolizione dei premi, che per oltre settant’anni avevano omaggiato grandi artisti, mentre la loro presenza segnava la qualità della esposizione. Per rapidissima citazione, si può cominciare da nomi come quelli di Braque, Moore, Chagall, Morandi, Manzù nella edizione del 1948, la prima dopo la guerra, «probabilmente la più grande e la più completa mostra mai allestita al mondo d’arte moderna», come hanno scritto Paolo Rizzi e Enzo Di Martino, che vide 1.108 artisti di 15 Paesi con 3.065 opere, ed ebbe 216.471 visitatori, un numero superiore a quello degli anni Trenta, e che non sarebbe poi stato raggiunto per oltre vent’anni. E si può continuare con i nomi di Matisse nel 1950, di Dufy e di Calder nel 1952, di Ernst, di Arp, di Mirò nel 1954, e poi con Tobey e Fautrier, Giacometti e Bacon, Hartung e Manessier… Nel 1964, con il premio a Robert Rauschenberg, la Biennale faceva conoscere all’Europa la Pop Art (in quella edizione gli artisti partecipanti furono 489 da 34 Paesi con 2.918 opere, e i visitatori 161.772). In un panorama così aperto al mondo, non ci si era però dimenticati di premiare grandi italiani, come Carrà, Vedova, Afro, Licini, Capogrossi, Cascella, Fontana, Pomodoro, Viani…

 Alla Esposizione vera e propria, la Biennale affiancava mostre storiche, retrospettive, personali. Un panorama di vastità e di qualità eccezionali, che il Sessantotto avrebbe cancellato o radicalmente cambiato. Basti pensare che nel ricordato 1948 ci furono la mostra della Collezione Guggenheim con 136 opere di 73 artisti, che offrì uno sguardo inedito sull’avanguardia internazionale, e la mostra del veneziano Fronte Nuovo delle Arti. Il Fronte – al quale aderivano artisti quali Guttuso, Vedova, Turcato, Santomaso, Pizzinato, Viani, Leoncillo – forse la più importante avventura dell’arte italiana del dopoguerra, per dirla con Di Martino, era stato fondato nel 1946 e si era sviluppato in una città ricca di fervore artistico. Dell’anno successivo è la nascita del rivale Magnifico Ordine della Valigia, con pittori figurativi e tradizionalisti. Mentre il Premio Burano – il primo in Italia a riaprire la stagione delle mostre d’arte, nel 1946 – tentava di far rinascere lo spirito del vedutismo della Scuola isolana degli anni Venti, la Bevilacqua La Masa, la cui Collettiva riprese nel 1947, coltivava giovani destinati al successo: come Balest, Barbaro, Borsato, Licata, Romagna. E in città operavano grandi nomi, Cadorin, Carena, Dalla Zorza, De Pisis, Guidi, Saetti, Seibezzi, mentre la Galleria del Cavallino ospitava lo Spazialismo di Deluigi. Venezia era la città più viva d’Italia per l’arte contemporanea: nel 1947 le gallerie cittadine ospitarono più di duecento mostre.

 E poi, non c’era soltanto la Biennale. Negli anni dispari le “rispondeva” il Comune, con le mostre d’arte antica: nel 1949 la prima con Giovanni Bellini, e poi con il Tiepolo e il Lotto, per arrivare nel 1955 a una strepitosa mostra del Giorgione con 140 mila visitatori, fino allo straordinario exploit della mostra del Carpaccio nel 1963, con un afflusso di 210 mila visitatori, del tutto eccezionale in un’epoca di bassa mobilità e di scarsa acculturazione di massa, e poi ancora i Guardi e i Vedutisti… Il Sessantotto avrebbe travolto anche l’incolpevole mostra d’arte antica.

Il presidente Charles de Gaulle a Venezia (Foto archivio Leopoldo Pietragnoli)


pietragnoli* giornalista

 

 

 

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