Lettera aperta ai candidati. Rota (Cisl): “Vogliamo un Veneto più connesso al resto del Paese”

di Onofrio Rota *

Posso sintetizzare in poche parole ciò che ci aspettiamo dai parlamentari veneti eletti il 4 marzo: che operino per un Veneto più connesso. Più connesso al resto del Paese, più connesso all’Europa, più connesso alla globalizzazione ma anche più connesso al suo interno. Come Cisl, osservando le dinamiche reali dell’economia e della società, ci siamo convinti che le politiche che sostengono visioni e prassi di chiusura, separatezza, diversità esasperata non producano niente di buono per la nostra regione, anzi.

Vado sul concreto. Partiamo dall’economia (da cui dipende sempre di più l’occupazione ed il lavoro). Per il Veneto importare ed esportare è essenziale. Ne va del suo apparato industriale che, non dimentichiamolo mai, comprende anche un ampio indotto nell’artigianato e nei servizi. Un apparato che ha superato (lasciando qualche vittima per strada) la crisi e che ora è tornato a giocare alla grande nei mercati nazionali ed internazionali.

Per affrontare le nuove (ma neanche tanto) sfide – dalla innovazione tecnologica (riassumibile nel concetto di Industria 4.0) alle dimensioni aziendali, passando per il credito – alle nostre imprese non servono certamente interventi protezionisti e il ritorno alla lira. Non servono nemmeno politiche di sfrenato localismo in materia di grandi infrastrutture, energia, commercio internazionale e così anche nelle relazioni con l’Unione Europea. Il quadro non cambia se guardiamo a due comparti che ci stanno dando grandi soddisfazioni: l’agricoltura (per meglio dire: la filiera agro-industriale) e il turismo. Il primo non ha proprio conosciuto la recessione ed è cresciuto grazie a qualità e ai mercati aperti dell’export. Il secondo sta vivendo una clamorosa ripartenza anche grazie agli stranieri.

Il primo impegno “connettivo” che ci attendiamo dai parlamentari veneti (come anche di coloro che faranno parte della compagine governativa) riguarda quindi la infrastrutturazione strategica nazionale/regionale (tanto per citare: la Via della Seta), le politiche energetiche, il percorso Industria 4.0, il rafforzamento della coesione europea, gli interventi per la tutela della qualità, le azioni per incentivare gli investimenti stranieri non speculativi.

La seconda connessione che va curata è quella tra economia e lavoro. Siamo preoccupati quando sentiamo che nel programma di alcune formazioni politiche vi è la cancellazione del c.d. Jobs Act. Siamo il sindacato che ha lavorato con determinazione per migliorarne alcuni punti critici e che, senza regalare niente a nessuno, ne ha monitorato con costanza gli effetti. Effetti che in Veneto sono sicuramente positivi in termini di posti di lavoro, compreso il buon lavoro e la tutela dei diritti dei lavoratori.

Questo percorso di riforme va portato a termine accendendo i fari su tre questioni: l’occupazione giovanile (verificando l’efficacia dei provvedimenti disposti nella legge di Bilancio 2018), le politiche attive per il lavoro e il rapporto tra istruzione e lavoro.

Qui va ben giocata la carta della maggiore autonomia richiesta a favore di Palazzo Ferro Fini e Balbi: Ci servono nuove deleghe per rendere maggiormente performanti le politiche per il lavoro alle dinamiche nel nostro mercato del lavoro. La terza nostra priorità sta nelle riconnessioni interne al Veneto. A partire dalla coesione sociale che è stata messa a dura prova con la recessione ed è minata da interventi amministrativi che pretendono di risolvere i problemi della povertà, dell’esclusione, della complessità sociale, applicando regole discriminatorie, antisolidaristiche oppure di puro assistenzialismo. Si va dal “non ti riconosco” al “ti mantengo”. In entrambi i casi soluzioni dannose per tutti oltre che difficilmente praticabili. I parlamentari veneti dovrebbero prendere esempio da quello che invece c’è di buono in Veneto nelle esperienze di welfare sussidiario, di nuovo mutualismo, di integrazione e promozione sociale con il lavoro per indirizzare le scelte del governo e del Parlamento.

Certamente servirebbe un rapporto più costante e produttivo con le rappresentanze sociali, ci vorrebbe quel cosiddetto “fare squadra”. Qualcosa, sulla formula del “facciamo lobby”, va quindi detto.

Finora la politica veneta si è dimostrata- salvo rare ed encomiabili eccezioni – poco attratta da questo modus operandi e molto distratta dai ben più comodi “obblighi” di schieramento. Due esempi per tutti: pur vantando il Veneto il più grande Fondo Pensione contrattuale territoriale (cioè non nazionale) a sostenerne concretamente le sorti sono stati i parlamentari del Trentino con interventi mirati nella legge di Bilancio mentre è caduta nell’indifferenza la proposta di sostenere sotto il profilo fiscale la bilateralità nella quale, sempre il Veneto, vanta i migliori risultati in tutta la penisola.

E’ pura fantasia ipotizzare una svolta collaborativa? Sicuramente noi continueremo ad avanzare proposte e a proporre azioni comuni. Ne anticipo già ora alcune: la riforma del sistema bancario sulle linee tracciate dal manifesto “Adesso Banca!”, il potenziamento numerico e qualititativo del personale della scuola pubblica in forza nei 605 istituti veneti, una migliore ripartizione delle deleghe tra Stato e Regioni che ponga fine ai conflitti (ponendo così le basi per una efficace autonomia regionale), il sostegno al welfare aziendale e territoriale, il superamento della attuale legislazione sull’immigrazione che rallenta i processi di integrazione, la tutela degli spazi contrattuali nelle relazioni sindacali.


*Segretario generale Cisl del Veneto

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