Dalla  lady che costrinse la ricerca medica a  praticare l’inoculazione del vaiolo fino alla New Age  

di Nelli Elena Vanzan Marchini*

Nel IX secolo il vaiolo fu descritto dall’Arabo Rhazes, ma era presente fin da tempi indefiniti In Cina e in India dove si attuava una prevenzione di tipo magico prendendo le croste delle pustole di un malato, che, tritate, venivano conservate  in un pezzetto di canna di bambù chiusa alle estremità. Tale  scatoletta, portata al collo, garantiva la temperatura corporea.  La polvere,  inalata a più riprese,  provocava una forma lieve  di vaiolo che immunizzava  dalle forme gravi.  La pratica popolare si basava sui principi propri della magia  di continuità e di somiglianza in base ai quali l’uomo interveniva sulla natura per modificarla. Nulla di più contrario alle religioni monoteistiche che vivevano la malattia come punizione divina e nulla di meno  compatibile con il ruolo della casta medica che  gestiva il rapporto con il paziente dall’alto del suo sapere. L’uso popolare di inoculare il vaiolo si avvalse anche della scarificazione della pelle per inserirvi il liquido purulento di un malato e si diffuse verso Ovest, in Turchia e nelle isole del Mediterraneo.  Lo studiò all’inizio del 700  il medico  Jacopo Pilarino, console veneziano a Smirne e a Costantinopoli che, tornato in patria per problemi cardiaci, pubblicò a Venezia nel 1716 un trattatello su tale pratica “per transplantationem”. Ma il suo lavoro restò lettera morta. Più fortuna ebbe il suo allievo Emanuele Timoni, medico a Costantinopoli, che fece nascere la secondogenita della moglie dell’ambasciatore inglese alla Sublime Porta, lady Mary Wortley Montagu. La donna aveva perso un fratello per il vaiolo e anche lei aveva contratto la malattia di cui portava i segni. Intellettuale colta e curiosa, viaggiando venne a conoscenza della pratica dell’inoculazione utilizzata dalle donne circasse sui loro figli e nel 1719 fece inoculare il suo primogenito di sei anni proprio dal Timoni.  Rientrata a Londra, durante l’epidemia di vaiolo del 1721 fece inoculare anche la figlia e diffuse le sue conoscenze alla corte d’Inghilterra. La Royal Society, che conosceva tale pratica fin dal 1700, fu costretta a sperimentare l’inoculazione su sei condannati mentre da Boston arrivavano sul mondo accademico anche le pressioni del reverendo puritano Cotton Mather. Egli  aveva  verificato  i positivi effetti dell’inoculazione che aveva immunizzato  un suo schiavo nero sopravvissuto a tutti gli altri. Il reverendo  fece inoculare suo figlio e promosse una campagna a tappeto in America attraverso i predicatori puritani.   Nel 1722 il re d’Inghilterra fece inoculare le principesse Anna e Carolina. Lady Montagu pubblicò nelle sue lettere quanto aveva visto, conosciuto e vissuto. La cultura illuministica amplificò  il dibattito da Voltaire a D’Alembert, Da La Condamine a Beccaria, da Verri a Orteschi.

 L’Occidente stava vivendo una rivoluzione culturale: era opportuno che la scienza medica adottasse pratiche considerate barbare?  Poteva il buon cristiano sostituirsi alla provvidenza che decideva di sottrarre alcune  bocche alle famiglie troppo numerose? La cultura occidentale doveva riconoscere la valenza positiva di alcuni popoli considerati fino ad allora selvaggi per la loro diversità? Non si sarebbe seminato ancor più il contagio attraverso l’innesto? E infine il ruolo medico ne usciva ridefinito poiché, praticata l’inoculazione, il terapeuta doveva umilmente seguire e registrare l’evoluzione naturale della malattia che aveva indotto, scrivendone la storia, rilevando dati e numeri. Osservazione, pensiero razionale, rilevazione demografica entravano per la pressione dei potenti e per la cultura dei philosophes nella storia della medicina condizionando gli sviluppi della profilassi. I reali  della terra ricorsero all’inoculazione: nel 1768 i figli di Maria Teresa d’Austria, nel 1774 moriva  di vaiolo  di Luigi XV, Luigi XVI si fece inoculare. La Serenissima nel 1768 cercò di praticare ai figli del popolo da 2 a 11 anni  le inoculazioni. La prima sessione sperimentale venne organizzata il 12 dicembre 1768 all’Ospedale dei Mendicanti dove era stata attrezzata  una grande sala con dieci finestre per ricoverare gli inoculandi per i 38/40 giorni previsti per il decorso della malattia.  Un uomo  sulla fondamenta  gridò ai genitori che stavano portando i loro figli alla morte, molti di essi tornarono sui loro passi. L’esperimento si condusse soltanto su 22 bambini di cui 5 orfani dell’Ospedale della Pietà e due di quello dei  Mendicanti. Tredici presero la malattia in forma lieve, nove non la contrassero per nulla. Forse l’avevano già avuta. Comunque nessuno morì e tutti i ragazzini furono dimessi sani. I positivi risultati  aprirono la strada a una campagna di variolizzazione che fu estesa anche alla terraferma veneta. Tuttavia una certa resistenza prevalse nonostante i doni in denaro ai genitori che per la durata del ricovero erano alleggeriti della spesa del mantenimento dei bambini la cui vivacità risultò spesso problematica da gestire. L’ospedale non era ancora diventato  un laboratorio di salute bensì era un luogo di emarginazione e assistenza dei diseredati perciò l’iniziativa del protomedico Ignazio Lotti di creare una casa albergo in Campo Santa Margherita con 74 letti per lattanti da 2 a 20 mesi fu vincente, sia perché abbatteva i tempi del ricovero che i costi del vitto e della custodia dei bambini cui provvedevano direttamente le madri o le nutrici. Ai lattanti si donavano due pannolini, alla madre o nutrice un abito e alla famiglia 11 lire. Nel 1794 fu un successo: si presentarono 57 lattanti e 73 fanciulli.  Ma i tempi stavano cambiando rapidamente e la Repubblica sarebbe presto caduta. La sua organizzazione sarebbe stata frantumata mentre  la ricerca scientifica avrebbe presto semplificato l’inoculazione scoprendo una forma attenuata e dunque meno pericolosa di vaiolo vaccino. Eduard Jenner aveva verificato infatti che le contadine che avevano contatto con le vacche ammalate di Cow pox sviluppavano resistenze al vaiolo umano. La prima inoculazione di virus  vaccino (donde l’estensione del nome a tutte le pratiche analoghe) fu operata nel  1796  su un bimbo di otto anni e diede esito positivo.  Le resistenze della società furono molteplici, come risulta dalla stampa dell’epoca in cui si paventa  l’ibridazione degli umani con gli animali.

MONTAGU (1)

Ma la via era aperta e Pasteur e Koch l’avrebbero percorsa nei laboratori per attenuare la virulenza di morbi che, opportunamente inoculati, avrebbero sviluppato le difese immunitarie contro di essi. Il Novecento assistette alla crescita e alle fortune  dell’industria farmaceutica,  il boom economico seguito alla seconda guerra mondiale indusse a credere che per ogni malattia vi fosse una pillola. La chimica incentivò il consumismo farmacologico, il vaiolo fu eradicato alla fine degli anni 70 e molte altre malattie furono contrastate con le campagne di vaccinazione (morbillo, difterite, poliomielite, tetano, epatite b, pertosse, rosolia, parotite varicella, influenza).

V0006848 Edward Jenner, vaccinating his young child, held by Mrs Jenn

Ma la fine del XX secolo portò a scoprire i dannosi effetti della chimica sull’ambiente e sugli uomini. La filosofia della new age rivalutò le cure naturali mentre i movimenti animalisti denunciarono le torture degli animali nei laboratori. La controinformazione evidenziò  i possibili dannosi effetti dei vaccini.  Cominciarono a circolare dati contraddittori. Nel contesto di questa nuova rivoluzione culturale che contrasta la pratica della vaccinazione si dovranno, però, considerare anche le nuove contingenze storiche che registrano spostamenti di grandi masse di migranti da luoghi in cui sono endemiche malattie che da tempo in Occidente si considerano  debellate.

Immagini:

Lady Mary Wortley Montagu

Proclama dei Provveditori alla Sanità della Repubblica di Venezia, 1 marzo 1769 (nella foto sopra il titolo)

Jenner pratica la vaccinazione, 1796

(Tutti i diritti sono riservati )


WIN_20180303_15_17_26_Pro*Storica veneziana, specializzata in archivistica e paleografia, docente universitaria di Biblioteconomia e di Storia della Sanità

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