26 settembre 1868: il neonato Giornale della Provincia di Vicenza s’interroga sul voto alle donne

di Carlotta Fassina*

Nel Giornale della Provincia di Vicenza del 26 settembre 1868 si scrive riguardo all’opportunità, o meno, di dare il suffragio alle donne. Data la ricorrenza dell’8 marzo e le recenti elezioni è utile analizzarne alcuni passaggi. Occorre però partire dal 17 marzo 1861, data in cui nello Statuto Albertino, così chiamato perché promulgato da Carlo Alberto di Savoia, si scrive: ” Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado (…) godono ugualmente i diritti civili e politici e sono ammissibili alle cariche civili (…) salve le eccezioni determinate dalle leggi”. Tra le eccezioni figuravano le donne, neanche a dirlo.

 Il neonato e molto succinto Giornale della Provincia di Vicenza scelse di dedicare la prima pagina del 26 settembre 1868 proprio al tema del suffragio delle donne. L’articolo inizia riferendo come il tema fosse all’ordine del giorno in Inghilterra e Francia e che in Italia l’idea <<fu sollevata specialmente da un progetto di legge presentato al parlamento dal deputato di Sessa, l’on. Salvatore Morelli”. Salvatore Morelli fu un patriota liberale, che rischiò di essere fucilato per cospirazione ad opera dei Borboni; torturato, imprigionato, alla fine del dominio borbonico divenne deputato nel collegio di Sessa Aurunca. Nel 1867 presentò un progetto di legge rivoluzionario per l’epoca e per l’Europa intera, dal titolo “Abolizione della schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna, accordando alla donna i diritti civili e politici” . La donna infatti era considerata al pari di un minore, doveva cioè sottostare all’autorità maritale. Il Morelli andò persino oltre proponendo appunto il diritto di voto alle donne. Di tutte le riforme che propose però passò solo quella che prevedeva che le donne potessero testimoniare in sede civile e che alle ragazze fosse concesso di istruirsi nei primi due anni di ginnasio. Insomma davvero un rivoluzionario per il tempo, da una mentalità aperta e liberale anche in altri campi.

 Il giornale procede scrivendo: “è molto difficile trovare in astratto una buona ragione per negare la franchigia elettorale alla donna. O voi fondate questa sopra un censo, o la fondate sopra il diritto assoluto dell’uomo, e non si vede perché non dovrebbe votare la donna che può possedere e ragionare (il grassetto è dell’autore)”.

Fin qui il discorso sembrerebbe filare abbastanza liscio, salvo poi subito specificare: “Tra esse e il loro compagno nella vita v’è piuttosto distinzione di facoltà intellettuali e morali, che sproporzione di criterio e di mente”. Quindi la donna, considerata quasi come una costola del compagno e non come un’entità autonoma, avrebbe avuto criterio e mente, ma sarebbe stata diversa, quindi inferiore all’uomo, per facoltà intellettuali e morali.

In effetti le donne non erano assimilabili ai pazzi o ai fanciulli o a coloro che la legge escludeva per condotta inadeguata perché “delle donne non si può dire, per quanto scortesi si voglia essere, che esse abbiano questa triplice incapacità addosso. E se lo si dicesse, vi risponderebbero oggi, non senza ragione, che l’uomo badi se non l’ha anche lui, e che non presuma di essere da più di loro;  poiché ogni giorno gli fanno vedere che non è così, e se non basta, glielo faranno vedere anche meglio nell’avvenire”. Non è certamente questo un auspicio per una parità che ancora oggi fa fatica a verificarsi quanto piuttosto un tentativo di mettere in allerta i lettori dai pericoli derivanti dal mondo femminile.

Il giornale riconosce poi due scenari di voto possibili: quello in cui questo venga raccolto dai mariti e dagli uomini di casa e dagli stessi consegnato alle urne e quello in cui le donne vadano da sole a votare. Nel primo caso esse “farebbero prevalere i sentimenti miti, tranquilli, sereni, equi, tradizionali di tutta la classe”, mentre nel secondo caso voterebbe solo una minoranza “in cui la passione soffia con abbastanza gagliardia da vincere tutte le abitudini della vita e i ritegni naturali della loro indole; ed una passione di questa fatta non suole essere ispirata, pur troppo, che dalla fantasia, ed eccitata dalle memorie confuse del passato, o dalle speranze anche più confuse dell’avvenire”. Il che equivale a dire che le donne si sarebbero fatte troppe speranze sulla loro condizione.

Quel che ci si aspetterebbe insomma dalle donne “è quella mite dolcezza e schiva modestia dell’indole femminile” di mogli e madri alle quali “il chiuso delle mura domestiche basta e soverchia, perché è tutto pieno e illuminato di loro, e di loro sole”. Lineare ed esaustiva trascrizione dello stereotipo della donna chiusa in casa ad accudire la prole e il marito.

Non può che terminare con una domanda, ovviamente retorica, l’articolo del 1868: <“Questa gara politica non è già triste ed uggiosa per noi uomini? E saremo, noi e le donne, più felici, quando non se sarà libero e privo,  per secreto che sia, nessun angolo della casa di ciascheduno di noi?”

Dopo interminabili anni di battaglie e sconfitte, le donne poterono votare nell’Italia unificata per la prima volta alle amministrative del 1946, con un’affluenza che superò l’89 per cento; tanto, tanto tempo dopo questo articolo del 1868.


carlotta fassina

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