A 118 ANNI DALLA MORTE. Mostra a Palazzo Ducale celebra Ruskin l’inglese che salvò Venezia dal degrado

di Maurizio Cerruti*

Per la salvaguardia di Venezia John Ruskin è stato l’esatto contrario del Mose con le sue dighe mobili: non è costato niente e ha fatto tantissimo. A 118 anni dalla sua morte la città lagunare riscopre la figura del grande intellettuale inglese dedicandogli per la prima volta una mostra importante: “John Ruskin, le pietre di Venezia”.

Il titolo richiama quello della sua opera più famosa in tre volumi, “The stones of Venice”, che a metà dell’Ottocento ebbe eco internazionale denunciando e documentando il gravissimo stato di degrado della città monumentale allora sotto dominazione austriaca, e al tempo stesso lanciando un grido di allarme per le demolizioni e i disastrosi rifacimenti dei palazzi più antichi.
Realizzata dalla Fondazione Musei Civici di Venezia nella sua sede più prestigiosa, Palazzo Ducale, la mostra (10 marzo-10 giugno 2018) ripercorre la vita e l’opera di un artista che è difficile da catalogare per la vastità dei suoi interessi: pittore, scrittore, poeta, storico dell’arte e dell’architettura, polemista e filosofo della politica. Ruskin (Londra 1819, Brantwood 1900) è celebrato in Inghilterra come una delle grandi menti del periodo vittoriano.
Negli appartamenti privati del Doge il percorso espositivo, articolato in dieci sezioni, è stato realizzato da Anna Ottavi Cavina con l’intervento scenografico di Pierluigi Pizzi e sotto la direzione di Gabriella Belli.
ROMANTICO SFACELO. Sono illustrati e documentati l’infanzia di Ruskin, le sue passioni per la pittura, la botanica, l’economia, i viaggi in Italia e in Europa con i genitori e poi da solo; tra il 1835 e il 1888 soggiornò a Venezia undici volte. In mostra ci sono album di appunti e disegni di particolari architettonici, acquerelli di scorci paesaggistici che lo affascinavano – le Alpi, il lago di Bellinzona, il Vesuvio, la laguna e le cadenti architetture gotiche della Venezia di allora – poi i suoi ritratti e altri quadri di pittori con cui ebbe reciproche influenze. Spicca tra tutti il suo “padre artistico” Joseph M.W. Turner del quale sono esposti tre eccezionali dipinti veneziani imprestati dalla Tate Gallery di Londra. Particolarmente interessanti sono i dagherrotipi – le prime immagini fotografiche realizzate su lastre ai sali d’argento – con cui Ruskin documenta, in modo assai più crudo che coi disegni, il degrado apparentemente irreparabile di Palazzo Ducale, della Ca’ D’Oro, di Ca’ Foscari e di altri nobili palazzi: polifore transennate, finestroni gotici murati, pareti pericolanti, fregi in via di sfarinamento, marmi corrosi e affumicati. Ruskin disperava di poter salvare Venezia e ciononostante si sentiva investito dalla sacra missione di salvarla dalla profanazione e dallo sfacelo, come scriveva al padre nel 1845: per questo si affannava a disegnare, prendere appunti, fotografare con rigore scientifico, sfidando il gelo dell’inverno, anche nella semioscurità, arrampicandosi negli anfratti delle architetture, per documentare la fatiscente e romantica bellezza dei marmi anneriti e delle pietre corrose e crepate invase di erbacce. Simili immagini rapivano il “figlio adottivo di Venezia” – così si definiva – in un misto di struggente disperazione e affascinazione, così come l’assistere a lavori edili che profanavano le antiche pietre: “Non puoi immmaginare – scrive – nel 1845 – che triste giornata ho passato davanti alla Ca’ D’oro… mentre i manovali la stavano abbattendo a martellate davanti ai miei occhi”. La potenza della sua passione smisurata per le architetture più antiche della città soprattutto romaniche e gotiche (aborriva il Rinascimento) e per le sue atmosfere, ha dato un potente impulso al mito romantico di Venezia che tutt’oggi spinge decine di milioni di turisti a visitarla. Ruskin però avrebbe voluto congelare Venezia com’era, “con le sue crepe e le sue macchie”. Scrive Ruskin nelle prime pagine di “Le pietre di Venezia”: “Giace ancora davanti ai nostri sguardi come nella fase finale della decadenza: un fantasma sulle sabbie del mare così debole, così silenziosa, così spoglia di tutto all’infuori della sua bellezza… Vorrei tentare di tracciare le linee di questa immagine prima che vada persa per sempre.”
LE PIETRE E L’ANIMA. In questi 150 anni, come sappiamo, la città monumentale si è salvata dalla distruzione e oggi è diventata patrimonio dell’umanità. La missione di Ruskin si è compiuta. Le pietre di Venezia sono ancora lì, in migliori condizioni di un tempo grazie a restauri fatti con tecnologie sempre più raffinate. La presa di coscienza legata anche alle denunce di Ruskin contribuì in modo determinante, nell’Italia appena riunificata, a tracciare il percorso delle politiche di tutela della città lagunare. Ciò non ha impedito però successivi danni e devastazioni in nome del progresso. Inoltre in via di totale sfacelo da decenni è l’anima stessa di Venezia, il suo patrimonio umano, il tessuto sociale. E quel poco che rimane è sempre sotto scacco per la pressione turistica e per gli interessi economici conseguenti, peraltro già denunciati negli scritti politici di Ruskin contro i danni della rivoluzione industriale. In nome della modernità, già dal 19.mo Secolo, sono state sventrate importanti aree urbane creando ad esempio Strada Nuova per destinarla ai tram, e Via 22 Marzo; sono stati interrati decine di rii e canali. Oggi la pressione modernista è più subdola, parla di “riuso” di storici edifici che le archistar del momento definiscono “contenitori” come fossero scatole vuote. I poteri pubblici – in primo luogo il Comune – sono in sintonia con John Ruskin nel resistere alle pressioni dei modernizzatori/riutilizzatori? Si parla ad esempio di reintrodurre grandi insegne luminose pubblicitarie – in stile Piccadilly Circus o Times Square – a Piazzale Roma, al Tronchetto, a Fusina e persino sul bordo lagunare del Lido, di fronte al Bacino di San Marco, in modo da renderle visibili in tutta la laguna e quasi da ogni lato della città. Fantasie? Fughe in avanti? Eppure è già realtà, vantata come intelligente servizio reso alla città, l’incredibile terrazza panoramica ad uso dei turisti costruita sul tetto dell’antico Fondaco dei Tedeschi a Rialto da un archistar nordico con la condiscendenza della precedente amministrazione comunale. E potrebbe anche prendere forma nel silenzio una terrazza ancora più dissacrante affacciata su Piazza San Marco e sulla Basilica, sopra il tetto delle Procuratie Vecchie dove uno dei colossi finanziari multinazionali, le Assicurazioni Generali, sta eseguendo un importante restauro.
L’appello lanciato da Ruskin a metà Ottocento è dunque ancora valido. Il braccio di ferro tra sensibilità culturale ed interesse economico (che ha come potenti alleati l’incuria e l’ignoranza) continua. La mostra dedicata a Ruskin può forse dare un piccolo contributo a tenere sveglia l’attenzione sul tema della difesa rigorosa del nostro patrimonio storico e artistico; tema che è fondamentale soprattutto per un territorio come il Veneto che è ricchissimo di preziose memorie del passato.
INFORMAZIONI. “John Ruskin le pietre di Venezia”, dal 10 marzo al 10 giugno 2018 nelle sale dell’appartamento del Doge a Palazzo Ducale i Piazza San Marco. Orari: 8,30/17,30 fino al 31 marzo. Dal 1 aprile 8,30/19 (la biglietteria chiude un’ora prima). Biglietti: intero 13 euro, possibili riduzioni e gratuiti (info: palazzoducale.visitmuve.it o in biglietteria). Trasporti: linea 1 e 2 fermata Vallaresso o San Zaccaria.


thumbnail_M Cerruti (3)*Giornalista

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