Dopo il voto. Se un partito non parte dal territorio è fuori: l’amara discesa di Pd e FI

di Giorgio Gasco*

Le elezioni politiche hanno emesso la loro sentenza. E come sempre, tutti dicono di avere vinto. Affermazione azzardata. C’è chi ha preso più degli altri, incrementando i propri consensi. Ma nessuno, lo sappiamo già, ha la forza elettorale per dare vita ad un nuovo governo. Si vedrà cosa dirà il Capo dello Stato ai leader di partito e di coalizione che inizieranno la processione delle consultazioni al Quirinale. Mentre resta sullo sfondo lo spettro di nuove elezioni a breve, a causa di quella instabilità che la nuova legge elettorale, il Rosatellum, già portava dentro di sé. Ma questa è un’altra storia.

Oltre all’ingovernabilità, l’aspetto più interessante, forse anche storico, è quanto il voto del 4 marzo ha generato nella politica italiana: se un partito non è radicato nel territorio, se non parla con la sua gente, se si chiude in una torre d’avorio da dove il “cesare” di turno dispensa i suoi ordini, ebbene questo partito non fa molta strada. Lo dimostrano il Partito Democratico di Renzi e Forza Italia di Berlusconi. Individuabili come due facce-soggetti della stessa medaglia, al punto che il berlusconismo, di fatto concluso nel 2011 e poi con le elezioni del 2013, ha generato, quasi per partogenesi, un erede, il renzismo. E come tutti i termini che hanno desinenza in “ismo” assumono un suono poco orecchiabile.

E così è stato, in queste elezioni 2018. I due “cesari” si ritrovano a fare i conti con la mancanza di un progetto, di una leadership autorevole (è stata autoritaria), di un contatto con la realtà del Paese. Insomma, un vuoto che è stato colmato da Cinquestelle e Lega, seppure con tutti i loro limiti.

Ma come è possibile che due “animali” politici come Berlusconi e Renzi non si siano accorti che l’aria stava cambiando, che i pentastellati saranno pure un fenomeno passeggero, ma sono continuamente in crescita proprio da quel 2013; che la Lega ha da tempo passato il Rubicone e lo dimostrano quel 10% incassato in Emilia Romagna e la messe di voti raccolti anche al Sud, passando da partito padano a partito nazionale. Infatti, proprio Lega e M5S, seppure nati come movimento, hanno imparato la vecchia lezione della Dc: per avere voti bisogna essere presenti sul territorio con uomini e strutture. Ecco che, i padani, pur allergici alla stanzialità delle sezioni, hanno puntato tutto sugli uomini, alimentandone la “carriera”, da ruolo di soldati semplici, ad amministratori a parlamentari. Lo stesso ha fatto Cinquestelle. E i risultati sono arrivati.

A restare con il cerino in mano, dunque, sono stati Pd e Forza Italia. Eppure che l’aria stava cambiando lo si poteva intuire già tre anni fa. E fa specie che, un uomo “globalizzato” come Renzi non sia riuscito a competere con Grillo & C sui social; che un uomo di programmazione come Berlusconi, dopo 20 anni di carriera politica, non abbia mai pensato di strutturare la sua creatura e non abbia considerato l’orologio biologico che inesorabilmente continua a camminare. Il Cavaliere nell’ultima campagna elettorale non ha per nulla calcato la piazza, ha concesso solamente qualche apparizione sul piccolo schermo o in appuntamenti strettamente di partito, come ha fatto lo stesso Renzi (nonostante il suo viaggio ferroviario, a conti fatti risultato inutile).

Si dirà, che l’ex rottamatore ha sofferto per i continui martellamenti degli oppositori interni al Pd, poi radicalizzatisi con gli addii. Ma Leu, con il 3% (penalizzata perché considerata “cosa vecchia”), non ha certamente determinato il tracollo dei Dem, quanto piuttosto il travaso dell’elettorato verso il mondo fatto a stelle. Si dirà che Matteo ha pagato l’onda lunga della disfatta al referendum istituzionale del 2016. Sarà. Ma proprio la debacle referendaria avrebbe dovuto fare comprendere che la personalizzazione di quella consultazione, che l’autoritarismo, che l’uomo solo al comando, che le minacce “se perdo me ne vado” non sarebbero servite a coprire la mancanza di un progetto. Se poi si aggiunge la scelta dei candidati per la formazione delle liste per le politiche, con posti prenotati da amici del “cerchio magico” slegati dalla realtà territoriale, il risultato delle urne ne è conseguenza.

Non dissimile l’evoluzione di Berlusconi. Al quale, forse, va attribuita una aggravante: il suo competitor è giovane, sia in termini anagrafici che di esperienza politica. Lui no, il Cavaliere è navigato, sapeva (passato) come veicolare il messaggio politico (concreto o aleatorio, non c’entra) per accattivarsi l’elettore. Tutto, però è svanito. E come nel Pd, anche tra gli azzurri sembra essere arrivata l’ora della resa dei conti, attesa da anni ma mai venuta a galla grazie al “collante” del capo. Da una parte come dall’altra, il peccato capitale sta nell’incapacità di svecchiare (non c’entra la carta di identità) e rinnovare la cosiddetta classe dirigente, di strutturare il partito e di fare arrivare il messaggio fino alla profonda periferia come, invece, hanno saputo fare Lega e Cinquestelle. Renzi ha provato a ridisegnare i gangli dem, seppure piazzando gli amici nei posti chiave. Berlusconi no. Infatti, sia l’area azzurra che quella dem non hanno saputo (voluto) individuare una diarchia, preferendo la monarchia. In Veneto, ad esempio, sia nel Pd che in Forza Italia si sono susseguiti reggenti unti dal signore e, se per caso scelti dal “popolo” comunque imposti dal monarca.

Ora, il cambiamento è sempre più impellente. Ma, se è vero che le idee camminano sulle gambe, intorno, però, non si vede nessun uomo o donna in grado di muovere il primo passo. Lo si capisce partecipando ad incontri pubblici organizzati in regione da questo o quell’insieme di elettori o cittadini forzisti che ancora decidono di parlare di politica nonostante il tracollo. “Sia chiaro, dobbiamo ringraziare Berlusconi per quello che ha fatto anche in occasione di queste ultime elezioni…”. Però, è il sentire comune raccolto, ad esempio, nel Circolo Veneto, scuola di politica dell’ex deputato azzurro Cesare Campa, anche il “Cavaliere deve capire che lui non basta più”. Appunto, l’orologio biologico è quello che è, e il partito è in balia dei venti. Chi c’é dietro Silvio? Nessuno. In tutto il partito sale il malumore contro i luogotenenti veneti di Berlusconi. Archi e frecce sono puntati contro Niccolò Ghedini, il deputato-avvocato personale del Cavaliere che ha composto in solitaria le liste dei candidati, su bolla arrivata direttamente da Arcore. E il risultato non è stato certo dei migliori. Ancora una volta gli azzurri sono risultati gregari, certamente fedeli all’alleanza con la Lega, ma gregari. Eppure questa posizione di retroguardia Forza Italia la sta, consapevolmente, mantenendo da anni. Quindi, sembra una scelta. “Nessun problema, siamo noi il centro della coalizione. E anche se cediamo qualche posto in lista o qualche candidato sindaco alla Lega… noi restiamo i più forti” hanno ripetuto i vertici del partito veneto ad ogni elezione nell’ultimo decennio.

Un posto qui, un posto là… e la Lega, tutt’altro che sprovveduta, ha imparato a fare politica, passando dalla protesta alla proposta; ha imparato ad amministrare il piccolo e il grande comune, la Regione. Risultato: la coalizione di centrodestra non è più trainata da Forza Italia. “Dobbiamo ripartire, ricostruire. La prima parola del centrodestra è centro: e noi siamo al centro”. Loro, i forzisti, ancora ci credono. Ma orfani sono e orfani restano di un condottiero. Almeno in questo sono accomunati al Pd che ha ceduto le armi ai grillini.

Magra consolazione.

 


gasco*Giornalista

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