Museo Botanico padovano, una visita attraverso il tempo e la natura

di Carlotta Fassina*

Con i suoi 600.000 campioni di piante essiccate, 69.000 esemplari di microfunghi, oltre 40 metri di armadi fatti su misura per gli erbari, con le sue migliaia di alghe, semi e sezioni di tronchi, il Museo Botanico è il fiero compagno dell’Orto Botanico di Padova, l’orto universitario più antico del mondo, fondato nel 1545.

Per chi ama l’ordine sobrio e nel contempo elegante le vetrine ottocentesche e i contenitori che proteggono le collezioni sono un vero piacere per la vista. E poi lo sono un meraviglioso mobile in legno a cassetti fitti che ospita una moltitudine di contenitori vitrei di semi di tutti i tipi e l’opera d’arte rappresentata dall’armadio a colonna esagonale dove il botanico e mecenate veronese, Achille Forti, riponeva i suoi gioielli: 10.000 vetrini di alghe, soprattutto Diatomee. Se pensate che le alghe essiccate non siano belle da vedere vi ricrederete guardandole da vicino perché sembrano dei disegni artistici fatti di colori diversi e sfumature delicate. A differenza delle piante, infatti, le alghe conservano in buona parte il loro colore, pur disseccate. Studiarle permette di avere molte informazioni anche sui cambiamenti climatici in atto attraverso il confronto di distribuzione geografica tra passato e presente.

Tutto il materiale accumulato al Museo aveva e ha tuttora una funzione di studio. È il caso per esempio delle sezioni di piante legnose, che servivano al riconoscimento anche durante il riposo vegetativo, o dei moltissimi semi conservati in vetro, i quali possono essere usati per confronto con quelli ritrovati durante gli scavi archeologici, oppure nelle fatte dei mammiferi oppure ancora possono servire per sventare importazioni illegali alle dogane.

L’erbario, in continuo arricchimento, ha campioni raccolti a partire dalla fine del 1700 e si suddivide in una sezione delle Venezie, che include il Triveneto e l’Istria, e una sezione generale con piante raccolte nei Paesi dove i botanici dell’Orto si recavano o con cui l’Italia aveva rapporti più intensi, come Francia, Germania, Svizzera, ma anche Brasile, Argentina e Tripolitania.

I funghi sono un po’ un intruso nell’erbario, dal momento che vengono considerati un regno a parte diverso dalle piante; per tradizione però sono sempre abbinati ad esse. Muffe e altri microfunghi erano la vera passione del prefetto dell’Orto Pier Andrea Saccardo che scrisse su di essi la mastodontica opera in ventidue volumi Sylloge fungorum, in cui tentò un’accurata classificazione delle 72.000 specie conosciute alla fine del 1800. Oggi i microfunghi sono sottoposti a un’accurata indagine genetica al fine di una classificazione compatibile con l’avanzamento delle ricerche in questo difficile campo.

Per chi invece preferisce i funghi classici vi sono due belle sezioni di modelli, una in creta e l’altra in cera. La prima fu realizzata dal fiorentino Egisto Tortori, specializzato nelle accuratissime riproduzioni anatomiche che sono oggi visibili sia all’Università di Padova, che al Museo patologico di Firenze. Le cere sono invece opera del trevigiano Carlo Avogradro degli Azzoni e hanno la particolarità di avere basamenti verdi, rossi o neri a seconda che i funghi rappresentati siano commestibili, potenzialmente pericolosi o velenosi. Gli spaccati riproducono fedelmente i colori che i funghi assumono quando si ossidano a contatto con l’aria, una volta tagliati.

Meravigliosa è poi la xilotomotheca, una raccolta in bustine di sezioni longitudinali e trasversali di legni dello spessore di pochissimi millimetri. Per realizzarle il geniale Adriano Fiori aveva escogitato una sorta di affettatrice, di cui oggi purtroppo non rimane traccia.

Per finire con le curiosità, vale la pena vedere il frutto del “coco de mer”, della palma Lodoicea maldivica endemica delle Seychelles. L’enorme frutto dalle forme femminili pesa, quando ha la polpa all’interno, 23-24 kg. Era una vera curiosità per gli Europei, che lo importavano per esporlo nelle collezioni naturalistiche delle wunderkammer, le “camere delle meraviglie” settecentesche. Oggi la specie è protetta per salvaguardarla dall’eccesso di raccolta, come del resto lo sono le nostre piante rare, che per essere essiccate a uso degli erbari richiedono precise autorizzazioni,  rilasciate per importanti ragioni di ricerca.

Il Museo Botanico è visitabile su richiesta dal lunedì al venerdì, con orario 9-17, telefonando al numero 0498272110.  Una visita è assolutamente raccomandata.


carlotta fassina *Laurea in Scienze Naturali

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