Basterà la neve caduta questo inverno a recuperare il deficit dei ghiacciai ?

di Franco Secchieri*

Mi hanno chiesto se le abbondanti nevicate di questo inverno 2017 – 2018 possono rimediare alla grave situazione in cui si sono venuti a trovare i ghiacciai alpini negli ultimi anni, con sensibili riduzioni come ad esempio il caso Marmolada, uno dei più emblematici e rappresentativi di questo fenomeno.

Una domanda quanto mai pertinente, anche se emotivamente legata alla drammatizzazione mediatica sui temi climatici che sta sempre più condizionando l’opinione pubblica. Certamente la situazione in cui si trovano oggi le masse gelate delle nostre montagne è gravemente compromessa a causa principalmente della siccità invernale e delle temperature estive elevate. Due fattori, questi, che hanno generato, la scorsa annata, una delle più gravi siccità degli ultimi anni con un deficit che non ha interessato solo le masse gelate, ma che si è ripercosso anche sulla stessa risorsa idrica. Ricorderemo certamente le condizioni in cui si sono venuti a trovare i corsi d’acqua, non solo i minori ma anche i fiumi come ad esempio l’Adige che non aveva mai mostrato una magra tale da farlo sembrare per certi tratti addirittura in secca.

1. marzo 2018

Tornando alla domanda se questa neve basti a sopperire al deficit idrologico che si è venuto a determinare per i ghiacciai, la risposta è certamente no. Può rappresentare certamente un sollievo certo, ma purtroppo la situazione non può essere risolta con qualche metro di neve in più, che comunque non rappresenta una anomalia dato che l’andamento meteo climatico di questo inverno non ha nulla di eccezionale. Inoltre, sempre per quanto riguarda  i ghiacciai, è ancora troppo presto per parlare di bilanci dato che siamo ancora in inverno ed i conti si fanno alla fine dell’estate.

2. Rosim 1978 (1)

Per i ghiacciai si parla infatti di un “bilancio annuo”, riferito all’annata meteorologica che, per l’alta montagna in generale, comincia con il mese di Ottobre, quando cioè comincia ad accumularsi il manto nevoso, per finire in Settembre dell’anno (solare) successivo, quando si può considerare esaurita l’ablazione estiva (cioè lo scioglimento della neve e del ghiaccio). Sulla base di questa periodicità, si può arrivare a capire come si forma e si sviluppa un ghiacciaio. In luoghi particolari dell’alta montagna, con caratteristiche morfologiche e di esposizione idonee, alla fine dell’estate può rimanere una certa quantità di neve, residuo del manto nevoso invernale. In questo caso si può parlare di un bilancio glaciologico positivo. Se questo fatto perdura negli anni, è evidente come vi sia un progressivo incremento del cumulo di neve la quale, col passare del tempo, si trasforma via via in nevato e poi finalmente in ghiaccio di ghiacciaio. Questa metamorfosi fa si che aumenti moltissimo la densità passando da circa 30 chilogrammi per metro cubo (neve fresca), a oltre 900 chilogrammi per m3 (ghiaccio di ghiacciaio).

3. Lingua Rosim 10.9.78

Se il processo di accumulo prosegue nel tempo, gli spessori della massa gelata possono diventare notevoli, tanto da farle assumere un comportamento plastico che ne determina il movimento (verso il basso). Se le dimensioni sono consistenti, si assiste perciò alla formazione di un vero e proprio ghiacciaio, con tanto di lingua di ablazione che prende origine dal bacino di raccolta. Naturalmente i tempi di tale evoluzione sono molto lunghi, anche di parecchi decenni per i ghiacciai di maggiori dimensioni. Alla luce di queste considerazioni è chiaro che non si può considerare un solo inverno nevoso (e tengo a ripetere che si tratta di normalità) come risolutivo, al punto tale da far pensare addirittura ad una inversione delle dinamiche meteo climatiche.

4. Marmolada 1983

Tanto per dare una sintetica dimensione spazio – temporale del fenomeno glaciale, dovete pensare che le grandi glaciazioni (5 negli ultimi due milioni di anni) sono durate decine di migliaia di anni, e sono state intervallate da altrettanti periodi caldi di analoga durata. Riguardo a periodi storici ben più brevi e recenti, si sono sempre alternati periodi freddi a periodi caldi, anche di più di quello attuale. Per oltre tre secoli, ad esempio, dal 1500 fino a circa metà del 1800, ci fu in Europa un periodo molto freddo che è stato definito come Piccola Età Glaciale. Tuttavia l’attuale tendenza evolutiva del clima non depone a favore dell’ottimismo, in senso glaciologico. Dagli anni ’80 del secolo scorso, infatti, è cominciata una fase estremamente negativa (oggi ancor più accentuata) che ha ridotto drasticamente le masse gelate, a cominciare da quelle dolomitiche. Inoltre i dati che oggi abbiamo non danno indicazioni di inversione di tendenza che, comunque, dovrebbe essere valutata nel lungo periodo (decenni). Quello che oggi si definisce come riscaldamento globale trova conforto nell’analisi dei diversi parametri meteorologici e climatici. A tale riguardo ricordo che chi volesse approfondire queste tematiche, dovrebbe consultare il sito dell’ARPA Veneto che si occupa in modo approfondito, con riferimenti e dati assolutamente interessanti.

5. misure di densità

Per concludere, solo un breve cenno su come si effettuano le misure per quantificare il bilancio di massa di un ghiacciaio. Per quanto mi riguarda la risposta è abbastanza semplice dato che è un aspetto di un lavoro che ho cominciato a fare fin da laureando in Geologia presso l’Università di Padova. Sempre in base alle cadenze imposte dalle dinamiche meteorologiche, una volta scelto il ghiacciaio campione su cui effettuare i rilievi, prima dell’inizio della fusione (ablazione) lo si percorre in lungo e in largo facendo profili di spessore della neve e valutandone la densità media. Un lavoro abbastanza faticoso, ma sicuramente appassionante e che oggi risulta facilitato se svolto con idonei mezzi e adeguata tecnologia.

Ottenuto in questo modo il valore di quantità di neve presente sulla superficie del ghiacciaio, lo si confronta con quello analogamente calcolato alla fine della stagione estiva. Con una semplice operazione aritmetica, e sulla base della suddivisione delle aree per fasce altimetriche, si ricava un valore che può essere negativo o positivo, a seconda che sia di più la neve, il nevato ed il ghiaccio persi per fusione, rispetto alla neve conservatasi alle quote più elevate, o viceversa. Questo tipo di indagine può essere fatta puntualmente su singoli ghiacciai, ma può anche essere valutata dal punto di vista qualitativo (non quantitativo), attraverso campagne di rilevamento fatte sul terreno o con foto aeree di prossimità. A tale proposito, vanno sicuramente ricordate le Campagne Glaciologiche svolte annualmente da istituti universitari, da Enti quali Regioni o Province autonome, dal Comitato Glaciologico Italiano e, infine, da gruppi di volontari, con adeguata preparazione tecnica e scientifica, come ad esempio il Servizio Glaciologico del CAI Alto Adige. Di questo avremo occasione di parlare un’altra volta, magari all’inizio dell’estate glaciologica.

Foto:

  1. Una immagine panoramica dalla Cima del Monte Verena verso Ovest, con i gruppi del Brenta e dell’Adamello sullo sfondo.
  2. La parete di un ghiacciaio (Rosim, Gruppo Ortles) mette in evidenza i vari strati di nevato e ghiaccio conseguenza degli accumuli delle diverse annate.
  3. La particolare forma della lingua del ghiacciaio del Rosim che mette bene in evidenza il movimento del ghiaccio che scende dal bacino ablatore.
  4. Nel suo movimento di discesa, il corpo glaciale può frammentarsi in grossi blocchi (seracchi), a causa delle asperità del letto roccioso. Nella foto i seracchi della Marmolada sotto Punta Penìa, come si presentavano nel lontano 1983, ed oggi ormai scoparsi per la riduzione dello spessore del ghiaccio.
  5. Misure di densità del manto nevoso in occasione delle misure primaverili di accumulo. (Foto di Franco Secchieri)

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