Marini: quell’insoddisfazione dell’elettore che ha penalizzato partiti e movimenti

di Giorgio Gasco*

Le Camere si apprestano ad eleggere i rispettivi presidenti. Forse. Nessuno ha vinto le elezioni del 4 marzo. I partiti che hanno incassato più consensi, la coalizione di centrodestra e Cinquestelle, cercano di mettersi d’accordo per indicare chi siederà sullo scranno più alto di Montecitorio e di Palazzo Madama. Intanto, in attesa di un nuovo governo, i partiti continuano ad interrogarsi sulle motivazioni della debaclè elettorale, soprattutto Pd e Forza Italia. La legge elettorale, il Rosatellum, ha fatto i suoi danni tanto che oggi, a oltre quindici giorni dal voto, c’è un seggio che è impossibile assegnare scatenando la corso all’accaparramento. Ma sicuramente, il dato che più si esalta nel post voto è la reiterata incapacità dei partiti di catalizzare consensi e la conseguente deriva verso la sempre maggiore perdita di rappresentanza.

E’ così professor Daniele Marini?

“Ritengo che oltre al populismo, al nazionalismo e all’anti-sistema, concetti utilizzati per spiegare l’esito elettorale, vada aggiunto dell’altro”, risponde il docente di Sociologia all’università di Padova e direttore scientifico di Community Media Research.

Cos’altro?

“L’insofferenza, che declinerei in due aspetti: quella intesa come sofferenza da una parte notevole di popolazione che in questi anni si è vista erodere risorse, capacità e opportunità a causa dei processi di globalizzazione; chi ha perso il lavoro con i giovani che faticano a trovarlo e che sia a tempo indeterminato; la crisi delle banche che ha colpito famiglie, risparmiatori e piccolissimi imprenditori. In più, i dati segnalano come per il ceto medio la crisi si sia polarizzata fra quelli che hanno saputo resistere e coloro che si sono visti erodere le proprie capacità”.

Chi ce l’ha fatta, ha solamente resistito o ha potuto rilanciare?

“Una parte è riuscita a riposizionarsi verso l’alto, ma per la maggior parte del ceto medio l’ascensore sociale si è fermato e per mantenere comunque la sua posizione si è “mangiato” parte del patrimonio personale”.

Anche in Veneto è successo?

“Direi che il fenomeno è nazionale, con particolare rilevanza al Nord e nel Nordest dove anche le due regioni a statuto speciale hanno patito della situazione ma, grazie all’autonomia, hanno potuto attenuare gli effetti”.

Dunque, sofferenza effettiva, di disagio economico in crescente aumento.

“E’ così. Gli ultimissimi dati di Bankitalia dicono che dal 2006 e il 2016, la povertà al Sud è rimasta praticamente stabile al 39%, mentre al Nord è raddoppiata passando dall’8 al 16%. Con relativo allarme sociale”.

L’altro pezzo di insofferenza?

“Riguarda i gruppi, principalmente imprenditoriali che hanno saputo reagire bene alla crisi, internazionalizzando la propria struttura e i lavorati al loro interno si sono adeguati alle innovazioni tecnologiche. Una parte di società che comunque è andata bene ma che soffre della lentezza della burocrazia e per l’elevata tassazione che frenano il loro sviluppo”.

Si ripresenta la situazione di anni passati.

“E’ un leit motive, in presenza di processi sociali ed economici in evoluzione e della lentezza nelle risposte da parte della struttura politica, statale e burocratica. E in questo divario si crea il malumore. A differenza del passato, oggi la società e l’economia tendo a polarizzarsi aumentando il gap tra chi sta bene e chi sta peggio. Ma nel mezzo non c’è più il cuscinetto che consentiva anche processi di mobilità sociale. Sintetizzando, chi sta peggio sta sempre… più peggio, mi passi l’errore grammaticale, e chi sta meglio invece tende a migliorare la propria posizione”.

Quindi, il voto a Cinquestelle al Centro-Sud e al centrodestra a Nord sono la faccia della stessa medaglia, quella dell’insofferenza.

“E’ così. Anche al Nord c’è la duplice sofferenza e a beneficiarne, ad esempio in Veneto, è stata la Lega che ha raccolto queste voci”.

Una dimostrazione in più che la Lega non è più partito di protesa, ma che piace alla classe dirigente.

“A gennaio abbiamo fatto una ricerca ponendo una domanda ai veneti: quanto vi sentite vicini ad un partito e a un movimento politico?”.

Risposta?

“Il 16% ritiene di identificarsi in una delle due categorie, mostrando una sorta di fedeltà; il 60% ha ammesso di valutare volta per volta a chi rivolgersi, il che significa avere un rapporto negoziale con la politica a seconda dell’offerta; il restante 30%, la solita percentuale dell’astensione, non ha alcun interesse alla politica”.

Prevale il concetto “mercantile” del voto.

“Infatti. Analizzando i dati si vede che cresce l’elettorato che si rapporta strumentalmente alla politica a seconda dell’offerta. La Lega governa da anni regioni come Veneto e Lombardia, e ha dimostrato di non essere più anti sistema e in Veneto ha incassato il voto positivo al referendum sull’autonomia che è stato uno strumento per accreditare la propria politica”.

La definizione di Lega etnopopulista delle origini è ormai un ricordo lontano e definire i grillini populisti è improprio?

“In un pezzo di elettorale ci sono componenti legate a timori tipicamente populisti, vedi immigrati, sicurezza, Europa che soffoca. Ma non esiste solo questa lente per analizzare le cose, e infatti c’è un altro consistente pezzo di elettorato (la leadership dell’imprenditoria ma anche lavoratori) che mostra insofferenza verso l’apparato statale visto come freno per lo sviluppo” .

In presenza di questa polarizzazione, cose può accadere in Veneto?

“Ritengo che ci sarà la stabilità, salvo che il governatore del Veneto non decida, su richiesta di Salvini, di andare a Roma, anche se vedo l’ipotesi assai improbabile. Dunque, la legislatura di Zaia continuerà e si baserà sul confronto con il prossimo governo per portare a casa l’autonomia”.

E il Pd continuerà a leccarsi le ferite?

“La vedo dura per i Dem. Il suo vero problema, come per Fi, è l’incapacità di fare un’analisi dei cambiamenti strutturali, economici e culturali del territorio. Si sono avviluppati su sé stessi e finché non ripartono da una riflessione sulle trasformazione e quale risposta dare, non sarà facile per loro”.

Si tornerà a votare presto?

“Intanto, dico che l’ipotesi di un’altra elezione politica a breve la vedo assai difficile da realizzarsi, soprattutto per la difficoltà di trovare un ampio consenso al fine di riformare il Rosatellum. Non solo, i neo eletti non hanno certamente intenzione di “suicidarsi” affrontando una nuova tornata elettorale e perdere il seggio guadagnato il 4 marzo”.

Cosa dovrebbero fare i partiti per limitare l’insofferenza degli elettori?

“Soprattutto, ci vorrebbe una vera, forte volontà riformatrice dello Stato. Per farlo occorrono,

maggioranze stabili. Allo stato attuale non vedo prospettive”.

Nella sua analisi post voto, ci sono elementi interessanti che determinano l’insoddisfazione degli elettori?

“Come detto, il senso di appartenenza alle classi sociali. Poi l’immigrazione per cui rimane maggioritaria la parte di popolazione (51%) favorevole all’accoglienza, ricordando però che quattro-cinque anni fa si superava il 70%. Segnali che sono emersi già da anni, ma la politica non ha voluto vederli”.

La profonda insoddisfazione è temporanea?

“Dipende da cosa farà il prossimo governo, ad esempio se riuscirà a mettere in piedi politiche attive per le giovani generazioni. Al contrario, tutto quanto è stato promesso in campagna elettorale diventerà un boomerang”.

Pare di essere tornati agli anni Ottanta con la crisi della rappresentanza.

“Oggi è diverso da quanto accaduto alla vigilia di Tangentopoli perché è cambiato il contesto complessivo. Allora, il mondo della rappresentanza era l’intermediario tra l’individuo e il mondo. Oggi, invece, soprattutto con l’utilizzo delle nuove tecnologie è possibile saltare il soggetto di mezzo. Un esempio: se scrivi un tweet al presidente della Repubblica o al Papa, loro ti rispondono. In questo sta la diversità rispetto agli anni Ottanta: la perdita di ruolo dei corpi intermedi. Ma non vuol dire che questi ultimi non siano più utili, anzi in un contesto complesso come l’attuale avremmo ancora bisogno di partiti e associazioni che aiutino il cittadino a leggere la trasformazione. Purtroppo, però, il mondo della rappresentanza ha perso la capacità di interpretare e guidare, non è più catalizzatore dei pensieri. In definitiva, o rispondono alla pancia oppure non hanno disegni strategici. E tutti ne soffrono. Ma a differenza dei partiti, le rappresentanze dei sindacati e dell’impresa, pur con tutti i limiti, mantengono comunque un ancoraggio al territorio”.


gasco*Giornalista

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