Fondi Ue, Ciambetti: per il Veneto in arrivo un euro-salasso

di Giorgio Gasco*

Mancano 12 mesi esatti al 29 marzo 2019, quando la Gran Bretagna lascerà definitivamente l’Unione Europea. Un evento storico per il futuro del Continente. Da quando il 52% dei britannici, nel giugno 2016, aveva votato a favore dell’uscita, la lady-premier Theresa May ha iniziato ad alzare la voce, pretendendo per il suo Paese un addio indolore, addirittura che venisse profumatamente retribuito ottenendo, però, come risposta il classico gesto della mano sventolante sul naso.

La decisione della “perfida Albione”, la Gran Bretagna, sta già avendo pesanti ripercussioni sul bilancio dell’Unione e altri ancora più consistenti sono in agguato. Ne è un esempio, l’annuncio fatto alla Commissione europea di un drastico taglio dei Fondi per lo sviluppo e la coesione in vista della programmazione nel settennato che va dal 2020 al 2027. E che avrà negative ricadute sugli Stati membri e soprattutto sulle singole regione.

“Londra esce, ma era un contribuente passivo, cioè prendeva più soldi di quelli che versava nelle casse comuni. E adesso, purtroppo, a Bruxelles stanno usando la scusa della Brexit per ridurre pesantemente i Fondi di Sviluppo Regionale e quelli per la Coesione” attacca Roberto Ciambetti, presidente del Consiglio regionale del Veneto.

Presidente, perché sarebbe una scusa?

“Perché ci sono altri capitoli di spesa che sono in aumento. Quindi è difficile accettare una riduzione dei finanziamenti per politiche di importanza fondamentale a causa dell’uscita della Gran Bretagna quando altre voci restano invariate se non addirittura in crescita”.

Esempio?

“I fondi per la Difesa. E poi c’è una questione insopportabile”.

Indoviniamo, riguarda sempre la Gran Bretagna.

“Esatto. Uno Stato che esce dall’Unione, in teoria, ma direi anche in pratica, si porta via anche i propri funzionari. Invece, guarda un po’, non è prevista alcuna riduzione di spesa per il personale. C’è qualcosa che non funziona in questo bilancio di programmazione finanziaria europea. Vedremo il 2 di maggio quando sarà depositato ufficialmente. Ma i presupposti sono nefasti”.

Vuol dire che Londra sta agendo con furbizia: ha salutato la compagnia, ma mantiene comunque un piede, anzi entrambi, dentro la Comunità?

“Sì, perché pur uscendo dalla Ue restano i funzionari inglesi che comunque parteciperanno alla scrittura di direttive per gli altri 26 Paesi membri, indirizzeranno l’attività della Commissione… non funziona così”.

A quanto ammonta il taglio generale di fondi per tutta Europa?

“In qualità di rappresentante della conferenza delle assemblee legislative europee ho incontrato, insieme ai componenti di altre associazioni di regioni europee, il Commissario al Bilancio, Joseph Otting, e quella alla Coesione, Corina Cretu. Il primo ha annunciato che il taglio dovrebbe variare dal 10% al 5% del totale. Ho commentato: ad essere penalizzate in modo clamoroso saranno le regioni più sviluppate”.

Veneto compreso.

“Appunto. Già ora abbiano dei contributi che sono assolutamente inferiori rispetto ad altre regioni europee che hanno un basso indice di sviluppo. Con quegli euro-soldi il Veneto svolge attività a favore delle imprese, dell’agricoltura, della pubblica amministrazione e altro. Molti progetti per migliorare i servizi sul territorio. Con i tagli ipotizzati, verrebbe profondamente modificata l’azione della nostra regione. E poi c’è anche una ciliegina sulla torta”.

Ci mancava.

“Gli Stati vogliono nazionalizzare il Fondo Sociale Europeo”.

Un altro accentramento?

“Proprio così. In questi anni di crisi questo Fondo è stato fondamentale per sostenere il mercato del lavoro a favore delle imprese e per la formazione degli espulsi dall’attività. Se questo capitolo di risorse fosse nazionalizzato, come si sta dicendo a Bruxelles, possiamo immaginare come le politiche adottate per il Veneto possano essere utili anche per la Sicilia. Addio buon senso”.

Cioè, il governo nazionale distribuirebbe quei fondi senza più considerare le specificità economico-sociali e le esigenze regionali?

“Oggi il sistema funziona così: ogni singola regione si raccorda con il governo nazionale di riferimento il quale, poi, gira le richieste alla Ue. Alla fine dell’istruttoria europea con l’erogazione dei finanziamenti, la gestione del Fondo avviene a livello regionale. Nel settennato 2014-2020, il Veneto ha usufruito di uno stanziamento di 700-800 milioni, spesi in base alle esigenze del territorio”.

Invece, cosa potrebbe succedere?

“E’ in atto una forte pressione da parte gli Stati nazionali per ottenere, iniziando con la programmazione 2020-2027, la gestione diretta del Fondo. A Bruxelles si stanno dimenticando che l’attribuzione alle Regioni delle funzioni operative nell’utilizzo, ad esempio, del Fondo Sociale, fa parte dei Trattati fondanti dell’Unione Europea. Stanno cercando di stravolgere le regole. E ripeto, oltre al taglio del Fondo Sociale sono in cantiere altri criteri ancora più penalizzanti per le regioni più sviluppate”.

E’ possibile quantificare in termini assoluti l’ipotizzato taglio del Fondo Sociale per tutta Italia?

“Per ora no. Per il Veneto, verrebbe a mancare un miliardo e mezzo in sette anni”.

Questo miliardo e mezzo, quanto potrebbe generare come moltiplicatore economico?

“Mediamente, si può quantificare in 5-6 miliardi in sette anni. Cifra che, nel malaugurato caso, non si potrà più generare”.

Un vero salasso, Si può fare qualcosa per bloccare gli euro-burocrati?

“Otting ha ammesso che non si aspettava la mobilitazione avviata dalle autonomie locali contro questa operazione della Commissione. Da parte nostra, invieremo a tutti i Comuni veneti un’informativa su quanto potrebbe succedere, invitando i consigli ad approvare mozioni, interpellanze e risoluzioni da inviare poi ai governi italiano e europeo. E’ anche in programma un incontro con tutti gli europarlamentari italiani, quelli cioè che il prossimo anno verranno a chiedere i voti in vista delle elezioni. Testeremo, così, il loro impegno a difesa dei Fondi per lo sviluppo e la coesione”.


gasco*Giornalista

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