La nostra storia. Bartok, Messiaen e Pizzetti per quel Festival del ’46

di Leopoldo Pietragnoli *

Forse fu nella musica e nel teatro che «l’ultima Venezia» espresse al meglio, prima della «ventata squassante» del Sessantotto, quel circuito virtuoso tra l’essere vetrina della cultura internazionale e insieme laboratorio della produzione cittadina per cui aveva ricoperto l’indiscusso ruolo di capitale della cultura.

La contestazione non aveva coinvolto i due Festival della Biennale, di consolidata tradizione – quello della Musica risaliva al 1930, quello del Teatro al 1934 – forse perché entrambi già ben inseriti nell’avanguardia (erano diretti rispettivamente da Mario Labroca e da Wladimiro Dorigo) forse perché di minor impatto mediatico; la crisi, per fortuna passeggera, sarebbe sopraggiunta anni dopo, con la riforma dello Statuto dell’Ente.

 

Il Festival della musica contemporanea riprese già nel 1946, con opere di 25 autori, tra i quali nomi come Bartok, Messiaen, Pizzetti, Ravel, Prokofiev, Schoenberg, Stravinskij, ma anche i veneziani Bruno Maderna e Gian Francesco Malipiero. Nel 1949 ospitò un concerto diretto da Arturo Toscanini con l’Orchestra della Scala, e nel 1951 la prima mondiale di The Rake’s Progress di Igor Stravinskij. Ci sarebbero poi state altre prime mondiali, quella de Il giro di vite di Britten nel 1954 (nello stesso anno il Festival propose la prima italiana di Porgy and Bess di Gershwin), quella de L’Angelo di fuoco di Prokofiev nel 1955, e quella straordinaria del Canticum di Stravinskij in Basilica di San Marco nel 1956. Accanto ai più famosi musicisti di tutto il mondo – oltre a quelli già citati, Berg, Berio, Berstein, Cage, Dallapiccola, De Falla, Hindemith, Kagel, Mahler, Menotti, Poulenc, Stockausen – il Festival diede ampio alle sperimentazioni d’avanguardia veneziane di Malipiero, che al Festival portò prime assolute, come quelle di Dialoghi e di Don Giovanni, di Maderna (tra le sue prime assolute Hyperion), e poi di Luigi Nono: nel 1961 memorabile è rimasta la tumultuosa serata alla Fenice per Intolleranza 1960, platealmente contestata da neofascisti e difesa dal critico de “Il Gazzettino” (in quell’anno il Festival raggiunse il record di 76 compositori in programma). Con il Festival, siamo alla funzione di Venezia quale vetrina internazionale. E allora, si dovranno citare ancora almeno le prime assolute di musica elettronica nel 1959, quelle della musica algoritmica nel 1964, l’Antico Teatro indiano danzato con il Mahabharata in prima italiana nel 1967, lo stesso anno di Paul McCartney e John Lennon in Songs di Berio, anche questa in prima italiana.

 

Dicendo di Maderna, Malipiero, Nono si è accennato al circuito virtuoso tra vetrina internazionale e produzione cittadina, nella forma delle elitarie esperienze dell’avanguardia, le quali a loro volta erano in circuito virtuoso con le forme più popolari (ma non per questo meno pregiate) di divulgazione. Basti pensare al cartellone lirico di altissima qualità della Fenice, che vide, tra l’altro, nel 1957 la prima esecuzione integrale all’estero della Tetralogia di Bayreuth, per la regia di Wolfgang Wagner, nipote del compositore; in quello stesso anno Piazza San Marco ospitò Cavalleria rusticana e Pagliacci ma anche il Festival della canzone (la gondola d’oro) trasmesso in Eurovisione; e l’anno dopo il Teatro Verde nell’isola di San Giorgio vide La forza del destino e Carmen; fu a lungo “di casa” alla Fenice Maria Callas, tanto che la città le ha dedicato in zona un toponimo. Ma c’è di più: d’estate le opere liriche più popolari – come Madama Butterfly, Rigoletto, Tosca, Traviata, Trovatore – venivano rappresentate all’aperto in campo Sant’Angelo, in una platea di quattromila posti, e i veneziani accorrevano numerosi alla domenica in Piazza San Marco al concerto della Banda municipale: tradizionale era l’esecuzione di musiche di Cavalleria rusticana la domenica di Pasqua, giorno nel quale è ambientata la drammatica vicenda. Insomma una città, come si diceva, internazionale e stra-paesana insieme.

(4. continua)


pietragnoli* Giornalista

 

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