Biennale “zona franca” della cultura: da Cocteau a Ruzante

di Leopoldo Pietragnoli

Come la musica, anche il teatro aveva avuto nel Festival della Biennale il momento più alto dell’essere Venezia vetrina internazionale. Ma, come per la musica, anche nel teatro Venezia aveva innescato quel circuito virtuoso tra l’essere vetrina della cultura internazionale e insieme laboratorio della produzione cittadina per cui aveva ricoperto l’indiscusso ruolo di capitale della cultura.

Ripreso nel 1947, con opere di Sartre e di Cocteau in lingua originale, ma anche con l’immancabile Goldoni, il Festival del Teatro ebbe un colpo d’ala nel 1950, con la proposta del Parlamento di Ruzante; di quell’anno è il veto del Governo italiano al visto d’ingresso a Bertolt Brecht e alla sua Compagnia, invitati dalla Biennale, che aveva creato a Venezia quasi una zona franca della cultura del tutto inusuale nell’Italia della guerra fredda (il Berliner Ensemble sarebbe venuto soltanto nel 1966). Nel 1954 si registrò un evento di risonanza mondiale, la prima recita all’estero della Compagnia dei «Nô» dell’imperiale Teatro classico giapponese, che si esibì al Teatro Verde all’isola di San Giorgio, inaugurato quell’anno, e sul cui palco all’aperto recitò l’anno dopo la Comédie Française. Ospitando nel 1955 il Teatro classico della Repubblica popolare di Cina, con la quale l’Italia non aveva allora rapporti diplomatici, il Festival segnò un momento alto dell’indipendenza politica della Biennale. L’anno dopo, il linguaggio della Moscheta di Ruzante al Teatro Verde, con Cesco Baseggio, suscitò indignate reazioni in ambienti ecclesiali. Nel 1957, bicentenario goldoniano, il Festival del Teatro dedicò l’intero programma a Goldoni, con un’eccezione per la rappresentazione del Titus Andronicus di Shakespeare, con Laurence Olivier e Vivien Leigh, per la quale convennero a Venezia i maggiori attori da tutta Italia. Polemiche suscitò, nel 1958, il Théâtre d’Aujourd’hui di Parigi, con opere di Ionesco e di Beckett, definite un «autentico choc» per il pubblico veneziano; ma in quell’anno ci fu spazio anche per le marionette di Vittorio Podrecca. Scegliendo fior da fiore, si potranno ricordare poi almeno le recite di Shakespeare con la Bristol Old Vic, nel 1964; la prima volta in Europa del Teatro giapponese Kyogen, e del Frankestein del Living Theatre nel 1965, Gli uccelli di Aristofane nell’originale greco nel 1966…

 Nel 1956, con Laudes Evangeliorum aveva debuttato al Festival un regista e autore veneziano, Giovanni Poli, che al Teatro Universitario di Ca’ Foscari stava coniugando la più innovativa ricerca con la riscoperta della Commedia dell’Arte, e che due anni dopo avrebbe presentato al Festival di Salonicco il proprio capolavoro, La Commedia degli Zanni, mentre nel 1963 sarebbe ritornato alla Biennale con la Piovana di Ruzante. Se con Poli si saldava il circuito tra la vetrina internazionale e la produzione cittadina d’avanguardia, nella quale si distingueva anche il Teatro 7 di Arnaldo e Sara Momo, questa era a sua volta in circuito virtuoso con una più ampia e popolare attività teatrale: come quel «Carro di Tespi» della Compagnia dei «Commedianti», che a metà anni Cinquanta aveva portato per i campi della città 110 opere (tra cui 50 testi goldoniani e 20 contemporanei) in 2200 recite con 400 mila spettatori; come le Compagnie goldoniane di Cesco Baseggio, cui la Tv avrebbe poi dato diffusione nazionale, e la concorrente Compagnia Comica di Gino Cavalieri, che aveva sede al Teatro Ridotto, il cui cartellone comprendeva i migliori spettacoli delle Compagnie di giro di livello nazionale, fino a 160 recite in una stagione; e in tutta la città compagnie amatoriali, talora estemporanee, si esibivano nei patronati parrocchiali anche con opere di propria produzione. E così concludiamo questa carrellata sulla «ultima Venezia» prima del Sessantotto là dove si era cominciato: era una città che sapeva parlare insieme tutte le lingue e il proprio dialetto.

(5. fine)


pietragnoli* giornalista

Rispondi