Primo maggio 1994, ore 14.17: lo schianto mortale di Ayrton

di Beppe Donazzan*

Il via. L’attimo più drammatico per un pilota, il momento più spettacolare per il pubblico. L’inizio di un Gran Premio è la scena madre, la più pericolosa, la più imprevedibile, la più terribile, nella quale tattiche o strategie sono azzerate dall’imponderabile.

I minuti che lo precedono sono scanditi da un copione rigido che nessuno ha scritto e che si ripete, identico, gara dopo gara. I giornalisti che ti scrutano, i fotografi che cercano di impressionare la paura, le telecamere che ti vivisezionano. Ayrton quanti ne ha vissuti! Ma è sempre come la prima volta. La concentrazione al massimo, il pensiero fisso alla prima curva, la determinazione nell’affondare l’acceleratore e di arrivare al Tamburello davanti a tutti, l’adrenalina che ti eccita, il cuore che, secondo dopo secondo, aumenta i battiti, implacabile timer che si esaurisce soltanto con la partenza. La liberazione. Il semaforo verde è come il ritorno alla vita, è l’orgasmo che esplode e placa l’inquietudine.

Fa caldo a Imola, un caldo afoso che irrita e fa star male. TF1, la rete televisiva francese, manda in onda il giro di pista commentato da Ayrton, registrato il giorno precedente. Nel piccolo studio sopra i box, ad ascoltarlo c’è Alain Prost, per dieci anni l’avversario numero uno, il nemico da annientare, sempre.

Nelle cuffie, al termine dell’illustrazione delle curve, dei rettilinei, delle frenate, delle cambiate, un saluto inatteso: “Ciao Alain, mi manchi tanto e ti mando un caro saluto”. Una definitiva, struggente dichiarazione di pace dopo tante polemiche, tanti insulti, tanti scontri dentro e fuori le piste. Quella frase in cuffia è come un’eco che ritorna e gela. “Il Professore”, dopo tanti anni, è ora relegato davanti ad un microfono, ma non prova nostalgia per quelle macchine che aveva tanto amato. L’avversario di un tempo è rimasto, è riuscito a soffiargliela, quella Williams, ma ora è dubbioso, incerto. Ha capito che è diventato tutto maledettamente difficile, che per vincere il quarto Mondiale dovrà correre come soltanto lui sa fare, metro dopo metro, gara dopo gara. Rischiando come la prima volta.

Imola, la corsa della verità. È qui che si giocherà il titolo. Lo sa, ma lui, il pilota delle sfide impossibili, il più veloce, il “più perfetto” mai visto sulle piste, è improvvisamente diventato fragile come un debuttante dentro quella Williams numero 2, in pole position.

Ha ancora negli occhi gli incidenti di Rubens Barrichello e di Roland Ratzemberger, non è riuscito a cancellarli. È ormai convinto che questi bolidi, spogliati dall’elettronica, siano diventati inguidabili e assassini. Ha intuito che la sua Williams è tutt’altro che la macchina imbattibile e sicura che aveva immaginato.

Qualche metro più indietro, la Benetton di Michael Schumacher, l’avversaria da superare, brutta ma tanto efficace. C’è la solita confusione sulla griglia di partenza. Macchine sui cavalletti, termocoperte sui pneumatici, cofani alzati, computer ancora innestati per controllare se tutte le funzioni “vitali” della macchina sono okay.

Ayrton non s’è infilato il casco gialloverde, l’ha appoggiato sul cupolino davanti a sé. È la prima volta che lo fa.

Mancano poco più di dieci minuti al via. Lo osservo e non sembra il Senna che conosco. È tirato, il suo viso è invecchiato come d’improvviso, le occhiaie sono scure e profonde. Oltre la fettuccia che circonda la macchina, c’è Betise Assunçao. Anche lei non è la solita, sul suo volto non c’è traccia di sorriso. C’è una strana atmosfera sulla linea di partenza di Imola. Chissà a cosa sta pensando. Lo sguardo fisso davanti a sé, non controlla il lavoro dei meccanici, non vede telecamere e fotografi. Il respiro è affannoso. Reclina il capo all’indietro, socchiudendo gli occhi. Un gesto che compie ripetutamente. Non è la concentrazione di Ayrton. Sembra quasi che voglia cancellare qualcosa, scacciare un incubo.

All’improvviso vede Patrick Head e gli fa cenno con il dito di avvicinarsi. Parlottano per qualche minuto. Ecco la sirena, tutti fuori.

La pista, pochi secondi prima piena di gente, si svuota come per incanto. I piloti sono soli dentro le macchine, con la loro frenesia di partire, con la voglia di mettere fine a quel cocktail di timori, paure, ossessioni che li tormenta. Il giro di lancio, inizia l’apnea. La frequenza cardiaca sale quasi con la stessa intensità del contagiri a cristalli liquidi. Le temperature sono a posto, il motore è okay, le sospensioni pure, il collegamento radio con i box è perfetto. Qualche zig zag prima della Tosa per non far scendere troppo i gradi della mescola delle gomme. Il pensiero al cambio dei pneumatici, al rifornimento del carburante.

La Variante Bassa, ancora poche centinaia di metri, poi, finalmente, il via. Un’occhiata agli specchietti, eccolo là Schumacher. Schiaccia il gas, Ayrton, sul rettilineo dei box, prima di prendere posizione. Un assaggio di partenza. È importante, tanto importante arrivare laggiù al Tamburello davanti al tedesco. Si ferma sulla linea bianca, per la sessantacinquesima volta davanti a tutti. È il momento in cui la concentrazione cancella tutto. Non c’è più tempo per i ripensamenti. Giù la visiera, sì, il piccolo lembo del plexiglas di riserva è a portata di mano. Gli occhi sono fissi al semaforo rosso. Quando arriva, quando arriva il verde? Settemila-ottomila-diecimila giri, l’urlo dei motori si alza all’unisono dopo i quattro secondi. La liberazione è imminente. Le ventisei macchine sembrano felini accucciati, con i nervi tesi, prima di attaccare la preda. Una mano si alza in terza fila. È J.J. Letho, il biondo finnico dagli occhi di ghiaccio. È tornato nell’abitacolo della Benetton dopo lo spaventoso incidente di Silverstone nel corso dei test invernali. Un colpo di frusta tremendo che gli ha lesionato due vertebre. Niente Brasile, niente Giappone. Ed ora eccolo là, con il motore spento, con dietro le macchine che stanno per scattare, che agita le braccia come un condannato a morte per tentare di bloccare l’esecuzione. Troppo tardi. Bruynseraede non vede e spinge il pulsante della luce verde. Liberazione per tutti, terrore per Letho.

Ayrton, in un millesimo di secondo, schiaccia a fondo. La Williams come un dragster pattina un po’, dalle ruote posteriori esce il fumo azzurrino, poi tutta la potenza del 10 cilindri Renault è scaricata sull’asfalto. Schumacher non ce la fa, non riesce ad arrivare per primo al Tamburello. È dietro, è dietro. Ayrton lo controlla negli specchietti.

Letho vede sfrecciare le macchine a destra e a sinistra, vicine, sempre più vicine. Aspetta il colpo, sa che qualcuno si accorgerà troppo tardi che la sua Benetton è bloccata sulla pista. Arriva Pedro Lamy con la Lotus. È partito dalla penultima fila. È nella scia di Herbert, che gli copre la visuale. Solo all’ultimo istante, quando il compagno di squadra sterza verso destra, il portoghese vede l’ombra della macchina ferma. Un colpo violento al volante verso sinistra, ma è ormai troppo vicino. A 200 all’ora si schianta con la parte anteriore destra contro la ruota posteriore sinistra della Benetton. Un urto terrificante. Volano pezzi da tutte le parti, parecchi finiscono in tribuna. Uno spettacolo agghiacciante. Una ruota, con parte della sospensione attaccata, colpisce alla testa Antonio Maino, 28 anni, di Courmayeur. Altri feriti restano a terra. La Lotus di Lamy è immobile contro il muretto di protezione, Letho è sotto shock, impietrito per la paura.

Ayrton è alla Tosa con il pensiero fisso della gara da vincere. Bandiere rosse, cos’è successo? C’è in pista la safety-car, la macchina che ordina di mantenere le posizioni. La concentrazione si abbassa, bisogna ricaricarsi in fretta prima del nuovo via, questa volta lanciato. È già un week end da dimenticare, questo di Imola: Barrichello, Ratzenberger e ora questa drammatica partenza.

Gli inservienti puliscono l’asfalto dai pezzi lasciati dalla Lotus e dalla Benetton. Ayrton è dietro la safety-car. Uno, due, tre, quattro giri al rallentatore. Tempo per ripensare a tutta una vita, tempo per far rinascere l’inquietudine. “Non ho più voglia di correre”, chissà se avrà pensato a quella telefonata di sabato sera alla sua dolce Adriane.

La valigia è sistemata nel bagagliaio della Renault parcheggiata nel paddock. Il pilota del suo Hawker 800 lo aspetta all’aeroporto di Forlì. Ha il piano di volo già pronto per la partenza verso il Portogallo. Bisogna solo finire la corsa.

La safety-car si sposta, riparte l’inumana roulette russa. Giù ancora, Ayrton. Al Tamburello è davanti a Schumacher. In sala stampa, ai box, in tribuna, si tira un sospiro di sollievo dopo tanta tensione. Vola la Williams di Senna, allunga sul tedesco. Traiettorie perfette, il campeao aggredisce l’asfalto con una cattiveria che agli occhi appare dolcezza. Dipinge le curve sempre uguali, sembra correre su binari. “Driving to perfection”, guidare verso la perfezione, il suo motto. Ed è così anche in quel sesto giro a Imola.

Passa davanti ai box con sei decimi di secondo su Schumacher. Giù ancora, Ayrton. Eccolo là in fondo, il Tamburello, curva che intuisci e di cui non vedi la fine. Da affrontare in accelerazione, da percorrere trattenendo il fiato, ma senza difficoltà. Le difficoltà sono per i campioncini, che lottano contro la ragione per tenere il piede incollato a fondo. Non per lui. Leggera correzione del volante a sinistra. La macchina spancia sull’impercettibile giuntura dell’asfalto nuovo. Una scia di scintille pare trasformare la Williams numero 2 in una cometa. La velocità è di 310 km/h. Ayrton si rende conto che qualcosa non funziona. Non riesce, non riesce a fare la curva. Il muro si avvicina implacabile. La Williams tira dritto verso l’esterno come se il rettilineo continuasse all’infinito. È ancora davanti a tutti. Si schianta a 210 km/h contro il muro di protezione, a pochi metri da un cartellone pubblicitario: “I pilotissimi”, lo slogan a caratteri cubitali. Una ruota vola in alto, la macchina rimbalza, è squassata dall’impatto, si affloscia appena ferma. Il casco gialloverde si piega lento verso sinistra. Sono le 14.17 di domenica 1° maggio.

L’ombra dell’elicottero appare sull’asfalto. Funesta e crudele. È l’unica percezione visiva in un momento irreale che sgomenta e svuota. “Incidente, incidente a Senna al Tamburello”. Dagli altoparlanti del circuito la voce dello speaker, prima robusta e fastidiosa, esce quasi sussurrata. Un silenzio da brivido cala su Imola. Le ultime macchine rientrano a motore spento.

Ai box, in sala stampa, nelle salette di rappresentanza, nelle case, gli occhi sono fissi sull’immagine della Williams accartocciata, ferma all’esterno di quella curva maledetta. Tutti aspettano un segno, una reazione. Aspettano la scena di Ayrton che, dopo lo shock, si riprende, slaccia le cinture ed esce. Perché non può essere vero, perché non si può credere che non ce la faccia, perché non può restare così a lungo immobile. Invincibile e immortale, un mito non può.

Ma la pellicola del film si è inceppata, non avanza, è bloccata sempre sul corpo inerte, ancorato al telaio della macchina.

Nelle corse la tragedia si avverte subito, ti entra dentro e ti divora. Inconsciamente la certezza della fine è già firmata, prima ancora del certificato del medico. La speranza è soltanto illusione. Che per Ayrton si cerca di alimentare, di tenere viva, di non lasciar svanire.

Ventisette secondi passano prima che i primi soccorritori.

Secondi che sembrano secoli.

No, non si muove Ayrton. I box della Williams appaiono come l’anticamera di una cella mortuaria. Tutti hanno capito che non c’è più nulla da fare. Frank, il boss, finito su una sedia a rotelle per un incidente stradale in Francia, è una statua di cera. Il pallore del suo viso fa rabbrividire. Il singhiozzo incessante di Ann Bradshow, l’addetta stampa del team, è la colonna sonora di un’atmosfera angosciante.

No, non si muove Ayrton. Lo tirano fuori a fatica dall’abitacolo. Lo stendono a terra. Il silenzio è rotto soltanto dal rumore delle pale dell’elicottero della tv, avvoltoio che vola sopra la più ambita delle prede, agonizzante.

No, non si muove Ayrton. Ha perso conoscenza. Le funzioni vitali sono minime, percettibili soltanto per mezzo degli apparecchi portatili di rianimazione. Si cerca di fare in fretta, in fretta per portarlo via. Alle 14.34, dopo 19 minuti di rianimazione, Ayrton viene caricato sull’elicottero. Il corpo è avvolto in uno speciale telo color oro, che serve per mantenere la temperatura corporea costante. Dal portellone, mentre si solleva da terra, esce un filo di sangue rosso cupo che si impasta con la colorazione arancione del velivolo.

Gli sguardi sono verso quell’elicottero che si allontana in direzione di Bologna. Un volo di speranza che è soltanto illusione. L’osannato, l’idolatrato, l’invidiato campeao dal volto triste rivive nel dolore e nel ricordo di milioni di giovani. È già mito.


beppe donazzan* Giornalista – Scrittore

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