Martella: il Pd sull’orlo del burrone. Ora serve un congresso rifondativo

di Giorgio Gasco*

Governo di transito che porti alle elezioni, basato su centrodestra-5 Stelle. Governo di tregua con una guida indicata dal Capo dello Stato. Governo salvagente con Lega e 5Stelle. Un bel rebus per il Quirinale, al quale cercherà di dare soluzione Sergio Mattarella nei prossimi giorni. Un bel rebus anche per i partiti che, a due mesi e oltre dal voto politico, non hanno saputo concretizzare il loro tesoretto elettorale. Oggettivamente non potevano fare altro.

Il responso delle urne ha confermato quanto si sapeva: cioé che il Rosatellum non avrebbe garantito a un partito o ad una coalizione la forma elettorale per formare un esecutivo con una maggioranza solida. Qualcosa, invece, si è mosso dopo i primi approcci, con quegli amori sensi tra Lega e 5Stelle che facevano sperare, seppure contraddicendo i toni della campagna elettorale, che una sorta di accordo avrebbe potuto nascere. Invece, niente. Idem, per il tentativo 5Stelle-Pd indicato da Mattarella.

Insomma, zero assoluto. E paradossalmente la pesante situazione di stallo ha allargato le già profonde ferite all’interno di alcuni partiti. L’unico a risultare immune è la Lega, che il leader Matteo Salvini ha saputo aggregare attorno a sé portando i padani a due risultati storici: l’aumento percentuale di consensi e il conseguente sorpasso ai danni di Forza Italia. E’ saltata, invece, la granitica coesione del movimento grillino che oggi vede Alessandro Di Battista ripresentarsi a bordo campo dopo il fallimento di Luigi Di Maio. Una non notizia, invece, è lo sconquasso che continua a percorrere il Partito Democratico uscito non più con le ossa rotte, ma letteralmente a pezzi dall’appuntamento con le elezioni politiche. E per l’erede di Pci. Pds, Ds si avvicina sempre di più il rischio della scomparsa dal panorama politico, salvo un colpo di reni e di orgoglio, che si evocano ormai da sempre, ma che stentano ancora a manifestarsi. Finora, nel Pd prevale ancora quel “cerchio magico”, quel cordone sanitario che difende le scelte e la linea politica (?) di chi segretario non lo è più ma si comporta come se lo fosse ancora, come se la sconfitta al referendum istituzionale e quelle successive in alcune tornate amministrative (vedi in Friuli Venezia Giulia) e soprattutto quella alle elezioni politiche di marzo, non avessero minimamente toccato il partito.

Andrea Martella, questa volta il Pd è veramente sull’orlo del baratro.

“Il 4 marzo la sinistra italiana ha subito la più grande sconfitta dal dopoguerra in poi” ammette il dem veneziano, coordinatore nazionale dell’area che si richiama al ministro Andrea Orlando (assai critico con Renzi) e non riconfermato nelle liste elettorali con la motivazione di avere già alle spalle quattro legislature, mentre altri suoi colleghi, in giro per l’Italia, non hanno subito identica sorte.

Una volta si sarebbe definita sconfitta storica.

“Sì. Ma ciò che è incredibile e che di questa sconfitta non si sia minimamente discusso. C’è stato un accenno alla direzione nazionale dell’altro giorno, poi basta. Così anche a livello regionale, neppure una mezza parola”.

Eppure chiunque dei vostri big vada in televisione definisce il Pd unico partito dove si discute. Mentono sapendo di mentire?

“All’analisi dei fatti è così. Dopo una sconfitta così pesante, direi epocale, non c’è stata alcune discontinuità né di persone né di contenuti…”.

Si dice che state discutendo dal dopo referendum istituzionale del dicembre 2016, ma siete sempre allo stesso punto, anzi peggio dopo la sconfitta in Friuli Venezia Giulia dove avete dimezzato i voti perdendo la guida della Regione.

“Da quel dicembre in poi si parla solo di rimorso per la sconfitta, ma l’analisi finisce lì. E non si fa altro che riproporre gli stessi argomenti dicendo che gli elettori non ci hanno capito e ripresentando sempre le stesse facce. Posso aggiungere una cosa?”.

Prego.

“Addirittura, dalle parti di Renzi è arrivata la proposta di ripartire dai 100 punti che componevano il nostro programma per le elezioni le politiche. Ma non si rendono conto che quei 100 punti, quel programma è stato sonoramente bocciato dagli elettori? Dov’è l’analisi, il dialogo la prospettiva di cui parla la maggioranza renziana del Pd? Le verità è una sola: gli elettori hanno abbandonato il Pd”.

L’aspetto più preoccupante, più grave e che l’emorragia di voti non ha favorito altre componenti della sinistra (Leu), a beneficiarne sono stati Cinquestelle e Lega.

“Infatti, il Pd non è più stato riconosciuto come forza di sinistra. E poiché nei programmi di 5Stelle e della Lega c’è un prioritario interesse al sociale, la cui crisi coinvolge una grossa fetta degli italiani, quel voto che tradizionalmente era dell’elettore di sinistra è passato dall’altra parte dove si è percepita la presenza di un maggiore attenzione ai problemi della gente”.

Il costante calo di consensi è coinciso con l’inizio dell’era Renzi?

“Renzi un po’ ha inseguito formule del populismo che alla fine hanno premiato Cinquestelle, un po’ ha seguito politiche moderate tendenzialmente di destra che poi, però, sono state interpretate, giustamente, da chi incarna realmente la destra”.

Con questi presupposti, con questo vuoto ritiene condivisibili e necessarie le iniziative di alcuni parlamentari del Veneto che intendono battere il territorio, scavalcando i vertici, per recuperare l’elettorato transfuga?

“E’ giusto che il veronese Diego Zardini, appena rieletto in Parlamento, voglia avviare una seria discussione con la base scavalcando l’inerzia della dirigenza. C’è un vuoto completo di iniziative in cui opera Alessandro Bisato, segretario regionale dem. Posso dire, senza tema di smentita, che le uniche iniziative fatte finora sono quelle organizzare dall’area dem a cui appartengo. E dal resto del Pd, dalla maggioranza renziana, nulla di concreto se non il grande “capolavoro” di Renzi sull’ipotesi di alleanza con Cinquestelle, argomento usato per rimuovere l’analisi sulle ragioni della sconfitta”.

E’ sembrato che il Pd volesse l’alleanza.

“Non è così, nessuno di noi voleva un governo con i grillini. La richiesta di un confronto tra noi e loro è venuta da Mattarella. Saremmo comunque arrivati ad un nulla di fatto, ma personalmente ritengo che quel confronto andava fatto anche per stanare Di Maio & C., per fare emergere le loro contraddizioni e per attraversare quella richiesta sociale di cui ho detto prima. Renzi, invece, prima, per nascondere il vero problema, quello della batosta elettorale, ha fatto credere che ci fosse una parte del Pd disponibile a sondare i grillini; poi ha risposto picche alla lettera di Di Maio. Questo sarebbe il dialogo interno?”.

Lei dice che è stato Renzi a far credere che una parte dei dem, la minoranza, volesse un accordo con Cinquestelle?

“Basta guardare la cronologia dei messaggi social firmati da renziani doc. Prima, l’accusa alla minoranza dem di aver fatto perdere le elezioni parlando male del Pd e non perché gli elettori ci hanno voltato le spalle; poi le liste di proscrizione di chi voleva l’accordo con Cinquestelle. E’ il mondo renziano che ha aperto la caccia alle streghe. Ripeto, ben sapendo che nessuno aveva mai detto di essere favorevole all’accordo Pd-5Stelle”.

La mancanza di bussola manda alla deriva anche il Pd del Nordest: in Veneto il partito ha perso la connessione con il territorio; in Friuli Venezia Giulia vi siete giocati la Regione dopo l’esperienza di Debora Serracchiani che ha salutato tutti preferendo un posto sicuro in Parlamento.

“Al Nord, area geografica trainante dell’economia del Paese, ci sono quattro regioni a guida centrodestra: Veneto, Friuli e Lombardia con la Lega e la Liguria con Forza Italia. Il Pd non esiste, sembra non rappresenta più nessuno. Il partito ha perso qualunque riferimento sociale. Il che la dice lunga sulla gravità della situazione e sulla mole di lavoro che c’è da fare per risalire la china”.

Forse è una sintesi un po’ forte: il Pd ha finito di esistere?

“Non voglio arrivare a questo, ma non sono così sicuro che possa vivere. Perché viva ancora, serve un congresso rifondativo, dove si affronti il tema di una nuova idea di sinistra. Basta con le solite conte, con i soliti siparietti su chi si deve candidare e chi no, su chi deve essere premier; bisogna cercare di capire la rabbia che c’è in Italia contro la politica che si è abbattuta particolarmente sul Pd che ha governato negli ultimi cinque anni; bisogna mettere al centro la questione delle crescenti diseguaglianze sociali. Se si fa questo, spero che il Pd possa rigenerarsi, al contrario la decadenza sarà sempre più ripida”.

Qualche suo collega di partito, ha proposto di tornare alle origini cioè al Pd aperto, inclusivo, un grande contenitore popolare: una riedizione dell’Ulivo.

“Non credo sia sufficiente, bisogna rendersi conto che la globalizzazione e la crisi hanno cambiato il mondo. L’ispirazione era giusta, ma le elezioni di marzo hanno rappresentato una rivoluzione e i soggetti politici vanno profondamente ripensati, devono trovare una nuova identità”.

La sinistra è in crisi in tutta Europa, ritiene sia finita l’era della sinistra?

“E’ vero che è in crisi, ma è anche vero che, fatte le debite proporzioni, dove la sinistra ha saputo interpretare la richiesta di cambiamento (maggiore giustizia sociale), come ad esempio in Gran Bretagna con il laburista Jeremy Corbyn, qualche risultato si vede”.

In Veneto si vota per il rinnovo dei consigli comunali di Vicenza e Treviso. In entrambi i capoluoghi i sindaci uscenti sono del Pd. Vede a rischio la riconferma?

“Mi auguro di no. Il problema sta nel manico: dov’è il Pd del Veneto, di cosa si occupa? Non c’è traccia. Bisogna avere il coraggio di ripensare al ruolo del partito in una regione dove è fondamentale il tema della sinistra che si occupa di giustizia sociale e di riformismo. Per farlo occorre avere l’umiltà e la capacità di rimettere attorno al tavolo la società veneta: il mondo delle professioni, gli intellettuali, il mondo dell’economia. Obiettivo: ricostruire partendo dalle basi”.

Sarebbe il ruolo del ceto politico.

“La ricostruzione affidata a quello che rimane del ceto politico (capacità e numero di parlamentari sempre inferiori) e alla presenza in consiglio regionale che definirei invisibile… non avverrà mai. Bisogna invece mettere insieme la società e ricostruire il DNA del Pd del Veneto, con le sue specificità rispetto al partito nazionale”.

Umiltà? Guardando al vicino Friuli Venezia Giulia il Pd ha perso anche per la mancanza di questa virtù?

“Il tratto politico di Debora Serracchiani è sempre stato renziano. E quando non è stata più considerata all’interno del “leader circus” è diventata critica nei confronti del suo ex referente”.

Però le indicazioni davano il Pd soccombente.

“Certo, era abbastanza scritto che la Serracchiani avrebbe perso comunque. Però in Friuli è stato commesso un errore: chi ha governato per cinque anni aveva il dovere a riprovarci per confermare il proprio ruolo e quello del partito. Invece si è scelto di fare altro, e quello che è è peggio con il benestare del partito nazionale. Così negli annali risulterà che il governo Pd della Regione Friuli Venezia Giulia è stata una parentesi. La politica ha bisogno di ponderazione, esperienza di peso che si conquistato durante il cammino… le stelle, invece, brillano ma poi tramontano molto presto”.


gasco*Giornalista

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