Zaia: Mattarella? Ha agito come se l’Italia fosse una Repubblica presidenziale

di Giorgio Gasco*

“Siamo di fatto in una Repubblica semipresidenziale o meglio presidenziale”. Il governatore Luca Zaia attacca tra l’amareggiato e l’arrabbiato. Cinquestelle del Veneto preferisce chiudersi nel silenzio: Jacopo Berti, capogruppo in consiglio regionale, si limita a dire: “E’ una partita nazionale…”.

Renato Brunetta, veneziano e deputato di Forza Italia, si stacca dal coro e con un tweet va a testa bassa contro Matteo Salvini : “Mi rivolgo con simpatia a lui replicandogli che non è tempo per lui di porre aut aut a Forza Italia, su Cottarelli o su qualsiasi altro tema, minacciando in caso di risposta sgradita (l’eventuale fiducia degli azzurri al premier incaricato, ndr.) di mandare all’aria la storica alleanza di centrodestra”.

Renato con occhialiRenato Brunetta

All’indomani del crac istituzionale, con la bocciatura del governo Lega-Cinquestelle da parte di Sergio Mattarella per la presenza dello “scomodo” Paolo Savona, la politica del Veneto rispecchia le tensioni che si stanno vivendo a Roma, dove l’incarico di formare un esecutivo è stato assegnato all’economista Carlo Cottarelli, uomo del Fondo Monetario Internazionale. La sua è un’impresa a perdere: in Parlamento non esiste una maggioranza che potrà dargli la fiducia, quindi il suo compito sarà quello di gestire il ritorno alle urne.

Zaia, all’inaugurazione del ponte provvisorio sul Piave a Nervesa della Battaglia insieme all’amministratore delegato di Anas Gianni Vittorio Armani, ammette che non si aspettava un’accelerazione così improvvisa della crisi di governo. Accelerazione che definisce “ingiustificabile” stando alle regole in atto. Senza alzare i toni, come hanno invece fatto i Cinquestelle (hanno chiesto la messa in stato di accusa del Capo dello Stato), il leghista ricorda che il presidente della Repubblica riveste un ruolo di garante della Costituzione mentre “in questa vicenda si è comportato come se vivessimo in una Repubblica semi-presidenziale o meglio presidenziale, mentre l’Italia è una Repubblica parlamentare dove è il Parlamento a votare la fiducia ad un governo e non il Capo dello Stato”. Insomma, è lo Zaia-pensiero, si sono cambiate di fatto le regole della forma di governo senza l’intervento di chi è preposto a farlo.

Chiarita la questione che il governatore definisce di principio, ribadisce la bontà della scelta fatta da Salvini e Di Maio nell’indicare il professore Savona come ministro dell’Economia (“Il suo curriculum è eccezionale”) e riconosce il lavoro fatto da Lega e grillini per “chiarire tutti i punti contestati dal Quirinale sull’Europa, con la garanzia che non c’era alcuna intenzione di uscire dall’euro”. Con il contratto di governo, ricorda, “si chiede un’Europa più equa e più forte”. Zaia non rinuncia a gettare una pietra nello stagno. Escludendo che fosse nelle intenzioni del segretario federale leghista proporre Savona con l’intento di bruciarlo così da ritornare alle urne (ipotesi avanzata da Cinquestelle), il governatore porta come esempio “le dichiarazioni di Cottarelli delle ultime settimane, dalle quali si comprende che il dialogo con il Quirinale era già stato avviato. Prova ne sia che la convocazione al Colle è arrivata a tempo di record”. Sintetizzando: non è stato Salvini a fare saltare il banco con premeditazione, ma il Quirinale. Domanda: considera Mattarella terminal di tutte le pressioni euro-mondiali? Risposta: “Abbiamo capito che conta di più il parere dei tedeschi, del Fmi, dell’Europa e della Bce che quello del popolo italiano”. Per essere sempre più chiari: “Ci è stata tolta la possibilità di governare l’Italia, sono stati stoppati i due raggruppamenti che con il voto del 4 marzo hanno ottenuto la maggioranza alle Camere. I cittadini lo hanno capito”.

jacopo_bertiJacopo Berti

Il leghista veneto, però, esclude il suo partito possa affiancare grillini e Fratelli d’Italia sulla strada verso la messa in stato di accusa del presidente della Repubblica: “Non ci occupiamo di questo, e poi l’impeachement è già ben regolamentato. Sarebbe una strada in salita”. Accenno letterario con il dente avvelenato: “Ricordo la Fattoria degli Animali di George Orwell: facciamo una rivoluzione per ottenere la democrazia e una Costituzione repubblicana, poi scopriamo che si perde la democrazia”. Morale: “Chi è andato a votare non conta nulla”. A chi chiede di abbassare i toni, il governatore replica che i suoi “sono dolci, sinceri e colloquiali”. Ma, è vero che “il popolo è stremato e disgustato per lo svolgersi della vicenda”. E figuriamoci adesso “con l’arrivo di Cottarelli, uomo della troika: siamo commissariati”.

In attesa che le polemiche si affievoliscano, i partiti riprendono a fare campagna elettorale. E la curiosità si sposta sul centrodestra. Salvini ha già avvertito i naviganti alleati: se Forza Italia voterà la fiducia a Cottarelli l’alleanza di centrodestra è finita. Se questo avverrà, anche il governatore del Veneto prevede la conseguenza ipotizzata dal “suo” segretario federale: “In Veneto, la Lega non cerca la rissa con gli alleati; personalmente ho un ottimo rapporto con Forza Italia e lo confermo. Ma è pur vero che se le strade si dovessero separare, sarebbe assai difficile rifarle incrociare”. Confidando nella conferma dell’alleanza di centrodestra, Zaia esclude che Salvini stia pensando ad una convergenza con Di Maio. L’unica cosa che a questo punto interessa alla Lega è “andare a votare subito”. Oppure, “in presenza di un Parlamento efficiente, tonico e appena eletto procedere super-rapidamente con l’approvazione di una nuova legge elettorale”. In questo caso il Carroccio potrebbe trovare una convergenza con Cinquestelle.

Resta la profonda amarezza su due capitoli di questa vicenda istituzionale. Zaia attendeva la formazione del nuovo governo per riprendere la trattativa per assegnare alla Regione Veneto maggiore autonomia. Il cammino, dopo il vittorioso referendum del dicembre scorso, è iniziato bene con il governo Gentiloni. Poi si è interrotto per il termine della legislatura. Confidando profondamente nella vittoria del centrodestra alle elezioni di marzo, il governatore ha mantenuto in caldo i dossier sull’autonomia, certo di poterli presentare, in breve tempo, anche al nuovo esecutivo, continuando così il cammino verso il traguardo. Invece, a oggi, tutto si è fermato allo stop. Consapevole che i tempi si allungheranno, il presidente regionale non intende procedere alla ritirata: “Stiano certi a Roma: come ho sempre detto noi siamo pronti e non faremo sconti a nessuno, neppure a Cottarelli”. La seconda amarezza: nell’elenco dei ministri presentato da Giuseppe Conte a Mattarella c’era tre leghisti veneti, tra i quali il veronese Lorenzo Fontana e la vicentina Erika Stefani. Già proprio lei, avvocato bassanese che avrebbe avuto il dicastero degli Affari Regionali quello che si occupa dell’autonomia. Una interlocutrice amogenea al progetto del Veneto. In più sicuramente, ricorda Zaia, ci sarebbero stati anche alcuni sottosegretari “una squadra che avrebbe portato le istanze della nostra regione ai tavoli istituzionali”.

In vista delle prossime elezioni, il centrodestra è atteso alla ricomposizione dopo la frattura di fatto generata dalla iniziativa di Salvini. All’avvertimento del leghista a Forza Italia, ha replicato Renato Brunetta considerato il pasionario del partito di Berlusconi. “Tocca al leader della Lega – scrive in un post – rispondere ad un quesito elementare: intende prepararsi alle prossime elezioni facendosi carico con Forza Italia e Fratelli d’Italia del programma in dieci punti elaborato insieme, ed in cui sta la chiave dell’autentico cambiamento che abbiamo promesso agli italiani? O forse vuole trasformare in manifesto elettorale il ‘contratto’ elaborato con i 5 Stelle presentandosi con loro davanti agli italiani?”. L’azzurro insiste: “Il problema non è Cottarelli, che non avrà comunque la fiducia, ma la scelta di Salvini per il presente e per il futuro. Rinnega l’alleanza che per 25 anni si è costruita in Italia tra liberali, federalisti e destra democratica intorno a Berlusconi, oppure, sull’onda del recente infelice fidanzamento con M5S, preferisce infilare se stesso e i suoi nell’altro forno, quello dell’avventurismo giustizialista e irresponsabile dei grillini?”. Quindi l’ultimatum: “Non c’è più tempo, si decida. Per noi la firma sotto il programma scritto assieme è sacra. Ci dica se lo è anche per lui, o se preferisce quella siglata unilateralmente con Di Maio. Faccia presto, che la casa brucia”.

 LA MESSA IN STATO D’ACCUSA

I presupposti Una procedura, nei fatti, molto stringente e prevista solo in casi tassativamente indicati. Fatta salva l’assenza di responsabilità per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, il Presidente della Repubblica può infatti essere giudicato solo per i reati di “alto tradimento” (ad esempio la diffusione di segreti di Stato o, in tempi di guerra, l’accordo con Stati esteri nemici) oppure, ed è il caso del documento presentato dai Cinquestelle, per “attentato alla Costituzione” (quando, cioè, si verifichi una violazione delle norme costituzionali tale da stravolgere i caratteri essenziali dell’ordinamento al fine di sovvertirlo con metodi non consentiti dalla Costituzione stessa). L’ammissibilità di questa messa in stato d’accusa è una prerogativa esclusiva del Parlamento, la sentenza spetta invece alla Corte costituzionale.

Analisi preliminare – Quando viene presentata la richiesta formale, si riunisce d’urgenza un comitato di deputati e senatori scelti tra i componenti delle rispettive giunte di Camera e Senato competenti per le autorizzazioni a procedere. La maxi-commissione (20 membri, scelti d’intesa fra i presidenti delle due assemblee e nominati proporzionalmente al ‘peso’ dei gruppi parlamentari) svolge un primo esame delle accuse e decide se archiviarle o sottoporre la questione al Parlamento in seduta comune. Qualora prevalga questa seconda ipotesi, per dare corso all’iter serve la maggioranza assoluta dei componenti del Parlamento (i 630 deputati più i 315 senatori, cui vanno aggiunti i Senatori a vita). Numeri alla mano, attualmente, servirebbero 477 voti per decidere di procedere con la messa in stato d’accusa.

Il processo – Ma non sarà il Parlamento a giudicare materialmente il capo dello Stato: in caso di voto favorevole delle Aule, infatti, la Costituzione (agli articoli 134 e 135) prevede che sia un organo terzo e indipendente ad avere la responsabilità della decisione finale: la Corte Costituzionale, con una composizione differente rispetto alla generalità dei casi. Ai 15 componenti cosiddetti “togati”, che formano la Corte propriamente eletta, si aggiungono altri 16 membri estratti a sorte dallo speciale “elenco di cittadini aventi i requisiti per l’eleggibilità a senatore”, che il Parlamento compila ogni nove anni mediante elezione con le stesse modalità stabilite per la nomina dei giudici costituzionali ordinari (in seduta comune e a maggioranza dei 2/3 dei componenti). Ma non è finita, perché ai 31 ‘giudici’ si aggregano i cosiddetti “commissari d’accusa” (uno o più di uno) eletti dal Parlamento, tra i propri membri, per sostenere le accuse a carico del Presidente della Repubblica.

Nella foto in alto Luca Zaia e l’amministratore delegato di Anas Gianni Vittorio Armani


 

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