Zaia al ministro Stefani: accordo a fine anno e legge delega per l’autonomia

di Giorgio Gasco*

Un’intesa, per ora, c’é. Luca Zaia: “A febbraio abbiamo chiuso il confronto con un governo (Gentiloni) che ha impugnato il referendum in Corte Costituzionale e ha fatto ben due ricorsi al Tar, ora c’è un ministro che ci accoglie a braccia aperte”. Erika Stefanita: “Ora, anche il ministero costituiremo la nostra commissione di esperti che tratterà con quella del Veneto”. Poi aggiunge: “Credo che entro l’anno si possa firmare l’intesa”.

Il governatore del Veneto e il neo ministro agli Affari Regionali (avvocato di Trissino, Vicenza), uniti dalla militanza nella Lega, si sono già visti qualche giorno fa a Vicenza. Ieri hanno bissato, in forma istituzionale, vicini di tavolo attorno al quale si sono riunite le due delegazioni, del Veneto e del ministero, per riprendere la trattativa sull’autonomia della regione. Il capitolo precedente si era chiuso a causa della scadenza della legislatura, ma sia Zaia che l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il democratico Gianclaudio Bressa (governo Gentiloni) avevano apposto la firma su una pre-intesa che di fatto lasciava in eredità al successivo esecutivo l’obbligo di continuare il dialogo Venezia-Roma per dare senso al voto del referendum sull’autonomia che nell’ottobre scorso ha visto quasi 2 milioni e mezzo di veneti rispondere con un sì alla “chiamata” fatta da Zaia. Il quale, governatore, ieri a Roma ha rilanciato con una proposta innovativa: “Una legge leggera”. Tradotto: l’intesa con il Veneto si concretizza con una legge delega dove si scrive che in base all’articolo 116 della Costituzione si concede questa e quella materia; il testo va in Parlamento che deve approvare a maggioranza qualificata, quindi l’esecutivo ottiene il mandato di preparare decreti per le singole materie da consegnare alla competenza regionale. Uno snellimento della procedura (“evitando il ginepraio dell’aula”, parole del governatore) senza dover passare dal Parlamento materia per materia. “Una procedura tutt’altro che nuova – ricorda Zaia – La legge delega è stata utilizzata nel 1970 per la costituzione delle Regioni, nel 1975 per l’attribuzione delle competenze alle Regioni e nel 1977 con le leggi Bassanini”.

Il presidente del Veneto ha di fatto suggerito il cammino al governo tramite Erika Stefani che sembra confermare le aspettative del suo compagno di partito: “Il Veneto è stata la regione apripista e non c’è alcuno percorso privilegiato. Procederò incontrando i governatori di Lombardia e Emilia Romagna…”. E tutti gli altri (Liguria, Toscana, Puglia sono pronte) che formalizzeranno la volontà delle proprie Regioni per ottenere maggiore autonomia dallo Stato. Ma è ovvio, si è iniziato dal Veneto perché ha le carte più in ordine e poi c’è stato un referendum, come il Lombardia, ed è giusto riprendere il cammino con loro. Già, ma quando si vedrà qualcosa di concreto? Il ministro, dopo l’incontro, ribadisce quanto ipotizzato da Zaia prima che iniziassero i lavori: “Credo che entro quest’anno l’intesa potrà essere raggiunta”. Il ministro, però. mette le mani avanti: “Il percorso che conduce all’autonomia delle regioni non sarà facile, nel senso che ci verrà richiesto di fare un bel lavoro. Tuttavia rispetto al trasferimento delle competenze dovrà corrispondere un trasferimento delle risorse e della copertura, per cui se non c’è la competenza dello Stato non si vede perché
lo Stato debba avere questo tipo di risorse”. Zaia rilancia con parole di lode per il ministro vicentino: “Sostenitrice del referendum, elettrice del referendum, promotrice del referendum”.

Ma sulle posizioni prese dal Veneto, Zaia non retrocede, non c’è alcun ripensamento sui termini della trattativa con il governo: “Abbiamo chiesto 23 materie e 23 restano. Con il governo Gentiloni abbiamo chiuso la pre-intesa su quattro anche se non siamo soddisfatti, ora si procede con le altre”.

Classica obiezione rivolta a Zaia: l’autonomia ha un costo. Il governatore leghista rispolvera recenti statistiche: “Icalcoli de i nostri tecnici parlano di 28 miliardi in meno come differenza tra ciò che i cittadini del Veneto versano allo Stato centrale e ciò che rientra alla Regione in termini di contributi. Appunto, c’è il rischio di un buco nel bilancio dello Stato se il rapporto venisse invertito. “Guardi, i costi per il trasferimento di competenze sono affrontabili: la virtuosità di alcune regioni sono sotto gli occhi di tutti. Pensando al Veneto basta vedere come gestiamo la sanità rispetto a come lo fa chi si occupa di sanità nazionale. E poi ricordo che ci sono 30 miliardi di sprechi nazionali pari ad un terzo dell’intesse sul debito pubblico, ebbene vanno tagliati e destinati a questa riforma”.


gasco*Giornalista

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