Ricci, sotto gli aculei una esplosione di simpatia

di Carlotta Fassina*

Brutta, grassotella, piccola: così si vedeva Renée, la portinaia protagonista del libro “L’eleganza del riccio”. Sotto un’apparenza rude e poco colta nascondeva tuttavia una sensibilità e un’intelligenza fini. I ricci, quelli veri, hanno sì bisogno di proteggersi con le spine dai predatori, ma non hanno complessi di sorta per il fatto di essere piccoli e dall’aspetto insolito. Non sono forse particolarmente “intelligenti”, nell’accezione probabilmente errata e certamente limitata con cui noi classifichiamo gli animali e, nel caso del libro, i mestieri “semplici” come quello del concierge.

 I ricci non hanno buona vista, il loro senso più sviluppato è sicuramente l’olfatto con il quale esplorano i dintorni dilatando le narici e sollevando il muso appuntito. Non sono animali particolarmente veloci, ma hanno un’insospettabile capacità di valicare piccoli ostacoli, superare le recinzioni e infilarsi anche nei giardini urbani alla ricerca di cibo e di tane adatte per l’inverno o per allevare i loro piccoli.

Il problema però è che moltissime sono le insidie che minano la loro sopravvivenza, come le strade che li falcidiano, i decespugliatori dei giardini, i lumachicidi e gli altri insetticidi che avvelenano loro e il loro pasto, i morsi da cane e in generale i comportamenti errati delle persone. Per questo motivo nei centri di recupero della fauna selvatica ogni anno arrivano molti ricci e, tra la primavera e tutta l’estate, i loro piccoli. Un bel da fare per i centri di recupero.

Michela Dugar è la fondatrice dell’associazione Progetto riccio europeo entro la quale sta cercando di trasmettere ai suoi volontari e agli altri la sua esperienza di “recuperatrice” di ricci, portata avanti da 16 anni. Michela è autorizzata dalla Provincia di Treviso alla cura di questi animali, quindi ha letteralmente le carte in regola per occuparsene. Diversamente non sarebbe possibile farlo perché anche i ricci europei appartengono alla fauna selvatica e non possono essere allevati o catturati in natura. La Dugar sa bene come le persone, anche quando mosse da buone intenzioni, commettano spesso errori molto pericolosi per la sopravvivenza dei ricci, uno tra i più comuni è, per esempio, quello di dare ai piccoli del latte vaccino. È abituata a ricevere molte telefonate e mail e crede fortemente che per evitare il “fai da te” serva l’informazione corretta alle persone. Lei stessa è in contatto con studiosi italiani ed esteri. Tra di essi vi è Sophie Lund Rasmussen, una biologa ricercatrice danese della Southern University che studia il DNA e le patologie dei ricci e che non può fare a meno di prendersene cura. Anche Dorthe Madsen è una delle maggiori ricercatrici danesi di piccoli mammiferi selvatici. Quello che a noi può sorprendere è il fatto che in alcuni Paesi nordici come la Gran Bretagna, come riferisce la Dugar, il riccio europeo sta fortemente diminuendo di numero. Lì, per effetto della lunga stagione fredda, si ha solo una cucciolata all’anno e non tre come avviene nelle zone pianeggianti italiane. Meno piccoli significa già di per sé minori chances di sopravvivenza.

Ma quanti ricci arrivano all’associazione Progetto riccio europeo? Nella pagina Facebook dell’associazione c’è il “contaricci” che viene aggiornato ogni due giorni, in modo da far capire alle persone qual è la mole di lavoro che il recupero comporta e quale potrebbe essere il costo del latte in polvere, dei medicinali, delle cure veterinarie e degli alimenti. Dall’inizio del 2018 a oggi sono stati già liberati 311 ricci, mentre i piccolini da latte e da pappe continuano ad arrivare ogni giorno. Complessivamente i volontari dell’associazione hanno liberato nel 2017 228 piccoli dopo lo svezzamento e 199 adulti, curati per cause varie. Un impegno enorme, compiuto senza proclami e quasi senza richieste di donazioni. Un contributo alle spese sostenute però è sicuramente un gesto apprezzato, visto che non ricevono fondi pubblici, e utilissimo ai riccetti allevati, con la certezza che sarà speso per le cure, l’alimentazione e le “villette con parco” in cui gli amici spinosi vengono preambientati prima della loro liberazione in natura. Michela e il paziente e partecipe marito hanno proprio pensato a tutto. La quasi eroica volontaria mi confessa di essere molto preoccupata della piega che sta prendendo il recupero della fauna selvatica in Italia e in Veneto: molti centri sono in agonia per la mancanza di risorse e non si vede un segnale di miglioramento.

Intanto quel minuscolo mostriciattolo roseo dagli occhi ancora chiusi riceve il suo latte e impara a fidarsi di Michela. Crescerà di certo bene. Non sarà elegante, magari neppure bello, ma per il momento è semplicemente adorabile.


carlotta-fassina*Scienze Naturali

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