Veneto. Forza Italia e Pd sull’orlo della crisi senza progetto né identità

di Giorgio Gasco*

Forza Italia e Pd, due facce della stessa crisi. Non è da ieri, cioè dai ballottaggi per le elezioni amministrative 2018, che i due partiti sono accomunati dalla stessa sorte che fa ipotizzare, sullo sfondo, la dissoluzione delle rispettive esperienze politiche.

La loro storia si è incrociata a fine 2013. Matteo Renzi ha appena vinto le primarie per la segreteria del suo partito e, prima di lanciare la sua opa su Palazzo Chigi per subentrare a Enrico Letta, stila un’agenda politica che contiene una serie di riforme istituzionali, tra cui quelle inerenti al superamento del bicameralismo paritario e alla trasformazione del Senato in una sorta di Camera delle autonomie, e l’Italicum.Renzi invita tutti i leader di partito a partecipare al progetto. Silvio Berlusconi fresco di estromissione dal Senato per la condanna in via definitiva al processo Mediaset, accetta l’offerta e nel gennaio 2014, si firma la grande intesa del Nazareno. Di qui iniziano le due storie di una lunga crisi politica che porta Forza Italia e Pd lungo unachina elettorale con conseguente emorragia di consensi.

“Nelle amministrative del 2013, dopo le politiche, successe esattamente quello che è successo nel 2018, a parti invertite: il centrodestra che aveva perso le elezioni, perse anche i comuni nei quali amministrava da sempre, nei quali vinse il centrosinistra che aveva vinto le politiche. Alle politiche la Lega nel 2013 aveva il 4,09% e ha risalitoil sentiero senza congressi o interviste contro questo o quel dirigente. La Lega ha avuto vicende giudiziarie gravissime che non hanno impedito di accrescere i voti”. In questo breve post su Facebook, Claudio Rizzato, vicentino, ex consigliere regionale dem e ora dirigente dell’assemblea veneta, sintetizza un pensiero (preoccupazione) che ormai da anni sta distruggendo la credibilità del Pd tra gli elettori e la volontà dei singoli a lavorare per la causa. Tempo fa lo disse anche il veneziano Andrea Martella, dell’area dem guidata dall’exministro Orlando, e non più ricandidato alle politiche del 4 marzo, che tentando di dare la sveglia consigliava una sorta di costituente rifondativa di un Pd che non abbia più Renzi come uomo solo al comando. Martella, oggi, insiste: “Siamo a rischio della fine della sinistra, almeno di quella che abbiamo riconosciuto fin qui. E’ una crisi profonda, di capacità, di rappresentanza, di comprensione, di azione. Crisi resa ancora più profonda dopo aver permesso la saldatura Lega-Cinquestelle”.

Appunto, ancora una volta il Pd ha perso l’occasione per esserci. Invece, con la regìa di Renzi, ha rifiutato, riottoso qualunque dialogo con i pentastellati negli ottanta giorni di trattative per la formazione del governo a guida Lega-Cinquestelle. Il solito peccato originale dell’uomo solo al comando (Renzi), di chi crede di essere autoreferenziale (Renzi ne è buon maestro pur non essendo più segretario dem). E non sono bastate tutte le “batoste” accumulate dal referendum istituzionale in poi per rimettere in carreggiata il Pd con un qualcosa che Rizzato identifica come“nuovo pensiero politico, con risposte ai cittadini ribadendo i valori e i principi di una politica progressista in Italia e in Europa, risposte più convincenti della destra”.

Questo sarebbe il compito di tutto il gruppo dirigente nessuno escluso. Eppure, ormai da qualche anno del “nuovo pensiero” non si ha traccia. Le segreterie regionali che si sono succedute alla guida del partito del Veneto,non hanno titolo di menzione quanto a sprint e proposizioni. Si è proceduto solamente a mettere toppe come con l‘elezione del segretario-commissario nazionale (Martina) o con la scelta del segretario veneto Stefano Bisato. Il quale Bisato, forse più faceto che serio, durante il commento all’esito, disastroso, dei ballottaggi alle ultime amministrative, ha tirato fuori dal cilindro un nuovo nome (l’ennesimo) per il partito regionale: Salta Veneto, intendendo per Salta come acronimo di salute, lavoro, trasporti, ambiente). Però, un pregio la sua “invenzione” ce l’ha: quello di riprendere in considerazione l’identità di un Pd tutto veneto, di un partito che seppure federato con quello nazionale, possa vivere, decidere, proporre progetti e usare linguaggi in sintonia conle esigenze del territorio. Una fotocopia dell’abbinata tedesca tra Cdu e Csu, che il centrosinistra nostrano avevacodificata un decennio fa, ma mai messa in atto proprio a causa del costante impoverimento politico e di rappresentanza di chi avrebbe dovuto declinare il progetto in salsa veneta.

Sul palcoscenico di Forza Italia il copione non cambia molto. L’unica differenza sta nell’alleanza. Il Pd non ha nessuno con cui stringere futuri patti: anche se dovesse rientrare Liberi e Uguali di Grasso & C i conti non tornerebbero comunque; e a poco, forse, potrà servire il movimentismo di qualche uomo di buona volontà come l’ex ministro Calenda che crede di salvare il salvabile appellandosi ad un fantomatico fronte repubblicano (altro nome in vista?). Berlusconi e suoi, invece, per nascondere il tracollo elettorale e di rappresentanza, possono ancora contare (per quanto ancora?) sul traino della Lega di Salvini che sta sempre più assumendo i connotati di partito più forte della coalizione di centrodestra. Entrambi i “soci” conoscono l’uno le vicende dell’altro. Nel confronto Forza Italia soccombe, messa ormai all’angolo dallo strapotere del Carroccio. Un peso che si è andato consolidando negli anni, assai evidentemente in Veneto “patria padana” per antonomasia. Qui, il movimento ha saputo creare una nuova classe dirigente non perché “unta dal signore” o perché sa solamente dire “signorsì,signore”. Dal più piccolo comune arrivando fino in Regione i “piccoli” sono cresciuti guadagnandosi i gradi con la gavetta sul campo, nell’amministrazione pubblica. Si sono fatti conoscere girando per le fiere, per i mercati, parlando, ascoltando… Potrà non piacere la veemenza salviniana per risolvere la questione dell’immigrazione, potrà essere considerata antistorico e pericoloso il braccio di ferro con l’Unione Europa, ma l’elettore ha dimostrato comunque di gradire, almeno qualcosa di nuovo si sente in giro. E Forza Italia? Da molti anni non pervenuta. Anche tra gli azzurri è imperversato il vezzo dell’autoreferenzialità, dell’uomo solo al comando con conseguente impoverimento del tessuto connettivo del partito. In Veneto chi si è susseguito ai vertici del partito ha vissuto l’esperienza più per la fiducia del capo di Arcore che per lavorare alla creazione di una realtà di contatti supportati da un’idea, da un progetto da seminare. L’ultimo esempio in ordine di tempo lo si ha ricordando la formazione delle liste per le elezioni politiche del marzo scorso. Berlusconi ha affidato il compito al fidatissimo avvocato Ghedini. Risultato: il 10,6% contro il 18,7 delle politiche del 2013. Inutili sono stati i contributi di Brunetta, Casellati e dello stesso Ghedini che, comunque, hanno ottenuto buoni successi personali. Ma cosa era possibile fare di diverso? Ghedini, come accaduto per il Pd, ha raccolto i frutti (candidati) che il campo gli ha messo a disposizione.

Per Forza Italia e il Pd la salita è sempre più difficile. C’è troppo distacco da chi li precede. Ovviamente, in questi ultimi anni l’elettorato ha dimostrato un’esaltata mobilità, pronto a passare da l’una all’altra parte. Ma resta un dato inconfutabile: tra gli azzurri e tra i dem persiste il vuoto assoluto e alle viste non c’è nessuno che possa sedersi al posto del conducente. Soprattutto se si continuerà a guardare all’ombelico invece che al resto del mondo.


gasco*Giornalista

Rispondi