Il “burn-out”: il lavoro di assistenza che “brucia e consuma” le persone

di Silvia Losego*

La progressiva e rapida crescita del numero degli anziani nel nostro Paese richiede che vengano  riviste le politiche dei servizi dedicati a questa fascia di cittadini: problema centrale diventa il sistema dell’assistenza pubblica. È quindi fondamentale garantire agli anziani un servizio assistenziale di qualità e per realizzarlo si deve disporre di operatori del settore che siano formati e inseriti all’interno di istituzioni che li proteggano dalla sindrome del “burn-out”.

Ma cos’è il “burn-out”?

Il termine  inglese “burn-out” letteralmente significa  “consumarsi bruciando”: è stato coniato per indicare una serie di fenomeni di affaticamento, logoramento e improduttività lavorativa, riscontrati nei lavoratori che si occupano di attività professionali a carattere sociale. Questa sindrome è stata individuata e studiata per la prima volta negli Stati Uniti in persone che svolgevano professioni d’aiuto, come  infermieri, medici, insegnanti, assistenti sociali, poliziotti.

Il fenomeno è molto frequente tra il personale che lavora nei  servizi per gli anziani, poiché si trova ad affrontare problematiche particolari. In ambito geriatrico, infatti, l’operatore mette in gioco sentimenti profondi connessi al senso e al valore della persona e della vita. Nel suo quotidiano entrano in gioco l’emotività e la difficile relazione con l’anziano, persona che, pur in un momento di difficoltà, è testimone di valori quali la dignità e il significato della propria vita.

Questi aspetti fanno si che lo stress lavorativo e il “burn-out” rappresentino potenziali rischi per l’operatore geriatrico, e che questi inevitabilmente si riflettano sulla qualità del servizio prestato e infine sull’anziano, specie se non autosufficiente e con disturbi psichiatrici. Queste figure professionali sono afflitte, infatti, da una duplice fonte di stress: il proprio stress personale e quello della persona che devono aiutare. Sembra insomma che si tratti di persone che, facendosi carico degli assistiti, abbiano una certa difficoltà nel differenziare la propria vita da quella dell’altro.

Attualmente non esiste una definizione universalmente condivisa del termine “burn-out”: lo psicologo americano Cary Cherniss nel 1983 definì questa sindrome come “la risposta individuale a una situazione lavorativa percepita come stressante e nella quale l’individuo non dispone di risorse e di strategie comportamentali o cognitive adeguate per fronteggiarla”.

Quali sono le cause?

I fattori che concorrono a determinare il “burn-out” possono essere di tipo individuale, socio-ambientale e lavorativo. Questa sindrome spesso insorge a causa di motivi socio-organizzativi riguardanti il posto di lavoro, come le aspettative collegate al ruolo lavorativo, le difficili relazioni con i colleghi e i superiori, le caratteristiche dell’ambiente, l’organizzazione stessa dell’attività.

Ma sono state studiate anche le relazioni tra alcune variabili anagrafiche (sesso, età, stato civile) e l’insorgenza di questa sindrome: tra queste l’età è stata quella che ha dato luogo a maggiori discussioni tra i diversi autori che si sono occupati dell’argomento. Alcuni sostengono che l’età avanzata costituisca uno dei principali fattori di rischio di “burn-out”: l’accumulo di stress lavorativo e la maggior difficoltà a far fronte alle richieste sempre più pressanti, oltre alla ripetitività nei gesti e nelle prestazioni, sembra possano rendere insostenibile la situazione lavorativa.

Altri invece ritengono che i sintomi sono più frequenti nei giovani, le cui aspettative sono state deluse e stroncate dall’inflessibilità delle organizzazioni lavorative. Per loro si sono quindi definite tre pricipali cause: l’eccesso di aspettative precedenti all’entrata nel mondo del lavoro, le mansioni lavorative frustranti rispetto alle attese e la disorganizzazione del lavoro.

In questi studi comunque, al di là delle caratteristiche dell’operatore soggetto a “burn-out”, quello che è apparso chiaro è che questa sindrome è maggiormente frequente laddove ci si occupi di persone affette da malattie croniche, incurabili o al termine della vita.

Quali sono le caratteristiche di questa sindrome?

Tre sono le caratteristiche che contraddistinguono il “burn-out”: l’esaurimento emotivo, cioè la sensazione di trovarsi sfiniti, logorati, inariditi e svuotati delle proprie energie e risorse emotive; la depersonalizzazione, cioè l’insieme di atteggiamenti negativi e a volte cinici, maturati nei confronti delle persone a cui sono indirizzate le attività di cura, che portano poi a un agire freddo, meccanico e distaccato; la ridotta realizzazione personale, cioè la percezione della propria inadeguatezza al lavoro, la caduta dell’autostima e la sensazione di insuccesso nel proprio lavoro.

La persona colpita da “burn-out” potrà arrivare a manifestare dei veri e propri sintomi di malattia: potrà essere apatico e provare spesso un senso di stanchezza ed esaurimento, avere nausea, mal di testa  e aumento del battito cardiaco, potrà sentirsi depresso, provare rabbia, risentimento e una forte resistenza ad andare al lavoro ogni giorno.

Gli studi che hanno analizzato questa sindrome ne identificano quattro fasi:

  • La prima fase può essere considerata un segno premonitore della sindrome ed è caratterizzato dalle motivazioni che inducono gli operatori a scegliere un lavoro di tipo assistenziale: è detta la fase dell’entusiasmo idealistico, poiché la persona è spinta dal desiderio di un lavoro che aiuta gli altri e che può migliorare il mondo, ma allo stesso tempo crede di poter arrivare a conoscere meglio sé stesso e magari di poter esercitare una forma di controllo sugli altri. Queste motivazioni si accompagnano spesso con idee di onnipotenza e di facili soluzioni, oltre che di successo e miglioramento del proprio status.
  • Nella seconda fase, detta di stagnazione, l’operatore inizia ad accorgersi che il lavoro non soddisfa del tutto le sue aspettative e i suoi bisogni: passa quindi da un iniziale investimento totale a un graduale disimpegno.
  • La fase in cui il “burn-out” è conclamato è la terza, quella della frustrazione. L’operatore si percepisce inadeguato e inefficace nel rispondere ai reali bisogni delle persone a cui rivolge la propria attività. A questo spesso si aggiunge lo scarso apprezzamento da parte dei superiori e quindi la sensazione di un’inadeguata formazione per il tipo di lavoro svolto.
  • Il graduale distacco emotivo conseguente alla frustrazione, con un passaggio dalla empatia alla apatia, costituisce la quarta fase, nella quale spesso si assiste a una vera e propria “morte professionale”.

Cosa si può fare e cosa si sta facendo contro l’insorgere di questa sindrome negli ambienti di lavoro?

L’interesse per lo stress e per le sue manifestazioni è andato crescendo nel corso degli ultimi trent’anni. L’agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute nel Lavoro ha dato una sua definizione dello stress lavoro-correlato e ha sottolineato come questo fattore mini non solo la salute dell’operatore interessato, ma anche il benessere dell’azienda in cui lavora. Con l’approvazione del Testo Unico 81 del 2008 lo stress è diventato protagonista della sicurezza e della salute dei lavoratori.
Infatti  un lavoratore insoddisfatto pesa sull’organizzazione, in quanto non opera con lo spirito giusto:  ed è principalmente questo “spirito giusto” che consente al sistema lavorativo di funzionare adeguatamente.

Inoltre, è proprio il sentirsi soddisfatti e gratificati del proprio lavoro che garantisce quella spinta in più, che permette all’individuo di impegnarsi perseguendo i propri obiettivi con la giusta motivazione.
Sono queste considerazioni che nell’ultimo periodo hanno stimolato gli interventi in materia di stress lavoro-correlato. Poiché lo stress non è una malattia, ma “una situazione prolungata di tensione”, e non è difficile trovarvi un rimedio, se però non viene sottovalutato e minimizzato. L’importante è che ci sia la volontà da parte degli istituti di investire in questa direzione. È questo l’unico rimedio per un mondo del lavoro attualmente malato, che, vittima delle leggi di mercato, ostacola il benessere di chi lavora per aiutare chi ne ha bisogno.


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