Venticinque anni fa (23 luglio 1993) il tragico addio di Raul Gardini. Lo ricordiamo in uno dei giorni più belli: il trionfo nella Louis Vuitton Cup a San Diego

di Beppe Donazzan*

Si tolse la giacca, si sfilò la cravatta e poi la camicia. Su una poltrona, all’interno della sua cabina nel tender, erano appoggiate una polo bianca e un paio di pantaloni rosso bordeaux, l’elegante colore del Moro. La divisa pronta per essere indossata. In un giorno speciale.

Il pugno sul tavolo, “Ora basta”, l’esclamazione, la rimonta incredibile quando tutto pareva perduto. Sembravano momenti lontanissimi quella mattina a San Diego, 30 aprile 1992. Eppure erano trascorsi soltanto pochi giorni. Tutto cancellato per l’assalto finale. A Raul Gardini quella partita piaceva da morire.

Un’enorme pressione, faceva parte della sua vita, ne era abituato, questa volta di più. Il Moro di Venezia contro NewZealand, la nona regata avrebbe designato il vincitore della Louis Vuitton Cup. E con questa la conquista del “pass” per sfidare il Defender Usa. E Il Moro era in vantaggio. La tensione aumentò con il passare dei minuti e con l’avvicinarsi dell’ora X. Quando il cannone avrebbe sparato per lo start che valeva la storia.

L’unico a mascherarla, quella tensione che aveva invaso tutti, proprio il Comandante. Appariva sereno e rilassato ma dentro di sè un mare in tempesta. Non poteva essere altrimenti. Attese l’arrivo dei figli Ivan, Eleonora e Maria Speranza. Lo raggiunsero anche German Frers, Icka Cayard, Gabriele Rafanelli…e Angelo Vianello. Lo spirito stesso di quella avventura che avevano intrapreso.

Strette di mano, abbracci, gesti di scaramanzia. Mancava poco più di un’ora all’inizio della sfida. Il tender lasciò l’ormeggio. Il porto di San Diego sembrava una tavolozza di mille colori, un fondo verde scuro e tanti puntini come spilli d’acciaio che miravano al cielo. Uscirono verso il campo di regata. In lontananza videro i due Mori, il “IV” e il “V”, che provavano le vele. Azzeccarle voleva dire tanto, tutto. Qui era il vento che bisognava addomesticare. Farselo amico. Non facile perché capriccioso, incostante e traditore. Il fascino di quella variabile che stava sospesa fino alla fine malgrado gli sforzi umani ed economici. Necessario essere perfetti e poi risolvere quel problema che era il lasciapassare verso la laurea.

Iniziò anche la diretta di Telemontecarlo. Nel Media Center i monitor erano collegati con l’emittente ESPN, colosso Tv Usa degli eventi sportivi. In California iniziò il giorno più lungo, in Italia la notte. Appesi alla speranza di una barca rossa che aveva fatto innamorare anche chi di mare, vele, bompressi, rande, chiglie, scotte, boline o poppe non ne aveva mai sentito parlare.

Erano i più.

Ma il bello di quel crescendo inaspettato, questo. Scoprire un qualcosa di nuovo per cercare e lasciarsi andare dentro un’emozione. Le serate improvvisate con gli amici, una pasta, una pizza, un bicchiere di vino o di birra, un ritrovato e spontaneo spirito di aggregazione.

Sembrava di essere tornati a dieci anni prima, nel luglio del 1982. Con l’Italia di Bearzot che, in Spagna, da derelitta, s’era scoperta capace di vincere i mondiali di calcio. Con le dovute differenze, parve di ripercorrere lo stesso cammino.

Con una fortissima empatìa a legare due mondi tanto distanti fra loro.
“Sono felice che gli italiani si siano interessati alla vela. Non immaginavo potesse essere così forte perché qui si tratta di un gioco inusuale, complesso per regolamenti, e dalla tecnologia sofisticata”, dichiarò Gardini al riguardo.

Avere alimentato e catalizzato l’interesse lo aveva entusiasmò.

Tutto era andato oltre.

Ma ora non era più tempo per sentimenti e analisi, c’era un’altra prova.

Azzeccare tutto e moltiplicare la concentrazione. Il suo credo, come fosse il primo giorno. Il Comandante si preparò a salire sul gommone per raggiungere il Moro. Avrebbe fatto il 17º uomo. Ancora una volta. Portava fortuna.

Incrociò con lo sguardo la barca NewZealand, di un rosso violento, la grande scritta bianca che si ingigantiva quando le onde accarezzavano le fiancate. Italo Trapasso, gli comunicò che i “kiwi” avevano fatto una protesta alla giuria. Una ripicca dopo il braccio di ferro sul bompresso. Un motivo di debolezza. Ancora più evidente dopo aver sostituito lo skipper Rod Davis con il più giovane Russel Coutts. “Siamo un team, può accadere…”, replicò con sportività, senza un briciolo di polemica il grande velista.

Il pareggio agguantato dal Moro aveva portato NewZealand ad un cambio che dava il senso di un gesto disperato. A sostenerlo Peter Blake, il capo carismatico e Bruce Farr, il progettista. Quindi a spingere Michael Fay, l’armatore, verso la scelta della sostituzione al timone. Ma non era stato sufficente, il Moro aveva continuato la sua marcia inarrestabile ed era volato al comando della sfida. Nessuno poteva immaginare che quello scacco sarebbe stato l’inizio di una storia incredibile per Russel Coutts. Che quel giovanotto, nato a Wellington il 1° marzo 1962, medaglia d’oro dei Finn alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984, il tattico dei “kiwi” nella Coppa America 1987, potesse avere un futuro tanto luminoso.

Tanto da diventare il Maradona della vela. Forse il più grande di tutti i tempi. Un dio dei mari e dei venti. Ma in quel momento era lo skipper con una responsabilità enorme. Doveva tentare l’impossibile per arrestare il predominio del Moro.

Alle 12,30 a San Diego, le 11,30 di sera in Italia, iniziò la fase di “circling”, il girotondo delle barche nel pre-partenza.

Veniva in mente “Giro-girotondo, casca il mondo…”, la cantilena dell’infanzia. In palio una caramella al massimo. Nel pressing ossessivo del mare era come guadagnare una pole position a Montecarlo. Fondamentale partire bene, recuperare non sarebbe stato facile. Soprattutto in un’occasione come questa.

Come un duello con un solo colpo in canna nella pistola.

Il vento spirava a 11 nodi, oltre quella fascia il vantaggio dei “kiwi” sarebbe stato importante.

Dài, dài, avanti, avanti…”. C’era quel tipo di tensione, con un’adrenalina così alta che non lasciava spazi a nulla. Ognuno concentrato sulle azioni che doveva svolgere.

Russell Coutts metteva in evidenza un’aggressività forte, quella che sarebbe diventata il suo marchio di fabbrica. Cayard non si lasciò intimorire. Perfetto. Riuscì ad eseguire una partenza magnifica. Che dava vantaggio e speranza. Erano le 13,10. Iniziò la prima bolina. Nella sala stampa gli inviati, davanti ai computer, concentrati su quello che accadeva sul campo di regata, laggiù a Point Loma. Scrivevano seguendo la varie fasi.

Il “Moro” aveva un’altra andatura.

Dài, dài, avanti, avanti…”.

L’ansia si attenuò. I “kiwi” accennarono un paio di virate senza convinzione. Capirono subito che sarebbe stata maledettamente dura rimontare. Alla prima boa il vantaggio del “Moro” era di 1’40”.

Dài,dài, avanti, avanti…”.

Alla seconda boa 1’30”, 1’36” alla terza, ancora 1’40” alla quarta, 1’36” alla quinta, 1’31” alla sesta. Sempre davanti, sempre impeccabile, nessun errore.

Ultimo lato di poppa. Lo spinnaker si gonfiava, non c’erano più dubbi, più del vento, il “Moro” navigava spinto dall’entusiasmo.

NewZealand apparve piccola-piccola. Non faceva più paura. L’ansia si trasformò in esaltazione quando la barca rossa di Venezia tagliò l’ideale linea d’arrivo.

Due minuti di vantaggio. Era fatta. La Louis Vuitton Cup era del “Moro”, di Raul Gardini, di Paul Cayard, di tutti I ragazzi che avevano combattuto, di tutti gli italiani.

Alla base di Shelter Island il “Moro IV” alzò il gran pavese rosso e oro. Comparve un tricolore gigantesco.

Allo Yacht Club Southwestern, dove si sarebbe svolta la premiazione, l’incisore prese la coppa d’argento, realizzata da Puiforcat, e vi appose l’iscrizione con il nome del vincitore. Raul Gardini raggiunse Michael Fay, gli porse la mano. L’armatore neozelandese gliela strinse. Rappresentava il suggello di sportività dopo le accese e velenose diatribe. Nel team italiano stapparono bottiglie di champagne.

Gli scatti erano solo immagini di felicità.

Ivan, Maria Speranza ed Eleonora abbracciarono il padre. Lo baciarono con una commozione profonda. Hai visto? Ce l’abbiamo fatta, te l’avevamo detto che sarebbe andata così…”, gli sussurrarono. Una frase come una carezza, un credo che era quello di tutti coloro che avevano condiviso l’avventura.

Laggiù sulle coste del Pacifico e a casa davanti alla televisione. Un giorno di festa, una notte dolce.

L’emozione, la stessa. Il leone di San Marco della Serenissima era tornato padrone dei mari. Tornato a ruggire.

* Tratto dal libro “Il Moro di Venezia e il sogno di Coppa America” di Beppe Donazzan (Edizioni Mare Verticale).


beppe donazzan*Giornalista – Scrittore

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