Alessio Pigalli medaglia Fields, docente universitario a 34 anni a Zurigo. Aprire le strade ai giovani: il cambiamento necessario

*Roberto Ciambetti
Ha destato stupore l’attribuzione ad Alessio Pigalli della medaglia Fields, l’equivalente del Nobel per quanto riguarda la  matematica. A colpire i più è stata la giovane età, 34 anni, del ricercatore, docente, dal 2016, al Politecnico Federale di Zurigo, considerata tra le prime quattro università al mondo e tra i primi politi di ricerca mondiale.
Nelle Università italiane  (dato al settembre 2017) su un totale di 12.975 docenti ordinari i professori con meno di 40 anni di età sono 20, cioè lo 0,15 per cento. Per quanto riguarda gli associati su 19.924 gli under 40 sono 906 poco meno del 4,6 per cento.  Percentualmente sono l’8.92 per cento i ricercatori nati dopo il 1977 e assunti con contratto a tempo indeterminato:  si tratta di 1.422 studiosi su un  15.982 assunti. Facciamo le somme:  professori ordinari, associati e ricercatori stabilizzati assommano a 48.881 unità ma solo 2.343 ha meno di 40 anni, il 4,79 per cento.  Anagraficamente l’età media del personale docente universitario è di 53 anni, che salgono a 59.3 anni per quanto riguarda i professori ordinari, 52 anni invece per i docenti associati e 49 anni per i ricercatori a tempo indeterminato. Molto più giovani i ricercatori a tempo determinato la cui età media scende a 38 anni.
Numeri da declino:   il sistema è malato e le spinte al cambiamento trovano formidabili ostacoli in ogni dove. Dalle fabbriche alla Pubblica amministrazione fino alle cattedre universitarie abbiamo bisogno disperato di giovani ma chiudiamo loro le porte del mercato del lavoro saturo di lavoratori, dirigenti, docenti anziani.
Da sempre i giovani sono i motori dell’innovazione. Lo sappiamo bene noi in Veneto:  “Dal Quattrocento, e almeno per i tre secoli successivi – leggiamo nel sito dell’Università di Padova  nella pagina della storia dell’ateneo –   si registra un periodo di grande sviluppo e splendore, favorito dalla tutela della Repubblica di Venezia che volle l’Università di Padova come suo unico Gymnasium Omnium Disciplinarum. In questo periodo si colloca il glorioso contributo del Gymnasium di Padova al nascere della rivoluzione scientifica”
  E’ chiaro il legame profondo tra l’intraprendenza economica, arte, ricerca e cultura che segnano e attraversano la storia, e fanno la fortuna,  della Serenissima.   Padova fu il cuore della rivoluzione scientifica europea, oltre che motore della società veneta, ma lo fu anche perché sapeva investire sui giovani:  aveva 30 anni d’età il filosofo Jacopo Zabarella  quando viene chiamato alla docenza universitaria padovana e 26 ne compiva il mantovano Pietro Pomponazzi, anche lui filosofo.  Ancor più giovane Andrea Vesalio, 23, medico e anatomista e lo stesso Girolamo Fabrizi, l’Acquapendente, colui che realizzò il primo Teatro anatomico stabile al mondo, aveva 33 anni quando assunse la docenza patavina.  Giovanissimo anche Giambattista Morgagni, con i suoi 29 anni.   Lo stesso Galileo Galilei aveva 28 anni quando iniziò la sua carriera di professore a Padova.  Non solo giovani, ma quasi tutti “foresti”, perché l’Università patavina attraeva cervelli e talenti da ogni dove e sapeva valorizzarli al meglio.
Anche per questo la Repubblica fu grande e oggi le nazioni che investono nei giovani, pensiamo al caso del professor Pigalli al Politecnico di Zurigo, guardano al domani: se guardiamo al nostro ieri capiamo perché. E capiamo anche perché i nostri migliori talenti se ne vanno all’estero.
roberto*Presidente del Consiglio Regionale del Veneto

Rispondi