Parliamo del razzismo nel terzo millennio

di Corrado Poli*

Parliamo di razzismo per semplificare; in effetti il termine più corretto oggi sarebbe “discriminazione” e include quelle persone classificate in gruppi creati in base a una caratteristica associata a un pregiudizio negativo.

UN ESEMPIO: Se io ti do dello stupido, del delinquente e ti dico che puzzi, potrei anche avere ragione e se pensi che non ho ragione, puoi sempre dimostrarmi che non è vero. Se ti dico che sei delinquente, stupido e puzzolente, ma aggiungo (nella fattispecie) “leone da tastiera”, Facebook-dipendente, o anche terrone, marocchino, rom; o ancora ti incasello in un gruppo specifico, come dire ti offendo dicendoti che “voi” politici siete corrotti, “voi” medici siete irresponsabili, “voi” docenti universitari raccomandati, “voi” artigiani evasori eccetera; in breve ti identifico con un gruppo, tu non puoi sottrarti all’offesa in nessun modo e sei costretto a subire il pregiudizio che riguarda un’intera categoria. Non sei trattato da singola persona, come ne avresti desiderio e diritto, ma sconti le vere e presunte malefatte di altri a cui sei arbitrariamente associato. Quanti di coloro che offendono altre persone associandole a un gruppo hanno provato sulla loro pelle il pregiudizio di essere definiti “mafiosi”, “macho” o imbroglioni solo perché italiani?

VIGLIACCHI E CODARDI: Inoltre, è un modo vigliacco di porsi rispetto a persone che proprio a causa dell’appartenenza a gruppi che effettivamente in buona parte corrispondono ai pregiudizi (non si può negare che sono numerosi i Rom che rubano e i magrebini che spacciano, i siciliani mafiosi e i napoletani camorristi; anche gli artigiani che evadono, i docenti raccomandati e i politici corrotti!) sono loro stessi insicuri e sono costretti a dimostrare di essere due volte più onesti degli altri per essere considerati ancora poco affidabili. Questo è profondamente ingiusto e mi indigna più di qualsiasi altra cosa. Usare l’arma del pregiudizio per attaccare una persona è uno degli atti più codardi e vili che ci possa essere.

ROMPERE LA CATENA DEL PREGIUDIZIO: Poi ammettiamo che tutti abbiamo pregiudizi e io per primo non direi a uno zingaro di guardarmi la bicicletta mentre vado a fare la spesa. Ma se c’è una possibilità di rompere la catena che ti costringe a corrispondere agli odiosi pregiudizi che subisci, sta nel dare fiducia a chi si trova a essere discriminato assumendosene i rischi. I leader responsabili hanno il dovere morale e politico di agire in questo modo che è l’unico in grado recuperare alla civiltà persone vittime dei pregiudizi. I pregiudizi non possono essere estirpati improvvisamente, ma gli atti di discriminazione possono essere evitati.

IN UN PAESE CIVILE NON ESISTONO “GLI ALTRI”: Sottolineare i difetti e le malefatte di un gruppo a cui un “l’altro” appartiene equivale per vigliaccheria a insultare un handicappato per la sua situazione di minorità. Chi fa parte di un gruppo discriminato, deve portare il peso di pregiudizi che spesso non lo riguardano in alcun modo ma ai quali non può sottrarsi. Dal razzismo degli altri ci si può difendere; molto più difficile è difendersi dal senso di inferiorità che ti proviene dall’appartenere a un gruppo del quale non condividi i valori e le caratteristiche al quale gli altri ti assimilano e ti giudicano per quello che non senti di essere. Questa sindrome fu studiata in relazione soprattutto agli afroamericani e agli ebrei. Molti negri considera(va)no se stessi, come singoli e come gruppo, “inferiori” ai bianchi e di conseguenza non si sforza(va)no nemmeno di porsi al loro stesso livello e confrontarsi sullo stesso piano. Naturalmente questa condizione di discriminazione e soprattutto di autodiscriminazione, si trasforma facilmente in reazioni violente e in affermazioni vuote e opposte di superiorità: oltremodo sciocca, ma facilmente comprensibile se pensiamo a numerosi nostri comportamenti quotidiani. Nel secolo scorso e in quello precedente non furono pochi i casi di ebrei che rifiutavano la propria appartenenza etno-culturale di cui si vergognavano. Tra tutti ricordiamo Marx, ma la sindrome di cui sto dicendo è ben elaborata anche in italiano da un saggio di Camillo Berneri dal titolo “L’ebreo antisemita”, oggi un po’ datato, ma tuttora interessante.

UNA STORIELLA che si adatta ai vari casi di razzismo, da quelli plateali alla subdola quotidianità.
Sul treno da San Pietroburgo a Riga, alcuni giovinastri cacciarono dallo scompartimento, maltrattandolo, il Rabbino Joshua. Non sapevano che era una persona rispettata e amata dalla comunità, noto per la grande generosità e bontà.
All’arrivo a Riga, Rabbi Joshua venne accolto con grandi onori. I giovinastri si pentirono immediatamente e con sincerità. Gli altri membri della comunità li convinsero a recarsi da Rabbi Joshua per chiedergli scusa, sicuri che li avrebbe perdonati. Invece, il sant’uomo, con sorpresa generale, si rifiutò persino di riceverli. Quando gli chiesero una spiegazione per il suo inaspettato rifiuto di perdonare, Rabbi Joshua rispose:
“Se avessero offeso me personalmente, li avrei perdonati senza alcuna esitazione. Ma poiché non mi conoscevano, maltrattando me, hanno offeso tutto il genere umano. Non ho il diritto di perdonare a nome di tutti gli altri”.
Per questo motivo, a tutti i razzisti, non basta chiedere scusa alla persona offesa, ma devono chiedere perdono a tutto il genere umano.


yU_FaYi5_400x400* Docente – scrittore

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