Tintoretto, 500 anni. Venezia celebra così il rivale di Tiziano

di Maurizio Cerruti*

VENEZIA – E’ strano che si festeggino in pompa magna  i 500 anni del Tintoretto, il più grande dei grandi artisti veneziani del Cinquecento (Tiziano Vecellio in effetti era cadorino) senza conoscerne la data di nascita. Un incendio distrusse i registri parrocchiali di San Polo, unica anagrafe esistente a quel tempo. Jacopo Robusti  detto “il Tintoretto” perché era figlio di un tintore di stoffe, ma anche soprannominato “il Furioso” per il suo caratterino, morì il 31 maggio 1594 “de età de anni 75 e mesi 8”. Così è scritto. Ma anche sul calcolo a ritroso della data di nascita gli studiosi non sono tutti d’accordo: c’è chi dice 1518 e chi 1519.  Fatto sta che questa ricorrenza bella grossa  – mezzo millennio – era un’occasione troppo importante per  lasciarla sfuggire. La grande mostra inaugurata negli appartamenti del Doge a Palazzo Ducale  “Tintoretto 1519-2019” e quella parallela alle Gallerie dell’Accademia “Tintoretto giovane” (entrambe dal 7 settembre 2018 al 6 gennaio 2019)  rappresentano il cardine di una serie di iniziative – convegni, proiezioni, appuntamenti didattici e soprattutto gli “Itinerari tintorettiani in città” con una trentina di luoghi da visitare – attorno alla figura del pittore rinascimentale venezianissimo; un artista che permea il tessuto stesso della città essendo presente con i propri dipinti non solo nei musei e nelle gallerie più importanti, ma anche in chiese, scuole grandi e altre sedi di antiche istituzioni,  quasi sempre nella loro collocazione originale. La mostra di Palazzo Ducale e dell’Accademia sarà portata a Washington nel marzo-luglio 2019.

Cattura
PITTORE UFFICIALE. Ma perchè Tintoretto è così famoso e celebrato? Perché i musei più importanti del mondo fanno a gara per possederne almeno uno? E perchè dunque il valore delle sue tele più importanti è inestimabile, mentre quelle della sua scuola o  di dubbia attribuzione, sul mercato dell’arte possono facilmente arrivare a milioni di euro?  Innanzi tutto proprio perché Tintoretto “è Venezia”. La sua arte incarna il periodo più fastoso della Repubblica Serenissima. Tintoretto è stato, come Tiziano – il suo grande “competitor” – e più di tanti altri artisti della sua epoca, il pittore ufficiale, istituzionale, di Venezia. Suo ad esempio è l’immenso telero  del Paradiso che copre la parete della sala del Maggior Consiglio (il “Parlamento” dei nobili di Venezia) alle spalle dello scranno del doge e delle maggiori cariche istituzionali; suo, anche se non fu lui a dipingerlo – era ormai troppo vecchio: si limitò alla supervisione –  bensì la sua efficientissima bottega  che come un’azienda di famiglia, oltre ai due figli Marietta e Domenico, diede lavoro ad uno stuolo di aiutanti e garzoni.
TIZIANO IL RIVALE. Non era facile nemmeno a quei tempi farsi strada nel mondo della pittura. I grandi erano gelosissimi  – si narra che Tiziano cacciò dalla propria bottega l’allievo “figlio del Tentor” intuendo che era troppo furbo e troppo bravo –  e si ignora dove il giovane Jacopo abbia appreso l’arte del dipingere. Comunque sia, a vent’anni si firma “maestro”, titolare di una propria bottega a San Cassian. Dall’unico autoritratto giovanile,  in mostra a Palazzo Ducale, traspaiono intelligenza, sicurezza di sé e un pizzico di sfrontatezza. Caratteri utili a farsi strada anche allora. Tintoretto non era solo bravo col pennello in mano, era anche molto abile negli affari. L’immagine tipica del genio che vive solo per l’arte, che fa la fame pur di procurarsi i colori, che lotta con i committenti per farsi pagare, non gli appartiene. Tintoretto – per dirla alla veneta – era un “trafeghìn”, uno che arrivava dove voleva, usando l’intelligenza e a volte l’astuzia per battere i pittori concorrenti.
SUCCESSO D’AFFARI. Nella Venezia del Cinquecento oltre ai grandi committenti (lo Stato, le parrocchie maggiori, le confraternite, i conventi) fioriva un mercato dell’arte privato con la richiesta crescente di ritratti dei membri più o meno illustri delle grandi famiglie, ma anche di dipinti domestici (pareti, soffitti, cassoni nuziali) e di quadri per decorare chiese secondarie e piccole “schole” artigianali. Tintoretto, una volta diventato un maestro affermato, non disdegnò questo mercato minore che soddisfava con lavori – diremmo oggi – low cost  mettendo fuori mercato i concorrenti. Più il lavoro aumentava, più si affinava la sua tecnica produttiva. Lui si concentrava sui particolari importanti – ad esempio i volti sempre ben illuminati, o certi dettagli preziosi degli abiti – e lasciava il “lavoro grosso” agli aiuti. Pennellate veloci, quasi frettolose, per rispettare i tempi di consegna, che erano sempre stretti. Al tempo stesso, dallo studio di altri grandi maestri come ad esempio Michelangelo, Tintoretto sviluppò la tecnica della torsione dei corpi e della dinamica delle scene, che vengono “fotografate” nell’istante culminante: si tratti di un miracolo, di una deposizione dalla Croce, del martirio di una santa, del ratto di Elena o di una rappresentazione dalla Bibbia o dal Vangelo, i corpi sono in movimento e a volte a sembrano quasi “cadere” fuori dalla tela davanti a chi guarda. In altri casi lo spettatore è come risucchiato nel quadro con un effetto psico-visivo che ricorda la migliore tecnica di regìa cinematografica. L’uso attento e intenso del colore e l’introduzione della novità dell’olio come legante – alternativa più pratica rispetto al bianco d’uovo tradizionale –  hanno fatto il resto. Ecco perché già da giovane Tintoretto era molto richiesto e ottimamente pagato dai committenti, e che in seguito si   è affermato definitivamente come uno dei maggiori interpreti del manierismo.
COLPO A SAN ROCCO. Il suo colpo grosso fu alla Confraternita di San Rocco che era (ed è stata per secoli) una delle più prestigiose istituzioni caritatevoli di Venezia, con i confratelli – finanziatori – appartenenti alle più ricche famiglie della città. Tintoretto riuscì a realizzare il dipinto centrale del meraviglioso soffitto della Sala del Capitolo (la più importante e prestigiosa) battendo i pittori concorrenti con i loro importanti protettori e sponsor, grazie una  geniale trovata promozionale: donò il dipinto alla Scuola. Come non essere riconoscenti per tale generosità? Il pittore ebbe così  un’importante rendita vitalizia di mille ducati all’anno assicurandosi il monopolio sui principali dipinti dell’istituzione: 33 grandi opere che oggi sono patrimonio dell’umanità. Al tempo stesso si introdusse in un ambiente dove poteva ottenere importanti conoscenze e ricche committenze.
A PALAZZO DUCALE. A Palazzo Ducale sono in mostra cinquanta dipinti e venti disegni autografi prestati dai grandi musei internazionali: Londra, Parigi, Madrid, Berlino, Vienna, Dresda, Lione, Praga, Rotterdam. La serie di ritratti mette in luce l’adilità nella introspezione psicologica dei soggetti, compreso se stesso: gli autoritratti fatti a distanza di oltre cinquant’anni mostrano la trasformazione di un artista. Da giovane traspare l’ambizione, l’energia, la forza della personalità, un pizzico di ribellione accentuato dalla pennellata rapida e audace che dà un senso di sottile inquietudine e di incompiuto. L’ultimo mostra un volto barbuto segnato dalla vecchiaia, severo e dallo sguardo spento, che emerge dal buio circostante.
ALL’ACCADEMIA. La mostra sugli anni giovanili dell’artista si compone di 26 dipinti di Tintoretto, sulla sessantina che sono in mostra per illustrare le reciproche influenze con altri artisti soprattutto del Cinquecento. Troviamo tele di Tiziano, Paris Bordon, Bonifacio de’ Pitati, Francesco Salviati, Giorgio Vasari e Jacopo Sansovino. Presenti anche sculture di artisti contemporanei di Tintoretto come Andrea Schiavone e Bartolomeo Ammannati.
INFORMAZIONI. Biglietto ordinario 13 euro la mostra a Palazzo Ducale, 15 euro all’Accademia (compresa nel prezzo la visita al museo). Sono previste riduzioni, biglietti combinati, gratuiti, visite guidate singole, di gruppo e scolastiche. Per tutte le informazioni e gli eventi (conversazioni, aperitivi, laboratori, letture)  info su: visitmuve..


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